After the Hunt – Cosa si nasconde sotto la maschera | Venezia 82
Il cinema di Luca Guadagnino sembra nutrire un forte interesse nell’analisi dei rapporti interpersonali. Partendo da una condizione di fondamentale solitudine e inadeguatezza, i protagonisti dei suoi film affrontano spesso la sfida di interagire con una personalità a loro opposta e complementare. Si potrebbe quasi sostenere che in ogni film di Guadagnino il protagonista non sia mai uno, ma più probabilmente una coppia, di qualsiasi natura. L’individualità (e l’identità) di un personaggio non può essere completa se non attraverso il contatto, a volte fisico, a volte emotivo, con l’individualità di qualcun altro. In questo senso, il titolo Chiamami con il tuo nome pare essere una dichiarazione d’intenti.
Non sorprende quindi che Guadagnino abbia incentrato il suo nuovo film attorno al corrente panorama della cultura americana: quell’insieme di comportamenti e pratiche che viene ormai definito, fra polemiche e distorsioni, come cultura woke e cancel culture. Ciò non poteva non essere fonte di ispirazione per il regista di Suspiria e Challengers, perché la cultura woke si è sempre focalizzata, come movimento politico e culturale, sulle dinamiche che regolano identità e società, corpi e potere.
After The Hunt tuttavia si svincola dalla tentazione di fare un film in medias res, o almeno, pone tale obiettivo in secondo piano. Il film è prima di tutto un thriller, un’indagine nella psicologia di un personaggio che proprio nelle relazioni interpersonali vede motivo di scontro e tensione. Alma (Julia Roberts) è una professoressa di Yale che si trova ad affrontare la vicenda di un suo amico e collega (Andrew Garfield) accusato di violenza sessuale da parte di una sua studentessa (Ayo Edebiri). Il suo diventa un tentativo di fare la cosa giusta, e di mantenere intatte nuove possibilità di carriera, mentre attorno a lei si vanno ad accumulare sospetti, risentimenti, e paranoia.

Ci troviamo di fronte a una conscia destrutturazione del genere da parte di Guadagnino. La trama e il tono generale del film sembrano rifarsi consciamente a una delle più celebri persona non grata della woke culture: Roman Polanski. Ulteriormente, all’interno del film ci sono numerose citazioni esplicite (i titoli di testa) e rimandi non troppo nascosti al cinema di Woody Allen. Tali scelte, tuttavia, non cadono mai nella semplice provocazione, né, tanto meno, in un retrogrado sberleffo intergenerazionale, ma servono come parte di un discorso più generale sulla natura, ormai intrinsecamente performativa, della cultura americana. Più propriamente, After the hunt racconta di personaggi che, intenzionalmente o meno, interpretano una parte: sono attori che mettono in scena se stessi.
Si prendano ad esempio i tre personaggi principali. Julia Roberts è una professoressa prossima all’apice della carriera, il suo ruolo è quello di una donna intelligente ma fredda, calcolatrice, disposta a tutto pur di difendere l’emancipazione che ha ottenuto. Andrew Garfield è il giovane professore ambizioso che si trova, a detta sua, vittima di cancel culture: un uomo disperato, con la carriera distrutta ingiustamente, e goffamente incapace di difendersi, o di trovare qualcuno che possa difenderlo. Ayo Edebiri è una giovane studentessa di colore e lesbica vittima di violenza sessuale: indifesa, disperata, incapace a sua volta di trovare un sincero supporto che le possa far superare il trauma e trovare giustizia. Tali ruoli, come maschere indossate dai personaggi, nasconderanno una realtà ben più complessa e difficilmente prevedibile. La sceneggiatura di Nora Garrett, in tal senso, dimostra un acume e una brillantezza notevole nello sciogliere i molteplici nodi della trama.

Esiste quindi in After the hunt una scollatura fra identità e individualità. La pressione psicologica che mano a mano opprime i personaggi assume i contorni di un’elaborazione di una tematica fortemente polanskiana: la paranoia. Stavolta, tuttavia, questa non nasce dall’ambiente esterno, ma proprio dalla difficoltà di essere se stessi. Il terrore emerge nell’ammettere ciò che siamo. Guadagnino, in perfetta coerenza con la sua poetica, sembra suggerire che solo nei rapporti che si sviluppano con gli altri è possibile trovare qualcosa che assomigli a una risoluzione, o perlomeno a un conforto.
Pur non essendo un film prettamente di “denuncia”, e nemmeno un saggio sociologico, After the Hunt introduce consciamente ed esplicitamente i meccanismi della società contemporanea all’interno della poetica di Guadagnino. Forse si può notare la mancanza di quell’indeterminatezza e ambiguità che contraddiceva le opere precedenti, come a coprire, quasi a suo discapito, tutti i vari punti di vista che circondano l’argomento della woke culture, che negli ultimi anni ha costantemente alimentato dibattiti nella sfera pubblica, digitale e non. Tuttavia, è nella direzione del cast, nel montaggio, e nella costruzione della tensione che qui si riconosce e apprezza la grande maturità di un regista sempre alla ricerca di nuovi modi di coniugare la sua poetica.
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