Messia di un pianeta di sabbia – Gli archetipi di Dune secondo Riberi e Genta
A Paolo Riberi, storico delle religioni e professore universitario, si devono alcune delle più interessanti disamine in chiave di archetipi religiosi dell’immaginario pop apparse nel mercato editoriale italiano nell’ultimo decennio: i suoi studi su Matrix, su Westworld, su Twin Peaks o su Stranger Things, alternati a pubblicazioni più tradizionalmente accademiche sulla gnosi e sul cristianesimo antico, rappresentano dei punti d’approdo affascinanti su un terreno scivoloso che dai tempi di Umberto Eco non veniva battuto a dovere. Scritto a quattro mani con l’accademico e scrittore di fantascienza Giancarlo Genta, I segreti di Dune. Storia, mistica e tecnologia nelle avventure di Paul Atreides, che viene pubblicato da Mimesis parallelamente all’uscita su scala mondiale del kolossal Dune II, adatta lo stesso approccio su quell’universo narrativo inventato su carta da Frank Herbert, portato avanti dal figlio, trasposto al cinema da David Lynch e Denis Villeneuve ma passato tra le mani anche di un regista come Alexander Jodorowsky per quello che rimase “il film irrealizzato più celebre della storia del cinema”.

Dune è un universo narrativo, che racconta una storia universale, ambientato in un universo fondamentalmente dal nostro ma descritto nei più minimi dettagli astronomici, geografici, storici e politici, tanto da avere un’esistenza a sé stante che ha prestato il fianco a innumerevoli spin-off, fan fiction ed enciclopedie fittizie. Tra le particolarità dell’universo finzionale di Dune, come rilevano i due autori in apertura al volume, c’è anche quello di ignorare completamente due dei topos più ricorrenti della narrativa di fantascienza, gli alieni e i robot: “il focus resta saldamente incentrato sull’essere umano e sulle dinamiche sociali e antropologiche che ne contraddistinguono la millenaria evoluzione”. Originariamente apparso sulla rivista Analog SF nel 1963, e pubblicato in volume due anni dopo, vincendo i due riconoscimenti più ambiti della letteratura di fantascienza, il premio Hugo e il premio Nebula, il primo romanzo di Dune a firma di Frank Herbert ha generato una costellazione narrativa e immaginifica crossmediale, dai perenni echi archetipici che ne hanno garantito il successo su più media e il passaggio attraverso l’immaginario di diverse generazioni dei creativi. Come ha dichiarato una volta Alejandro Jodorowsky, che con lo storyboard del suo adattamento filmico mai realizzato del libro di Herbert ha pure influenzato titoli insospettabili della fantascienza degli anni settanta e ottanta come Alien e lo stesso Star Wars, “per me Dune non appartiene a Herbert, non più di quanto Don Chisciotte appartenga a Cervantes. C’è un artista, uno solo tra milioni di altri artisti che, una sola volta nella propria vita, quasi per grazia divina, riceve un tema immortale, un mito. Sottolineo ‘riceve’, e non ‘crea’, perché le opere d’arte sono ricevute in uno stato di medianità direttamente dall’inconscio collettivo”.
Qual è il tema fondante di Dune? Come evidenziava trionfalmente un bizzarro articolo dell’Avvenire pubblicato a ridosso dell’uscita di Dune II di Villeneuve nelle sale, quello che il protagonista di Dune Paul Atreides compie è un percorso di individuazione e realizzazione di sé dagli espliciti toni messianici. L’espressione Lisan al-Gaib con cui un numero crescente di abitanti del pianeta Arrakis prende a invocare Paul su istigazione del “Giovanni Battista” Stilgar interpretato da Javier Bardem nel secondo film di Villeneuve, nella finzione dell’universo di Dune significa la “Voce di un altro mondo”, e indica una figura che, secondo la leggenda, guiderà i Fremen alla riscossa nella loro lotta contro gli invasori stranieri; l’altro termine che i Frehmen adoranti utilizzano, “Mahadi”, è preso direttamente dall’immaginario islamico e dall’arabo, dove significa “il Guidato”. Il secondo volume della saga letteraria di Herbert è ancora più esplicita nell’identificazione messianica di Paul, intitolandosi Messia di Dune. Parallelamente agli echi messianici e cristologici – più messianici che cristologici -, il personaggio di Paul Atreides non è privo di affinità nemmeno con il Maometto storico e religioso, e con il personaggio biblico-coranico Ismaele, il primo figlio di Abramo, poi ripudiato a favore di Isacco. Anche la svolta apocalittica a cui porterà la leadership di Paul, come sviluppato nella saga letteraria e come alluso già in Dune II con le visioni catastrofiche indotte dalla Spezia, non è priva di echi ai passaggi più escatologici della Bibbia, dell’Islam, e delle leggende apocrife delle tre religioni monoteiste.

Il saggio di Riberi e di Genta evidenzia abbondantemente anche le numerose ispirazioni storiche che fanno da sfondo alla saga di Dune. Un ruolo importante nella concezione di quest’universo narrativo è il concetto medioevale di feudalesimo, che in Dune viene esteso ad interi pianeti: ciascuno di questi viene governato da autentiche dinastie nobiliari, come gli Atreides e gli Harkonnen, ma quello di feudatario è un incarico che viene conferito dall’imperatore, e può essere anche tolto, o comunque finire oggetto di misteriosi intrighi di corte, come proprio il recente Dune II racconta bene. Interessante anche lo scarso ruolo giocato dalla tecnologia in quella che comunque è una saga di fantascienza: ma nell’antefatto di Dune, un remoto e misterioso conflitto detto Jihad Butleriano ha portato l’uomo a decidere di abbandonare del tutto l’uso di calcolatori e di dispositivi automatici, portando a una nuova “età oscura” in una scelta narrativa che riecheggia tanto una certa visione medioevale quanto le rivendicazioni, mai diventate realtà, del luddismo esploso nell’Inghilterra industriale dell’Ottocento. In Dune non potevano mancare nemmeno gli echi classici e mitologizzanti, a cominciare dal nome della casata a cui appartiene lo stesso protagonista Paul Atreides, chiaramente ricalcato su “Atridi”, l’appellativo con cui, nei poemi omerici, venivano appellati Menelao e Agamennone.
L’archetipicità di Dune è stata confermata anche dalla prova della storia: il ruolo giocato lungo tutta la trama dalla misteriosa Spezia, e dal pianeta sabbioso Arrakis, ha goduto di una rinnovata attualità ed attenzione mediatica dopo lo scoppio della guerra in Iraq, un evento storico che Herbert, negli anni sessanta, certo non poteva prevedere. Soprattutto nella saga letteraria di Dune gioca inoltre un ruolo importante nella gestione della Spezia e nell’equilibrio commerciale e diplomatico tra i diversi pianeti la CHOAM, l’”Onorevole Unione per la Grande Espansione del Commercio” che ne I segreti di Dune viene “smascherata” come un’invenzione a metà strada tra due organismi storici, la Compagnia delle Indie Orientali del colonialismo settecentesco ed ottocentesco, e l’OPEC, l’organizzazione internazionale dei paesi produttori di petrolio, fondata nel 1960 e tuttora esistente. Il ruolo invece giocato dai Fremen nelle dinamiche narrative della saga – l’unico popolo apparentemente “libero” dalla civiltà imperiale e dalle usanze feudali della galassia – ha echi mediorientali che riportano alla mente tanto gli zeloti della civiltà ebraica nel passaggio da Antico a Nuovo Testamento, quanto le successive realtà tribali islamiche.

È sul tema dell’islamismo che si ipernia in modo particolare Dune II e su cui forse, se il libro di Riberi e Genta fosse uscito dopo il film e non in contemporanea, si poteva trovare spazio per nuovi, non scontati approfondimenti che, anche alla luce di René Guénon, dimostrassero questioni storiche, implicazioni religiose e congiunture archetipiche a cui il secondo film di Villeneuve allude solamente. A differenza del libro di Herbert, e del film di David Lynch datato 1984, in Dune II Villeneuve prende la decisione di non utilizzare mai la parola jihad, dagli echi troppo terroristici, sostituendola invece nel trailer addirittura con “crociata”, nel film da un più neutrale “guerra santa”. In questo riguardo Riberi e Genta affermano che “l’intera storia dei Fremen di Arrakis sia ispirata alle gesta delle fiere e bellicose popolazioni islamiche sunnite del Caucaso di metà Ottocento, che dal 1829 al 1859 ingaggiarono una guerra santa – o jihad – per respingere l’invasione di un gigantesco impero straniero intenzionato a utilizzare le loro terre come viatico commerciale e militare per raggiungere le ricchezze dell’Oriente, la Russia degli zar”; pare che un saggio sull’argomento di Lesley Blanch, uscito pochi anni prima di Dune, avesse colpito in modo particolare l’immaginazione di Frank Herbert.
Questo è senz’altro vero sul piano storico ma, soprattutto per come sono rappresentati nella prima metà del secondo episodio del franchise cinematografico, i Fremen paiono alludere a una più densa problematicità religiosa mediorientale che nell’immaginario Sufi trova una parziale chiave interpretativa. Ben approfondita invece è la genealogia archetipica a cui fa capo la mistica sorellanza del Bene Gesserit, “la vera eminenza grigia della galassia” di cui fa parte anche la madre di Paul Atreides, interpretata nei film di Villeneuve da Rebecca Ferguson. Ispirate a quanto pare inizialmente dal ricordo di zie beghine irlandesi dell’autore, con richiami tanto ad espressioni latine (quamdiu se bene gesserit) quanto a radici etimologiche mediorientali (bn-, vale a dire “figlio”), le Bene Gesserit nell’universo finzionale di Dune replicano quello che, su un piano sempre finzionale ma storicamente influente, avrebbero compiuto i Gesuiti nella storia europea secondo la loro leggenda nera, una segreta influenza sugli affari politici che arrivava fino alle sfere degli intrighi dinastici.

I segreti di Dune di Riberi e Genta è un ottimo arcipelago di connessioni attorno e oltre Dune che fanno saggiare credibilmente e appassionatamente la grande polistratificazione tematica di cui Frank Herbert e i suoi successori nella narrazione di Dune si sono saputi far carico. E anche se la seconda parte forse indugia un po’ troppo nel voler creare una sorta di enciclopedia o approfondito Bignami di Dune, delle sue tecnologie, delle armi e delle modalità di viaggio nello spazio previste in questo universo narrativo, il valore complessivo del volume sta nell’ampiezza di prospettive attraverso cui va a dissodare gli snodi archetipici alla base di uno dei più popolari franchise contemporanei. In particolare, le riflessioni sul tema dell’intelligenza artificiale, con il sinistro monito delle Bene Gesserit “non costruirai una macchina che contraffaccia una mente umana” le cui implicazioni non sono state al momento esplorate dalla saga di Villeneuve, il saggio di Riberi e Genta probabilmente anticipa alcuni sviluppi futuri del Dune cinematografico, in parallelo a un aumento di attenzione da parte dell’opinione pubblica sul tema delle A.I.

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