Blade Runner e il tempo

Trovo arduo dover contestualizzare l’opera che è Blade Runner (Ridley Scott, 1982) a chi si appresta a vedere il suo “sequel” firmato da Villeneuve. Non è tanto il fatto che esistono più versioni di quel film (sette), dalla Director’s Cut del 1987 alla Final Cut del 2007; non è neppure l’ironia di essere nato dopo il film stesso, né di essere forse uno dei pochi a preferire la versione del 2007 in cui Ridley Scott ha potuto liberamente editare, montare, restaurare, togliere, mettere tutto ciò che voleva. Non è nemmeno la trama del film, che a dispetto di quanto pensavano i produttori può essere capita anche da dei ragazzini: inutile fu chiedere a Philip K. Dick (che aveva scritto il famosissimo Ma i robot sognano pecore elettriche? da cui è liberamente tratto Blade Runner) di elaborare una versione letteraria del film a ridosso dell’uscita. Non tanto perché il rifiuto era prevedibile, quanto perché ciò che si vede in Blade Runner è più semplice della sua messa in scena (osannata e criticata al contempo) e dei suoi silenzi.


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L’articolo è stato pubblicato il 6 ottobre 2017 sul sito http://inchiostro.unipv.it/

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