Le strade furiose di Mad Max – Filosofia del mondo post-atomico
In occasione dell’arrivo nei cinema di tutto il mondo di Furiosa, nuovo capitolo/spin-off della saga di Mad Max creata e tuttora diretta da George Miller, è approdato in libreria Le strade furiose di Mad Max. Filosofia del mondo post-atomico. Curato da Rudi Capra e Antonio Pettierre, con una postfazione di Matteo Boscarol, il volume prosegue un percorso di pubblicazioni dell’editore Mimesis che propone approcci accademici ai principali franchise della fantascienza e in generale della narrazione di genere degli ultimi decenni: prima di Mad Max hanno infatti ricevuto analogo trattamento Star Wars, Stranger Things, Jurassic Park, Dune, ma anche fumetti come Dylan Dog e Texas e le opere di animazione di Hayao Miyazaki.

A differenza delle altre saghe fin qui menzionate, Mad Max ha la particolarità di essere stata sempre narrata e diretta, dal suo debutto fino all’ultimo Furiosa e al suo inaspettato flop ai botteghini, da un unico regista-demiurgo, George Miller, un po’ come Star Wars prima che Lucas la vendesse alla Disney. Anche da un punto di vista cronologico Mad Max fa caso a sé: i primi tre capitoli della saga, usciti tra il 1979 e il 1985 e interpretati da Mel Gibson, raccontavano il graduale inabissarsi di un’Australia distopica da una condizione di anarchia e guerre tra cartelli fino allo status di vera e propria terra di nessuno senza Stato né leggi, attraversata da orde di motociclisti in cerca di carburante per garantirsi la sopravvivenza. Il revival della saga nel 2015 con un nuovo capitolo in cui il title character è interpretato da Tom Hardy e tanto la componente action pop quanto il sottotesto ecologico della trilogia originale sono portati fino al parossismo, è stato accolto da un inaspettato successo di pubblico e di critica, venendo anche nominato all’Oscar come miglior film e miglior regia, e aprendo così le porte a Furiosa: A Mad Max Saga, dove il personaggio interpretato da Charlize Theron nel reboot del 2015 è invece affidato, in una versione più giovane, ad Anya Taylor-Joy.
Con i suoi scenari apocalittici e le sue componenti ecologiche, nonché con la rappresentazione di un capitalismo messo in ginocchio dal suo bisogno di energia e carburante, Mad Max ha il merito di aver saputo intercettare e raccontare alcune criticità strutturali del nostro mondo contemporaneo in maniera più esplicita e anche più realistica di altre saghe di fantascienza degli ultimi anni. Come scrivono i due curatori Rudi Capra e Antonio Pettierre nel testo che apre il volume Mimesis, “la rappresentazione distopica funziona come un rituale per esorcizzare la crisi. E, parlando di crisi, nessuna saga è oggi più attuale di Mad Max, che aveva previsto tanto – anche troppo – delle molteplici inquietudini che minacciano la contemporaneità e l’imminente futuro: crisi delle risorse, del capitalismo, dell’informazione, crisi ecologica, globale, della mascolinità, della famiglia, crisi della città, dello Stato-nazione, del patriarcato”. Da Mad Max a Mad Marx insomma il passo è breve.

Le strade furiose di Mad Max, che per ovvi motivi temporali non arriva ad affrontare Furiosa e l’accentuazione di certe rivendicazioni femministe presenti già nella versione del personaggio interpretata nel 2015 da Charlize Theron, affronta l’universo narrativo creato da George Miller attraverso diversi prismi e logiche di lettura: dai riferimenti alle culture tradizionali dell’outback australiano alla delineazione degli elementi “dieselpunk” presenti nelle ambientazioni, nei personaggi e soprattutto nei veicoli di scena della saga; dalla dissezione della critica al capitalismo presente nella saga sin dagli albori alla sua rappresentazione della dissoluzione sociale sotto lo sfondo di una crisi globale; senza dimenticare le riflessioni sul femminile, sul materno e sul gender che negli ultimi due capitoli hanno assunto un ruolo importante nell’“equilibrio tematico” della saga. Gli otto saggi contenuti de Le strade furiose di Mad Max, a firma degli studiosi Giuseppe Gangi, Diego Cavallotti, Jonatan Peyronel Bonazzi, Mariangela Sansone, Andrea Tortoreto e Matteo Bittanti, oltre che dei due curatori, partono e si mantengono sempre vicini alle storie e all’immaginario di Mad Max per analizzare senza forzature come questa saga rappresenti la cartina tornasole in forma narrativa di non poche criticità e inquietudini del nostro contemporaneo.
Qua e là in questi saggi affiorano riferimenti alla Waste Land, immortalata dal poeta inglese T.S. Eliot nel suo omonimo poema del 1922. Il luogo descritto da Eliot, riflesso in realtà della sua stessa poesia tanto sul piano contenutistico quanto sul fronte stilistico, sembrava raccogliere e mescolare i rifiuti di quanto di meglio la tradizione, la civiltà e la cultura occidentale avessero saputo produrre: un’operazione non dissimile da quella condotta da Mad Max, facendo sopravvivere elementi isolati della tecnica occidentale, nonché della sua pop culture, nel cuore di un’Australia desertificata. Più ancora, il personaggio di Mad Max si staglia come la perfetta incarnazione di quel sogno, sfiorato da Cartesio, della solitudine dell’uomo occidentale di fronte a un mondo incomprensibile, dal quale non può difendersi che con un ego sum: e nell’imperativo categorico, darwiniano, solipsista della sopravvivenza a tutti i costi potrebbe trovarsi l’esatto punto di congiunzione – e seduzione – tra la saga di Mad Max e il nostro tempo. Non per nulla di cinque film l’unico che ha “floppato” era quello che, più di tutti, poneva l’accento sui valori della comunità e della collaborazione.

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