Sulla libertà – ‘Tempest Project’ di Peter Brook
Una verga sciamanica, un ceppo d’albero, qualche pezzo di legna. Una voce femminile intona un canto mistico. Prospero, piedi scalzi e stola chiara su tunica scura, fa il suo ingresso in scena: il rituale magico può iniziare.
Così comincia la rivisitazione della Tempesta shakespeariana a opera di Peter Brook, regista britannico di fama e figura emblematica del teatro contemporaneo, e Marie-Hélène Estienne, drammaturga francese sua storica collaboratrice. In programma al Romaeuropa Festival a più di un anno dalla sua scomparsa, Tempest Project è l’opera-testamento dell’artista, in cui la ricerca del significato più profondo e la fascinazione per l’ermetico emergono in maniera netta, alla pari delle altre sue regie – il Mahābhārata su tutte.

Una drammaturgia esoterica che si basa sulla rappresentazione dell’enigma, più che sulla sua spiegazione. E proprio l’esoterismo è l’arma del protagonista Prospero (Ery Nzaramba), filosofo-stregone dedito alla cura della propria anima e alle arti occulte, usurpato del titolo di duca di Milano dal fratello Antonio, e da questo cacciato su un’isola sperduta insieme alla figlia Miranda (Paula Luna). Migranti dantan, i due vengono salvati dalla Provvidenza dopo aver attraversato un mare di «lacrime salate». Sull’isola si trova il «selvaggio» Calibano (Sylvain Levitte), la cui corporeità esuberante è in evidente contrasto con la profondità di spirito di Prospero, il quale – da buon colono – ne fa il proprio schiavo. Ai servigi del mago vi è anche Ariel (Alex Lawther), «spirito» dell’aria. In seguito a una tempesta, approda sull’isola anche il principe di Napoli, Ferdinando, la cui passione amorosa per Miranda attenua l’aria austera della pièce.

Quando due naufraghi napoletani (Fabio e Luca Maniglio) entrano in scena, il tono si fa addirittura comico: Calibano svela loro il modo in cui rovesciare la tirannide di Prospero, alimentando le possibilità di tornare alla tanto agognata «libertà», ma il tentativo verrà stroncato sul nascere dalle magie del protagonista. Sarà l’amore – incarnato dal matrimonio tra Miranda e il principe Ferdinando – a stravolgere la vicenda: l’azione più giusta è infatti «quella del perdono, e non della vendetta», come recita l’epilogo, in cui Prospero rinuncia ai propri incantesimi e concede la libertà agli altri personaggi – e dunque a se stesso.
La scenografia minimalista nasconde una complessità semantica e teorica che attraversa tutta la rappresentazione. A partire dal fulcro tematico della libertà – «sii libero, sii felice» sono le parole d’addio di Prospero per lo schiavo Calibano – si diramano interrogazioni sul rapporto fra realtà e illusione, oltre che sul senso dei rapporti umani, dove il dominio patriarcale evolve in grazia. Peter Brook coglie la scivolosità di ogni attribuzione di senso ancor prima che i corpi si muovano e che la recitazione prenda forma, nel sottolineare come la Tempesta sia «un enigma, una favola in cui nulla può essere preso alla lettera, perché se rimaniamo sulla superficie dell’opera la sua qualità interiore ci sfugge».

Che gli interpreti siano di varie nazionalità e recitino in lingua francese risulta una scelta registica particolarmente originale, che spezza la magia della scrittura di Shakespeare ma non l’armonia del silenzio che riempie – insieme al canto rapsodico di Harue Momoyama – lo “spazio vuoto” della scena. Ne emerge una potente rivisitazione della Tempesta fedele ai principi del teatro immediato brookiano, e alla sua continua ricerca della verità drammaturgica.
La stessa che si manifesta a Prospero nella rinuncia al potere occulto e nella risoluzione dei conflitti per tramite della clemenza e dell’accoglienza reciproca, e che è l’esito di una ricerca iniziata nel 1957, quando per la prima volta Peter Brook mise in scena l’opera definitiva di Shakespeare: la verità della libertà e del perdono.
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