60 anni dopo, The Pink Panther è ancora una commedia sovversiva
Al di là dell’indimenticabile colonna sonora, The Pink Panther – La Pantera Rosa è innanzitutto un punto di rottura, un nuovo modo di fare e pensare la commedia. La pellicola di Blake Edwards è difatti la testimonianza filmata di un talento indomabile: Peter Sellers. Il suo irripetibile estro comico travolge, come una valanga, la commedia sofisticata. Forse solo Billy Wilder può vantarsi di aver lasciato un segno nella commedia moderna più dell’attore inglese.
The Pink Panther non fu concepito all’inizio come una serie sulle avventure dell’ispettore Jacques Clouseau. Il film doveva essere il trampolino di lancio per David Niven, e ripercorrere abbastanza fedelmente i canoni della commedia sofisticata, focalizzandosi per lo più sulla rapina del diamante rosa da parte di Sir Charles Lytton. Lo stesso Niven sembra ricercare il carisma e lo stile di Cary Grant, il quale aveva trovato la perfetta commistione tra eleganza e umorismo. Blake Edwards stesso non ha nascosto la profonda influenza che Hitchcock ha avuto sulla lavorazione del film.

Tuttavia, questo piano perfetto viene ben presto stravolto e ribaltato. Peter Sellers – chiamato come rimpiazzo dell’attore Peter Ustinov, che aveva abbandonato il film a pochissimi giorni dall’inizio delle riprese – crea un personaggio completamente nuovo. La sua presenza scenica obbliga Edwards a fare essenzialmente un altro film, e a rendere l’ispettore il protagonista fattuale. Frutto quasi completamente di improvvisazione, le scene con Sellers sono qualcosa di più rispetto a semplici intermezzi slapstick. Esse diventano antitesi della sofisticate scene con Niven, uno sberleffo al decoro e alla compostezza. La comicità del film sta proprio in questo meccanismo di sabotaggio delle proprie premesse: una concezione di commedia estremamente moderna.

Sotto un certo punto di vista si potrebbe anche criticare questa contraddizione. Nel passare dalle scene con Sellers a quelle con Niven pare di assistere a due film diversi. Rimane però indubbio il grande merito di Blake Edwards nel capire le potenzialità del talento di fronte alla sua macchina da presa, e di saper rendere formalmente coese le due anime del film. La regia invisibile permette a Niven di sfoggiare tutto il suo carisma di attore classico, discreto ed elegante, e a cogliere allo stesso tempo tutti dettagli della fisicità nevrotica di Sellers. I suoi movimenti ed espressioni facciali, assurdi ma mai disordinati, scomposti ma mai approssimativi, hanno un che di astratto. La carriera di Peter Sellers è una poetica della goffaggine che troverà il suo apice in Hollywood Party.

In tale poetica risiede la novità dell’attore inglese. Sin dall’epoca del muto lo slapstick e la commedia sofisticata erano generi precisi e ben definiti, recitati e diretti da personalità distinte. L’esuberanza del comico non poteva essere adattata alla compostezza dell’attore brillante. Il primo utilizzava i propri personaggi come un pretesto per mettere in mostra le proprie invenzioni comiche, mentre nella commedia sofisticata l’interpretazione doveva seguire un approccio “realistico”, delegando il compito della risata alla brillantezza della battuta. Si doveva scegliere tra la maschera e il personaggio, tra il corpo e la mente. Peter Sellers ha dimostrato che queste due dimensioni possono coesistere assieme. Il personaggio è la maschera, e trova la sua dignità artistica nel potere sovversivo che dimostra.
The Pink Panther è infatti implicitamente molto sovversivo. I meccanismi di seduzione, eleganza e intrigo che caratterizzano le parti di commedia sofisticata (e che, fondamentalmente, mandano avanti la trama del film), sono quasi polemicamente messi in discussione dalla forza anarchica del personaggio di Clouseau. I personaggi di Niven o di Claudia Cardinale, per raggiungere i loro scopi, sono costretti a rispettare i dettami della società altolocata. L’intenzione di sfruttare questi dettami a proprio vantaggio non preclude una parte di conformismo, di cinica omologazione. Tutto questo è però vanificato da ogni azione dell’ispettore, il quale è un inetto in tutto tranne che nel suo lavoro. Clouseau rimane infatti un ottimo detective, astuto e competente. La sua goffaggine non inficia la sua intelligenza. Al contrario, egli acquista una paradossale superiorità morale proprio per il suo essere sempre e inevitabilmente fuori posto. Nella sua impossibilità di essere sofisticato, Clouseau evita di essere superficiale, risultando il personaggio più umano del film.
A distanza di 60 anni, Pink Panther rimane un classico non solo per il potere iconico del suo (non) protagonista, ma per l’estrema modernità con cui affronta i dettami della commedia. Blake Edwards ha anticipato quello stravolgimento dell’umorismo che troverà il suo apice nella decade successiva con l’opera dei Monty Python e Mel Brooks.

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