Ticket to the Moon – Riflessi della Luna sullo schermo

di Chiara Panedigrano, Nicolò Villani e Riccardo Bellini

A cinquant’anni da quel piccolo grande passo compiuto per la prima volta sul suolo lunare, fulcro di una volontà umana, quella della scoperta, che ha un sapore epico sorpassato solo da quello paranoico, è il momento di ricordare il legame strettissimo tra il nostro satellite e lo schermo, che sia grande o piccolo: la Luna, almeno da Méliès in poi, è stata teatro della rappresentazione del mito della frontiera spaziale, narrata fin da Ariosto, che nel luglio del ’69 ha trovato la sua realtà. E anche quell’evento vede lo schermo come elemento fondamentale, come lente di un telescopio presente in milioni di case, rendendolo un momento universale, un mito narrato nel suo nascere intorno a quel fuoco moderno che è la televisione. E lo stesso cinema viene invocato da chi all’allunaggio non crede, dicendo che sia tutto uno “scherzo” diretto da Kubrick, ma noi sappiamo che se davvero il Maestro ci avesse messo le mani, nessuno avrebbe trovato appigli per sollevare il dubbio. Ecco quindi alcune riflessioni su prodotti che la Luna l’hanno raccontata, mostrata, invocata, nella perfetta tradizione di ogni forma narrativa, dal teatro alla poesia, dall’opera alla musica rock, eleggendo il cinema come punto d’incontro di tutto quanto.


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Il primo uomo a portarci sulla Luna (di N.V.)

Quasi settant’anni prima di sbarcare sulla Luna, l’allunaggio era già stato mostrato da George Méliès nel suo capolavoro classico, Voyage dans la Lune, che nel 1902 ci racconta di una missione per raggiungere il corpo celeste, apparentemente con il solo motivo del viaggio, lontani da paranoie politiche, navigando quella spinta di progresso e modernità che all’inizio del Novecento trovava il suo culmine. L’allunaggio di Méliès è il racconto della scoperta scientifica che arricchisce l’umanità (gli astronauti vengono omaggiati tanto alla partenza quanto al ritorno), ma che mette in pericolo l’altro, l’esotico, a partire da quel razzo-proiettile che ferisce il volto della Luna stessa, volto ghignante e spaventoso che ci ricorda che forse non è un caso se il nostro satellite non ci volta mai le spalle.

Il profetico volto ferito della Luna, le battaglie coi Seleniti, l’arrivo dell’alieno sulla Terra sono tutte immagini, anche inconsce se vogliamo, di un Occidente pronto a raccontarsi i propri errori coloniali, tingendoli di una patina di colorata magia (la versione restaurata del film a colori è un’esperienza estetica irripetibile) che anticipava il reale “chiaro di Terra” che l’uomo ha atteso decenni di vedere realmente.

A cinquant’anni dal vero allunaggio, la sua lettura attraverso questo classico assoluto mette in guardia su come il progresso vada visto nel suo stratificarsi e su come oggi, al contrario di allora, non siamo più in grado di vedere la dea Febe ad avvertirci di non oltrepassare i limiti.


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Mad Men e l’allunaggio come simbolo di progresso (di C.P.)

L’allunaggio è al centro di Waterloo, settimo episodio della settima e ultima stagione di Mad Men (2007-2015). La serie, incentrata su un’agenzia pubblicitaria di Manhattan, racconta le trasformazioni in atto negli Stati Uniti durante gli anni Sessanta, un decennio particolarmente burrascoso ma fondamentale per la costruzione dei miti della contemporaneità americani.

Lo sbarco sulla luna avvenne in un momento importante della Storia americana. Rappresentò, per gli Stati Uniti, la prova definitiva della loro superiorità rispetto all’Unione Sovietica e simboleggiò l’inizio di una nuova era. Dopo il trauma dell’assassinio di Martin Luther King e delle rivolte del Sessantotto, finalmente le nuove tecnologie sembravano spianare la strada al progresso e ad orizzonti fino ad allora inesplorati. Mad Men racconta questo entusiasmo sia tramite le reazioni dei personaggi all’evento trasmesso in televisione, sia attraverso la trama stessa dell’episodio. Non solo il più anziano proprietario dell’agenzia pubblicitaria muore proprio dopo aver guardato l’allunaggio in televisione, simboleggiando così la fine di un’era, ma in questo episodio assistiamo anche al definitivo decollo della carriera di Peggy, la prima donna ad essere assunta come scrittrice nell’agenzia dopo la Seconda guerra mondiale. Il suo talento era stato scoperto nella prima stagione da Don, il carismatico protagonista della serie, e da allora Peggy era riuscita con fatica ad assumere un ruolo sempre più importante nel reparto creativo dell’azienda. In quanto donna, Peggy incontrerà moltissimi ostacoli e dovrà lottare contro la misoginia che caratterizza la sua società e il suo posto di lavoro. È significativo, quindi, che Don affidi a lei la presentazione di un importantissimo pitch proprio nell’episodio dell’atterraggio sulla luna, a simboleggiare l’inizio di una nuova era in cui le donne avranno un ruolo sempre più importante. Peggy, infatti, si dimostra perfettamente all’altezza del compito e il suo pitch, incentrato proprio sulle nuove tecnologie e l’effetto che hanno sui nuclei familiari, è uno dei migliori dell’intera serie.

La riflessione sulla Storia delle donne è uno dei temi principali di Mad Men, ed è quindi particolarmente significativo che l’allunaggio, simbolo di progresso e cambiamento, sia associato ad uno dei più grandi successi della carriera di Peggy, un personaggio il cui arco narrativo sta a rappresentare il graduale cammino verso l’emancipazione femminile compiuto dagli Stati Uniti durante gli anni Sessanta. In altre parole, quello di Peggy è un piccolo passo per la donna, un grande passo per l’umanità.


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Operazione Spazio (di N.V.)

A dieci anni dall’allunaggio lo spazio diventa luogo per le avventure della più famosa super spia della cultura popolare, James Bond, nel film Moonraker (L. Gilbert). Il riferimento alla Luna, in questo prodotto, risuona unicamente nel nome dello shuttle in cui si svolge la vicenda, ma la sua stessa esistenza diventa fortemente significativa una volta che vi si colloca a fianco lo sbarco e il clima politico che lo pervadeva: a dieci anni da una conquista epocale, lo spazio diventa location, al fianco di città come Venezia e Los Angeles; la frontiera è stata varcata e il materialismo estremo di Bond ci mostra come lo spazio non è più solo e unicamente fantascienza, almeno per la parte giusta della barricata.

L’allunaggio si posiziona a metà tra la scrittura del romanzo (1955) e l’uscita del film con Roger Moore (1979), diventando quindi parte integrante della vita di questo racconto, dove tra la letteratura e il cinema si posiziona in mezzo la realtà, quella vissuta da milioni di spettatori. Ora che lo spazio è raggiungibile, che pesino la Luna è calpestabile, la Guerra Fredda ha nuove ragioni per essere combattuta e la funzione di Bond, in tutto questo, diventa la stretta connessione tra pericolo e difesa, oltre a rimettere Sua Maestà nella scacchiera del dibattito spaziale, dal quale era imperdonabilmente esclusa.


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Moon e la solitudine (di C.P.)

La luna e la conquista dello spazio non sono, però, sempre associate a temi positivi come il progresso e la fiducia in un futuro migliore. La luna è anche portatrice di sentimenti malinconici, primo fra tutti la solitudine, che nell’immaginario fantascientifico contemporaneo è spesso legata anche al viaggio nello spazio e alle nuove tecnologie. Moon (2009) di Duncan Jones sfrutta tutte queste suggestioni per creare un perfetto ritratto della solitudine: il protagonista, Sam Bell (Sam Rockwell), è da solo sulla luna, senza possibilità di comunicare con la Terra, e ha come unico compagno un’intelligenza artificiale di nome GERTY. Sam riesce a resistere a questa terribile situazione solo perché, allo scadere del suo contratto come sovrintendente degli estrattori di elio, potrà finalmente tornare dalla sua famiglia sulla Terra. Ben presto, però, perderà anche questa certezza, quando, salvato da un suo clone, si accorgerà di essere anche lui un clone e che il Sam Bell originale era da anni tornato sulla Terra.

Al tema della solitudine, resa estrema dalla condizione di clone, si aggiungono quindi quelli di identità e memoria. I due cloni del Sam originale hanno i suoi stessi ricordi e sono convinti di essere lui finché la scoperta di essere copie li priverà della loro identità. La tecnologia è qui una forza alienante e la luna è un paesaggio desolato e nemico, una prigione da cui fuggire per riconquistare la propria umanità. Siamo ben lontani dall’ottimismo e dai toni speranzosi con cui cinquant’anni fa era stato accolto l’allunaggio.


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Uccidere la luna (di N.V.)

Se c’è un prodotto televisivo che da sempre accompagna in parallelo i progressi della scienza e delle scoperte spaziali, prima ancora di Star Trek, questo è Doctor Who. Fin dalla serie classica, iniziata nel ’63, a oggi, il viaggio spaziale è uno dei macro temi che ne caratterizzano il racconto; come è ovvio ipotizzare, tra questi viaggi la Luna è da sempre una tappa fondamentale, ad esempio come base per i Cybermen (The Moonbase, 1967). Con l’evoluzione della serie, arrivata ai giorni nostri, sembrerebbe difficile trovare qualcosa di nuovo da dire sul nostro corpo celeste così fondamentale per la vita sulla Terra; invece, nel 2014, sembra arrivato per il Dottore il momento di decidere se uccidere la Luna, perché il satellite sarebbe in realtà l’uovo di un enorme mostro preistorico spaziale (!)

Tralasciando il mix di fantascienza e fantasy che pervadono l’episodio, al limite dell’accettabile anche per Doctor Who, l’episodio diventa un’occasione perfetta per ricordare quanto la Luna sia fondamentale per lo svolgersi della vita sulla Terra, per l’alternanza delle stagioni e delle maree, rendendo il satellite un simbolo di quel discorso sul cambiamento climatico che sempre di più cerca di prendere il posto di quello sul progresso scientifico. Non a caso, l’episodio è ambientato nel 2049, ottant’anni dopo l’allunaggio, e i protagonisti sono una classe di giovani studenti. La morale dell’episodio sembra, però, più che positiva: anche uccidendo la Luna, questa rinasce, perché l’equilibrio universale è più grande e più necessario dell’agire stesso dell’Uomo, perché non bisogna dimenticare che quello che per noi è stato un grande passo, resta comunque un soffio nell’immensità dell’Universo.


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Verso una fantascienza matura, Uomini sulla Luna (di R.B.)

Diciannove anni prima che l’uomo mettesse piede sul suolo lunare e otto prima della nascita della NASA, nel 1950 uscì Uomini sulla Luna (Destination Moon) di Irving Pichel, racconto della prima missione lunare dell’umanità che segna l’ingresso del cinema nella fantascienza matura. Prodotto dallo storico regista e tecnico degli effetti speciali George Pal, – produttore di lì a tre anni anche del celeberrimo La guerra dei mondi -, e tratto dal romanzo Razzo G.2 e dal racconto L’uomo che vendette la Luna di Robert H. Heinlein, il film si avvale anche della collaborazione dell’esperto di missilistica Hermann Oberth, già collaboratore per Una donna nella Luna (1923) di Fritz Lang. Il risultato è un’opera senza precedenti per accuratezza realistica e attenzione al dato scientifico, che contribuirà a cambiare il modo di concepire la fantascienza dei viaggi spaziali, vincendo inoltre l’Oscar per gli effetti speciali. Anomalo nella commistione tra spettacolarità e marcato approccio documentaristico, il film risponde a un’evidente istanza divulgativa, supportata in una sequenza anche da un divertente filmato d’animazione rivolto ai papabili finanziatori della missione che ha come protagonista niente meno che Woody Woodpecker (il nostro Piacchiarello). In Uomini sulla Luna non ci sono minacciosi seleniti pronti ad attaccare gli astronauti americani, né melodrammatici triangoli amorosi. Tutti i pericoli con cui l’equipaggio deve confrontarsi vengono dalle difficoltà tecniche del viaggio e dalle condizioni ambientali dello spazio, tra assenza di gravità, mancanza di carburante e, nella prima parte, tutti i problemi legati al finanziamento del progetto. Un paio di scene, tra cui il recupero di un astronauta alla deriva, faranno scuola (molto simile a questa, ma con esiti drammaticamente opposti, la sequenza dell’arrivo su Marte in Mission to Mars di De Palma). Non privo di inevitabili errori e ingenuità scientifiche, il film riflette la tipica fiducia USA dell’epoca, all’inizio della Guerra Fredda, verso il progresso tecnologico. Risulta efficace a tal proposito l’idea di ambientare la breve cornice narrativa iniziale in un futuro tecnologicamente avanzatissimo, dove l’uomo ha già cominciato ampiamente a colonizzare lo spazio, per poi spostare il racconto della prima missione lunare ai giorni nostri. Inequivocabile il messaggio positivista della didascalia finale: “This is the end of the beggining”.

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