Ravenna Nightmare Film Festival 2020 | Woman of the photographs – L’incubo della perfezione

Woman of the Photographs

C’era un tempo in cui la fotografia prima e il cinematografo poi erano visti con occhi curiosi e timorosi; prodigi della tecnologia, questi per molti erano dei veri e propri atti di stregoneria. A ogni scatto, o semplice flash, corrispondeva il rapimento dell’anima. Si rubava cioè l’identità della persona ritratta, imprimendola per sempre su lastre e pellicole. Gli anni sono passati ma quel timore ancestrale si è rivelato quasi profetico. La fotografia ha abbracciato pian piano quel gusto bulimico di fondersi con la nostra anima, assaporando post dopo post il nostro narcisismo. Gli apprezzamenti hanno lasciato posto ai like e la vetrina del nostro io ha lasciato spazio all’ombra dei nostri desideri, dell’incapacità di accettarsi pienamente, aggiungendo sempre un filtro, un ritocco, per renderci più belli, amabili, più simili all’immagine che di noi si sono fatti gli altri o che gli altri vogliamo che si facciano. Accettarsi, questo è il vero incubo. E Woman of the photographs, film d’apertura della sezione “lungometraggi” del Ravenna Nightmare FIlm Festival 2020, lo dimostra con una semplicità ammaliante, priva di retorica.

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Woman of the Photographs

La narrazione scevra di dialoghi gioca sull’intensità delle immagini. I primi piani su ferite che non si rimarginano e su schermi di cellulari che mostrano la valanga di like a ogni goccia di sangue che cade. La dismorfofobia di una giovane si sostituisce agli atti di autolesionismo della co-protagonista, tutto pur di piacere, pur di rimanere sull’onda del ricordo. E a ogni attacco grafico, o fisico, c’è sempre l’obiettivo del protagonista senza nome a catturare un momento sotto lo sguardo di un uomo che vive nel silenzio, immergendosi nei suoni degli altri, di tavolette grafiche che lavorano senza sosta come dita di divinità chiamate a creare ex-novo nuovi mostri dei desideri, e di bocche che mangiano, porte che si aprono.

Suoni, non musiche, che il regista Takeshi Kushida sottolinea con furore, lasciando che siano quei rumori così ordinari e a tratti fastidiosi a invadere lo spettatore. Dopotutto, è nel silenzio che spesso ci immergiamo postando una foto sui social. Ci isoliamo, soli con noi stessi relegando il mondo fuori dalla nostra bolla personale, mentre ci rispecchiamo su schermi di cellulari. Ma quelli che ci guardano, proprio come intende mostrare Woman of the photographs, non è altro che la nostra ombra, un io che si è separato dal sé, per vivere eternamente bello, mentre noi andiamo avanti, invecchiando e scomparendo giorno dopo giorno con i nostri difetti, i nostri tic, le nostre imperfezioni.

Woman of the Photographs

Woman of the photographs racconta l’evoluzione del delicato e tormentato rapporto tra un fotografo vittima di un trauma che lo costringe a vivere un difficile rapporto con le donne, e Kyoko, una piccola influencer schiava delle contraddizioni al limite della dipendenza mediatica della sua professione. Il loro incontro significherà per entrambi un nuovo slancio vitale, ma al contempo li costringerà ad affrontare dei dolorosi momenti di crescita individuale.

Tutto nell’opera di Takeshi Kushida concorre nel gettare il proprio pubblico nell’incubo della propria ordinarietà. Un mondo senza orpelli, crudo e puro come quello in cui viviamo, sostenuto da riverberi di cellulari e da un montaggio capace di accostare a inquadrature di grande respiro dalle reminiscenze classiche, a raccordi serrati, uniti da ellissi, improvvisi, proprio come il clic di una fotocamera pronta a immortalare soggetti già scomparsi dinnanzi a lei. Una semplicità di racconto che facilita l’immedesimazione spettatoriale, complice una messa in scena naturalista, fatta di case e spazi reali, facilmente identificabili topograficamente, che immergono in prima persona lo spettatore al centro della storia, così da sentirla e far propri gli incubi e le ossessioni dei personaggi sullo schermo.

Al resto ci pensa un concatenarsi di totali, mai bassi come Ozu, ma in linea con i protagonisti, inserendoli tra le cornici di una galleria di dipinti umani. A inquadrature ad ampio respiro si alternano primi e primissimi piani, sostenuti da sguardi in camera, attraverso i quali (proprio come accade in fotografia) l’anima appare visibile, quasi tangibile. Ciò è vero se dietro l’obiettivo vi è un occhio sensibile, capace di captare e diffondere vizi e virtù del mondo circostante, ossessioni e sogni, desideri e timori. Un rapporto con noi stessi di amore e odio, continuamente rimaneggiato, rinnegato, opacizzato, recalcitrante che un occhio come quello di Kushida ha saputo inglobare, personalizzare e sputarlo fuori con semplicità e tormentata bellezza.

Dopotutto la fotografia, quando inserita nella polifonia multimediale del medium cinematografico, è capace di mettere in contatto presente, passato e futuro. In essa è depositata una densità memoriale a cui il cinema può adesso accedere per suo tramite; un universo che duplica briciole mnemoniche tramutandole in immagini in movimento. Un ricordo, o un’aspirazione a essere qualcun altro, di vivere nel corpo altrui, che mette in contatto il fotoritocco con il cinema stesso. Attraverso i film lo spettatore vive altre vite, si immerge in corpi non suoi, si illude di essere al centro di storie mai vissute, amori mai nati, perdite mai provate. Un gioco di riflessi che Kusihda interiorizza e rilancia attraverso la propria opera, in un saggio sincero, tra umanità e arte.

Come nel mondo della fotografia, universo fatto di occhi che guardano e studiano, di corpi plastici in posa, o movimenti naturali, così la regia di Kushida è un puro atto fisico. Vige in lui una devozione particolare ai corpi dei suoi protagonisti, un’attrazione fatale di Eros e Thanatos. Sarà solo quando le ferite si rimarginano, e il sangue, come il corpo, si mescola, che lo schermo inizierà a illuminarsi di meno. Fino ad allora, le donne (e gli uomini) delle fotografie continueranno a ballare la loro danza macabra della perfezione.

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