Che fine ha fatto Bernadette? – Persino Cate Blanchett è in difficoltà

Volendo tracciare una linea sulla sabbia e stabilire che esistono due modi di mancare il bersaglio, con o senza Cate Blanchett, riconosciamo a Che fine ha fatto Bernadette? il buonsenso di aver scelto la via meno sadica. Questo tipo di risultato, che in  mancanza di parole migliori chiameremo insoddisfacente anche se non del tutto privo di interesse, era difficilmente pronosticabile. Non intendiamo tuttavia fare ammenda per non aver saputo immaginare in anticipo che la montagna, – cioè la combinazione di talento tra la premiatissima Blanchett e l’indipendente peso massimo Richard Linklater (Boyhood, Before Sunset, A scanner Darkly), – avrebbe partorito un simile topolino confusionario e mal scritto. E il problema principale di Che Fine Ha Fatto Bernadette? sta proprio nella scrittura. Questo adattamento del romanzo dell’americana Maria Semple Where’d You Go, Bernadette (2012) ha avuto una produzione travagliata, tra varie riscritture del copione che non hanno certo aiutato il film. Una gestazione piuttosto lunga, considerato che il primo annuncio del film risale al 2013. Molte piste da seguire dunque, troppe sfumature di genere e mal definite, la mancanza di un senso organico e una fiducia pilatesca nella sua straordinaria protagonista di trovare il modo di unire i puntini con la sua sola forza d’attrice hanno inficiato l’ultimo lavoro di Linklater.

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LA MANCANZA DI UN PORTO SICURO

Il tempo ha giocato un brutto tiro a Bernadette Fox, architetto di genio sconfitta dalle circostanze, in seguito ostaggio di un matrimonio fatiscente e di un pugno di nevrosi. Il senso del tempo che condiziona e riassume la vita di una persona componendola in un repertorio di piccoli ma significativi frammenti emotivi è lidea di base del cinema di Linklater che qui ritrova sé stessa. Anche se l’incantesimo, stavolta, si rinnova con una superficialità inconsueta. Non è di conforto a Bernadette il disagio del marito Elgie (Billy Cudrup), creativo informatico appassito e dal piglio terribilmente indeciso. Molto può invece Bee (Emma Nelson sentiremo parlare di lei), l’adolescente figlia della coppia, l’unico struggente appiglio di Bernadette alla luminosità della vita. Con la scusa di un viaggetto familiare in Antartide viene l’occasione per riprendere in mano il discorso e dare il via a quello che potremmo definire l’equivalente spirituale delle pulizie di primavera. Accogliamo l’esito (vagamente intriso di sentimentalismo) di questa faticosa riscoperta di sé senza un briciolo di sorpresa, ma questo non è un problema. Che Fine Ha Fatto Bernadette? paga più che altro lo scotto di voler essere troppi film contemporaneamente, mancando di un porto sicuro cui ancorare la propria fluida natura.

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UNA GALLERIA DI MANIERISMI PER CATE BLANCHETT

C’è prima di tutto la componente mistery, lo suggerisce anche il titolo del film che nella versione italiana si appesantisce di un ridondante punto interrogativo. Poi viene l’analisi di una mente disarcionata, un ritratto di famiglia in interni ed esterni, la commedia mescolata a sapori più amari. In conclusione, riflessioni sparse sui meccanismi della creazione, allusioni alle difficoltà nel mondo dell’archittettura e dell’arte in generale. La meccanica del racconto è aleatoria,  episodi che rotolano gli uni sugli altri senza grazia e in alcuni casi senza ambiguità di significato, e sappiamo bene che quando l’intenzione è palese il divertimento finisce (lo smottamento della collina). La speranza di riscatto ovviamente è affidata a Cate Blanchett, cui spetterebbe il compito, in teoria, di ricondurre ad unità le mille anime del film. Non riuscendo a trovare la quadra circa la propria sconnessa identità (gioco di opposti rispetto al percorso della protagonista), il film forza la diva australiana ad annacquarsi in una galleria di manierismi che, sommati, non fanno un totale d’effetto.

Cate

Emblematica la stasi esistenziale del marito Billy Cudrup; potrebbe essere qualunque cosa per Bernadette, il problema o la soluzione, e invece staziona a metà strada nell’indistinto perimetro di una terra di nessuno che non serve al personaggio e non serve al film. Si salva poco. Lo stupendo rapporto tra madre e figlia, magari quel riflesso di umanità racchiuso nel primo piano della petulante vicina Kristen Wiig, che restituisce credibilità a una figura vicina alla caricatura. La maestosità dei paesaggi antartici, sicuramente. Ma non basta. Che fine hai fatto, Richard Linklater?

 

 

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