Living in the screen world – Gli anime di Kon Satoshi

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Chi sei tu? Questa la domanda che, nel Paese delle Meraviglie, il Caterpillar (tradotto come Brucaliffo nell’adattamento Disney del romanzo di Lewis Carroll) poneva alla piccola Alice. Stessa, però, è anche la domanda che la teen idol Mima, protagonista di Perfect Blue (1997), debutto autoriale del regista di anime Kon Satoshi, rivolge a sé stessa quando si trova perseguitata da uno stalker fanatico che sembra aver assunto la sua identità nel mondo del web.

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Se però, nel primo caso, la domanda avveniva in un contesto di sogno governato dalla coleridgiana suspension of disbelief, Perfect Blue si nutre di una forza opposta e contraria, ed è il fantastico, l’intervallo di incertezza tra la percezione di un evento che non corrisponde alle regole del reale e il deciframento dello stesso, che detta le regole del mondo su schermo di Kon, il quale lavorava, per sua stessa ammissione, in modo da privare i suoi lavori dei tratti distintivi della produzione anime: empatia verso i personaggi; eroi ed eroine per i quali tifare dal primo all’ultimo minuto.

L’immaginazione di Kon partorisce protagonisti imperfetti e sperduti. Da Mima, ex-cantante J-Pop kawaii reinventatasi attrice di serie tv generaliste, a Chiyoko, star del cinema giapponese ormai anziana e ritiratasi dalle scene (Millennium Actress, 2001), passando per i Tokyo Godfathers (2003) Gin, Miyuki e Hana, senzatetto perdigiorno che si barcamenano nelle strade della capitale giapponese: gli esseri umani di Kon non compiono viaggi di formazione o di aggiustamento a nuove circostanze (come spesso avviene, ad esempio, nel cinema di Miyazaki; si pensi a titoli quali Kiki consegne a domicilio, Il mio vicino Totoro, o La città incantata), bensì percorsi a ritroso.

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L’obiettivo di Kon non è portare i personaggi a uno stadio successivo della loro evoluzione, ma, al contrario, tirarli indietro, farli ricominciare dai vecchi sé stessi che avevano perso per strada, in altre parole, portarli a ri-conoscere la propria identità e individualità. Tokyo Godfathers escluso, le storie di Kon si sviluppano all’incontro tra il reale e il virtuale, tra l’immagine dell’occhio e quella dello schermo. Millennium Actress e l’affascinante Chiyoko potrebbero far pensare alla versione anime del Woody Allen de La rosa purpurea del Cairo (1985) e Midnight in Paris (2011), mentre Paprika si inserisce nella scia di eXistenZ (David Cronenberg, 1999) e della filmo- e bibliografia sui rapporti tra reale e virtuale, uomo e macchina (ad esempio The Matrix e i racconti di Philip K. Dick), e crea un mondo di avatar virtuali accessibile tramite la potenza di calcolo di sofisticati macchinari. Ma è forse proprio Perfect Blue, opera prima del regista, a gettare luce sulla poetica di Kon nei modi di un manifesto programmatico.

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A prima impressione, la storia di Mima sembra raccontata dal punto di vista della protagonista. Eppure, non passa molto prima che Kon inizi a incastrare le sue inquadrature l’una con l’altra, creando un caleidoscopio di punti di vista diversi attorno a un’affermazione centrale: chi sia, appunto, Mima, domanda alla quale Mima stessa lascia che siano le letture degli altri a dare risposta. Mima è un’innocente stella del pop, ma anche un’attrice intraprendente e disposta a mettere in mostra il suo corpo; traditrice dei fan e oggetto di adorazione ossessivo-maniacale da parte degli stessi. L’idea che ognuno ha di Mima prevale su Mima stessa, e le tante identità personali della star prendono vita tanto per lei che per i suoi adoratori nella presenza della sua immagine.

Punti di vista traballanti e coesistenza di mondi narrativi (ritornando a Carroll, non c’è alcuna soglia da superare per ritrovarsi nel mondo di Mima, né discontinuità di regia o montaggio a segnare il passaggio da un punto di vista all’altro) creano una superficie piatta e statica, uno specchio-schermo su cui Kon cuce senza soluzione di continuità. È un dubbio ontologico il risultato, secondo Kon, della proliferazione dell’immagine. In questo senso dunque il viaggio di Mima viene impostato come nostos, travagliato riguadagnarsi la patria non privo di finali briciole di dubbio: possiamo davvero fidarci del watashi wa watashi yo (“io sono io”) pronunciato da Mima in chiusura di film? Possiamo davvero fidarci dello schermo, e dunque delle immagini, che Kon crea per noi?

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Il regista è conscio del fatto che la sua poetica potrebbe minare la sua stessa opera, e non esita né a strizzare amichevolmente l’occhio allo spettatore cinefilo cospargendo i suoi lavori di tributi e citazioni alla storia della settima arte né a fare consapevole autocritica. Notevole, a questo proposito, Paranoia Agent (2004), unica serie nel corpus di Kon. Concentrandosi sulla realtà degli otaku, ovvero dei giovani, specie ragazzi, che rinunciano alla vita sociale per anestetizzarsi con manga, anime, e videogiochi, Kon torna a un impianto narrativo alla Perfect Blue per presentare in luce più problematica la sua stessa forma di comunicazione e mostrare un attivo occhio critico nei confronti della sua arte.

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L’immagine filmica, per quanto selezionata, non può essere la panacea dei mali della virtualità. Eppure, allo stesso tempo, è solo attraverso quell’immagine che Kon riesce a mettere in piedi un’arringa contro alcune caratteristiche di quella che Christopher Perkins, parlando del regista, definisce come “tarda modernità”: un’epoca conscia dei propri mezzi tecnologici dove le gerarchie percettive tendono a schiacciarsi sulla superficie bidimensionale di uno schermo digitale.

Kon sceglie dunque non di sporgersi oltre lo specchio, ma di fermarsi alla superficie e addentrarsi più a fondo nelle dinamiche che lo specchio governano e compongono. Ne risultano riflessi confusi e precisissimi, esplorazioni del mezzo e delle immagini affiancate sul vetro allo stesso tempo. Chi sei tu, chiedono quelle immagini. E la risposta alla domanda, con Kon deceduto prematuramente nel 2010, soffia ancora nel vento: evidente, presente; ma allo stesso tempo, eterea e inafferrabile.

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