Siberia – Il cinema come spazio dell’anima

Il percorso creativo di Abel Ferrara è senza dubbio arrivato a un punto di svolta e Siberia ne è la conferma. Giunto nei cinema italiani, l’ultimo film del regista sembra dialogare a distanza con altri suoi recenti lavori, in particolare Tommaso e Pasolini. Se in questi due ultimi film la città di Roma diveniva a suo modo protagonista di vicende sin troppo note (la morte di Pasolini) o di apologhi sul tema dell’immigrazione, Siberia – presentato in concorso al Festival di Berlino – porta lo spettatore ai confini del mondo, in uno spazio astratto che diventa luogo dell’anima.

Willem Dafoe, ancora una volta chiamato al ruolo di protagonista, interpreta un anonimo locandiere che vive sperduto fra i ghiacci, servendo da bere ai pochi viaggiatori di passaggio. La voce over che scorre sui titoli di testa ci informa di un passato conflittuale, segnato da un confronto aspro con il padre. Poi, inaspettata, la visita di una ragazza incinta accompagnata dalla madre. È questo incontro a dare il via al film, a innescare un desiderio che se non è proprio di fuga è quantomeno di ricerca di sé.

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Accompagnato dai cani da slitta, silenziosi spettatori di una vera e propria catabasi, il locandiere Clint si trova così a fare i conti con le apparizioni impreviste, fra l’onirico e l’orrorifico, di una psiche tormentata e scissa. Le esperienze allucinatorie che Ferrara mette in scena colpiscono lo spettatore prendendolo di sorpresa e arrivando in attesa come schegge impazzite. Su tutte colpisce in particolare il colloquio con il padre nella grotta oscura e inospitale abitata da figure grottesche. Una sorta di ospedale degli orrori fra Cronenberg e il primo Lynch dove però è ancora possibile (è questo, in definitiva, lo straordinario dei luoghi dell’anima) un incontro con la figura paterna che appare intriso di autentica tenerezza.

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Tutti quelli che Dafoe attraversa sono, appunto, spazi dell’immaginazione, proiezioni di desideri o di rimorsi. In Siberia Ferrara conferisce agli ambienti una dimensione mitica ma mai inospitale, fotografandoli con grande ispirazione e capacità suggestiva. Le nevi siberiane, il deserto (dove riappare, di nuovo ed inaspettatamente, il padre), i boschi rigogliosi e lo spazio domestico del confronto e del sesso sono tutti passaggi obbligati di un percorso di discesa nelle profondità dell’Io.

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Alla conclusione di questo viaggio, che non ha inizio e non ha fine, Clint ritorna al punto di partenza ma nulla è come prima. La sua locanda è misteriosamente bruciata e la figura del pesce parlante non ci dà alcuna garanzia che quanto stiamo vedendo sia qualcosa di diverso da un delirio o un sogno. Nella scena finale, però, lo sguardo verso l’alto del protagonista e l’aprirsi delle nubi livide sul cielo siberiano, sembrano offrire la promessa di un domani migliore, diverso.

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Siberia è un film tutto giocato sui territori della mente, che abbandona consapevolmente la concretezza del reale per aprirsi uno spazio Altro, metafisico. È solo qui che l’uomo può scavare nelle profondità della sua anima, affrontare i traumi del passato e fare i conti con il proprio rimosso.

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