Io amo la morte – Ritrovarsi al Nazionale di Genova

Il Teatro Nazionale di Genova si rianima grazie alla Rassegna di Drammaturgia Contemporanea con Io amo la morte, come voi amate la vita: uno di quegli spettacoli che riempirebbero le sale di questo teatro, se solo le sale si potessero ancora riempire.

Ritrovarci! Lo spettacolo più bello dichiarano i cartelloni a tinte sgargianti fuori dalla Sala Mercato, eppure questo ritorno è strato e un po’ triste. È triste sapere che lo spettacolo stasera è “sold out” e vedere però la sala per due terzi vuota, ancor più vuota della sera del 3 marzo, quando, proprio qui, andò in scena una delle ultime repliche di Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa. In quell’occasione eravamo pochi e già tutti muniti di gel disinfettante, ma non immaginavamo che davvero avremmo dovuto aspettare mesi per tornate e che ritrovarsi non sarebbe stato affatto facile.

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Fortunatamente Io amo la morte promette bene: testo contemporaneo, interpreti giovani (allievi della Scuola del Teatro Nazionale) e vicenda realmente accaduta e potenzialmente divisiva. I presupposti sono dei migliori.

Francia 2012. Mohamed Merahresponsabile di tre attentati, in cui morirono sette persone – è asserragliato nella propria abitazione e non intende arrendersi. Per trentadue ore dialoga con un agente di polizia incaricato di mediare e convincerlo a uscire allo scoperto senza ulteriore spargimento di sangue. Assistiamo così al fitto dialogo tra due giovani francesi, entrambi di nuova generazione, entrambi musulmani e desiderosi di veder riconosciuta la propria idea di fede, di mondo e di comunità.

Mohamed Kacimi
Il drammaturgo Mohamed Kacimi

Il testo, scritto dal drammaturgo algerino-francese Mohamed Kacimi, scatenò aspre polemiche quando nel 2017 fu portato in scena per la prima volta al Festival d’Avignone. Io amo la morte umanizza eccessivamente il terrorista, denunciarono i familiari delle vittime e la comunità ebraica, direttamente colpita da Merah.

«La paura era che si potesse avere pietà di un terrorista così spietato. Eppure la persona che ci troviamo davanti è un ragazzo di ventitré anni, come ce ne sono molti. Ed è proprio questo il problema che fatichiamo ad affrontare: il male ha un volto comune, ha gli occhi vispi e sognanti di un ragazzo che non incute nessuna paura.» Afferma Barbara Alesse, regista e traduttrice del testo, per la prima volta portato in Italia.

Io amo la morte ph Patrizia Lanna 2

In scena un muro sottile, costituito da un telo di plastica trasparente, separa i due giovani interpreti (Lorenzo Satta e Alessio Zirulia), per la gioia di chi pretende che d’ora in poi sul palco non ci sia contatto interpersonale. «Questo allestimento scenico sembra sia stato ideato apposta per rispettare le norme sanitarie vigenti, ma era stato concepito già prima!» Dice ridendo Alessio che insieme a Lorenzo si ferma all’uscita del teatro per raccontarci l’allestimento di Io amo la morte.

Non è facile preparare uno spettacolo in pochi giorni in un clima di grande incertezza – come quello in cui versa ora il settore culturale e, nello specifico, teatrale – e sapendo di doverlo portare in scena in una sala necessariamente semi vuota. Eppure i due giovani interpreti – costretti a recitare ciascuno nella propria metà di palco, senza vedersi quasi mai in faccia – non si risparmiano e catturano l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine, con un dialogo serrato e scandito da un buon ritmo.

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                                       Alessio Zirulia

I giochi di luce e suono, per quanto essenziali, funzionano e Alessio Zirulia, nel panni dell’attentatore, reagisce come un fascio di nervi tesi ad ogni minimo stimolo sonoro, rendendo bene la febbrile attenzione di chi sa di essere in trappola. Dall’altra parte della barricata, Lorenzo Satta, forse più libero del suo compagno nel dare vita a un personaggio necessariamente anonimo nella vicenda reale, rende benissimo l’immagine di una “figura cuscino”, come lui stesso la definisce. Gesti smorzati, imprecazioni soffocate, attenzione spasmodica, pronta a intercettare qualsiasi cambio di tono e momento di silenzio rendono bene la fatica estenuante di una trattazione che è continuamente messa in discussione.

Io amo la morte è indubbiamente uno spettacolo riuscito – grazie alla bravura degli interpreti, ad alcune sagge scelte registiche e ad un testo intenso e contemporaneo – ma non sconvolge, non costringe lo spettatore a nessuna resa dei conti, a nessun ripensamento. Mohamed Merah, “Momo” come viene chiamato sin dall’inizio, fa pena più che suscitare pietà: è goffo, disorganizzato, invoca la mamma e si dichiara francese. Lo spettacolo inizia e i due personaggi sono già in confidenza, tra i due c’è già fiducia, ma si sa fin dall’inizio che sono entrambi destinati alla sconfitta. «È il dopo che ti crea problemi?» Domanda il mediatore a Momo. No, non gli crea problemi sostiene lui mentendo: non ha nessuna paura della morte. Ma in realtà il dopo crea problema eccome, a entrambe le parti, e l’immagine, ormai classica, del ragazzo deviato da Call of Duty non basta più: quella della scheggia impazzita che spara a raffica e intanto si riprende è una storia già sentita. La banalità del male in questo caso è forse fin troppo evidente.

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Lorenzo Satta

Sarà perché non siamo in Francia e la questione terrorismo sembra toccarci meno da vicino? Sarà forse l’adattamento italiano che richiede di limare alcuni riferimenti culturali, che sarebbero incomprensibili al pubblico, e che rende la vicenda meno radicata nella società di quanto ci si aspetterebbe? La questione resta aperta. Indubbiamente sarebbe auspicabile trovare più spettacoli come Io amo la morte nel cartellone tradizionale e, forse, messe in scena ancor più divisive nel programma della Rassegna.

Chissà che questo ritrovarsi non sia l’inizio di una stagione davvero nuova in cui il teatro si incarica di incentivare il proprio pubblico al pensiero critico.

Nel caso Io amo la morte potrebbe essere un inizio.

Foto di scena ©Patrizia Lanna
Un ringraziamento particolare a Lorenzo Satta e Alessio Zirulia

 

 

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