Uroboro – Il Kung Fu è di tutti. Ma non è per tutti

Nella cornice della V edizione della rassegna internazionale di danza Resistere e Creare, tenutasi al Teatro della Tosse di Genova a dicembre (qui il nostro resoconto del festival), è stato ospitato Uroboro, opera particolarissima interpretata e scritta a due mani da Simona Ceccobelli e Sebastian O’Hea Suarez.

Si tratta di uno spettacolo che riesce a raccontare in modo originale il rapporto contraddittorio e complesso fra un maestro e il suo allievo: i due si incontrano, si scontrano e si esasperano nel corso di un’azione che è una precisissima partitura capace di mescolare e calibrare sapientemente danza, pantomima, arte marziale e clownerie.

Il teatro viene così restituito alla sua origine più fisica e corporea, senza per questo incorrere nel rischio di allontanarsi da un linguaggio che lo metta in comunione con il pubblico. Il risultato è infatti godibilissimo e per molta parte facile da interpretare: un maestro del Kung Fu viene interrotto nella sua pratica sacra e disciplinata da un dinoccolato e improbabile allievo che verrà più e più volte messo alla prova in una serie di gag, che lo vedono annaspare nel tentativo di seguire i dettami e le regole della difficile arte marziale.

Anomalia Teatro / Ouroboro

Se ci si fosse fermati a questo livello, pur rimanendo in superficie, si sarebbe assistito a una prova di maestria fisica e ritmica non comune e interessante per il giovane teatro contemporaneo, ma Uroboro è una storia bifronte.

Sotto ad un’apparenza rassicurante si trova un sottotesto più inquietante ed enigmatico: lo spettacolo si apre, viene intervallato e si chiude – in una circolarità anticipata già dal titolo – da brevi episodi nei quali le luci si abbassano e i protagonisti, ora trasformati in una rana e un coniglio, si incontrano e lottano con più violenza in un nuovo contesto dalla forte carica simbolica. Sono questi i momenti che danno conto della sfaccettata e complessa dinamica che caratterizza l’apprendimento: la trasmissione del sapere, sembra dirci Uroboro, non può essere completamente indolore per nessuna delle due parti. Perché l’allievo possa diventare a sua volta maestro dovrà lasciarsi spingere al di là dei propri limiti in un processo arduo e doloroso, ma a sua volta l’insegnante dovrà sopportare di condividere il proprio sapere, frutto di un lungo lavoro, e di fronteggiare la rabbia e la frustrazione dell’altro con la coscienza di potersi vedere superato.

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Un colpo di gong dà inizio all’azione e un colpo di gong la chiude, ma non si tratta di un reale inizio, perché lo spettacolo sembra emergere da un continuum ciclico che poi, nel momento in cui si chiude, potrebbe ricominciare con un nuovo maestro, prima allievo. Così la rana e il coniglio possono anche essere viste come le due parti di un individuo, sempre in equilibrio: dove c’è un maestro, c’è stato e c’è ancora un allievo; dove vediamo un saggio, si nasconde anche un giovane irruento e appassionato di sapere.
Questa è solo una delle possibili interpretazioni dello spettacolo, poiché la sua forza risiede precisamente nel non dare una risposta univoca, come non univoco è qualsiasi rapporto agito sulla scena o nella vita.
Se il fine del teatro è porre domande, Uroboro ci riesce con grande freschezza.

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