After Life – It goes on | Seconda stagione

«In three words I can sum up everything I’ve learned about life: it goes on», scriveva il poeta Robert Frost. Disponibile dal 24 aprile 2020 su Netflix, la seconda stagione di After Life – sempre scritta, diretta, e interpretata da Ricky Gervais – riprende da dove si era interrotta la prima, ma con una nuova domanda: è giusto andare avanti e provare ad essere felici, se la persona amata non può farlo più?

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Autocommiserazione e senso di colpa.

Tony (Ricky Gervais) è consapevole che la risposta alla domanda sia affermativa, che la vita debba necessariamente andare avanti. Ma, nonostante la consapevolezza che la sua sia solo autocommiserazione, il senso di colpa lo attanaglia. Come Calvino – che si chiedeva  perché si fosse salvato di fronte all’amico morto colpito da un fulmine -, Tony si chiede perché la moglie sia dovuta morire così presto, e lui no. Nel suo inconscio sono ancora latenti tendenze distruttive. Ci sono stati dei miglioramenti, sì, ma – caduto nella spirale dell’autosabotaggio – Tony si rifugia non solo nei video lasciati dalla moglie, ma anche in vecchi filmati che ritraggono una Lisa ancora in vita e un padre non affetto da demenza senile. La seconda stagione di After Life si barcamena nel limbo tra la fase della depressione e quella dell’accettazione del lutto, mostrandoci un protagonista ancorato al passato e apparentemente incapace di proseguire con la sua vita. Un uomo che non crede di meritare la gentilezza.

Nel carosello di eccentrici personaggi intervistati per la rivista in cui lavora, Tony rivede in qualche maniera una parte di sé stesso. In una sorta di what if, ritroviamo qui la sublimazione delle sue esperienze che nella prima stagione era avvenuta con il suicidio di un suo conoscente.

La “piccolezza” degli eventi trattati dal giornale locale risulta adatta a diventare metafora della condizione di Tony. «Fa male essere vivi», dice un’anziana signora, intervistata per aver compiuto cento anni. Un’altra signora, invece, sostiene di poter parlare con i gatti: dopo la morte della figlia, già vedova, vuole semplicemente qualcuno che la ascolti e possa capirla. La dipendenza di una ragazza dalla chirurgia estetica si riflette nella dipendenza di Tony dall’alcool.

Alla fine della stagione, un altro lutto sconvolge la vita di Tony, ma in maniera differente.  Sebbene l’esperienza sia la stessa – il lutto – è l’approccio che cambia, perché diverse sono le circostanze. Nel ricordare questa persona, gli sentiamo dire «Just because you’re unhappy, doesn’t mean you have to make everyone else miserable».

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Andiamo a prendere un caffè?

L’empatia si riconferma uno dei punti forti della serie. Tony si rivela l’uomo meno cinico al mondo, teso a riallacciare i rapporti di chi gli sta attorno. Non si cura solo di sé stesso e di riconciliarsi con l’universo, piuttosto mostra una forte comprensione nei confronti dei suoi colleghi. Ad esempio, chiedendo loro di andare a prendere un caffè nei momenti in cui percepisce che c’è qualcosa che non va.

Tony si confida con gli altri: la condivisione delle sue esperienze porta, oltre che a una sincera commozione, a un’immedesimazione tale da condurre i suoi interlocutori a vederlo sotto una luce diversa.

Sono varie le sottotrame affrontate nella seconda stagione: il matrimonio in crisi del genero Matt (Tom Badsen), che trova decisamente più conforto in Tony che nello psichiatra; la strana sensazione di compiere trent’anni e sentirsi inadeguati; superare una delusione d’amore. Ciò che hanno in comune è che Tony si sforza di mettersi nei panni degli altri.

Nel confronto con l’alterità comprende che gli individui attribuiscono importanza a cose che per lui possono sembrare insignificanti, e dà loro valore. Difatti, fa di tutto per salvare il giornale locale dalla chiusura. Cambia anche il suo rapporto con Pat, il postino, il quale – proprio con l’aiuto di Tony – intraprenderà una relazione con Roxy, una delle persone più vicine al protagonista.

Interessante come Tony provi a combinare un incontro tra Anne – la signora con cui si confida al cimitero – e il proprietario del palazzo sede del giornale. Si tratta di due persone rimaste vedove: è proprio come se Tony fosse inconsciamente consapevole della possibilità di ricostruire la propria vita. D’altra parte, sarà “il destino” a fare incontrare i due. Niente forzature, per riallacciare i fili c’è bisogno di tempo – pare suggerire questa scelta registica.

I don’t miss doing things with Lisa. I miss doing nothing with Lisa. Do you know what I mean? Just sitting at home…. Wouldn’t even have to go out, or do anything, or even talk… You know, just sitting there, knowing she was there.

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Groundhog day.

Emma (Ashley Jensen) non è intenzionata a cominciare una relazione con Tony, perché egli è troppo attaccato al ricordo della moglie defunta. Quello che le propone l’uomo è una soluzione alla Groundhog Day (Ricomincio da capo, 1993, Harold Ramis), film in cui il personaggio di Bill Murray rivive continuamente la stessa giornata, bloccato in un loop temporale. Il personaggio di Gervais sembra del resto molto affine a quello di Murray: in entrambi i casi si tratta di uomini che trovano proprio nella ripetitività una possibilità di riscatto. Let’s carry on and nothing changes, propone Tony ad Emma. Quindi, svegliarsi e rivivere lo stesso giorno. Finché funziona, finché va avanti. Finché ci si accorge di avere a fianco qualcuno con cui è bello anche non fare niente, ed è allora che si torna a vivere.

Ma è anche la seconda stagione in sé a presentare una certa ripetitività: oltre ad avere una struttura identica a quella della prima, mostra qualcosa di già visto. D’altra parte però, capita che la realtà abbia il sapore della reiterazione: a volte, anche nella vita vera, ci sembra di rivivere continuamente sempre lo stesso giorno, asfissiati dalla routine in cui ci rifugiamo per non indugiare nei nostri pensieri. Finché qualcosa scatta, e il tempo riprende a scorrere.

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A livello tecnico…

A livello tecnico, il punto forte della serie è la sceneggiatura.

La scrittura di Gervais passa da battute sagaci – la sua classica comicità -, al racconto di momenti intimi e personali costruiti con una dolcezza tale da favorire l’identificazione dello spettatore e far sembrare quegli aneddoti realmente accaduti.

La struttura della serie è del resto molto semplice. Sono pochi i luoghi della messa in scena, e a ognuno è affidato un certo tipo d’azione: l’ufficio è il luogo del sarcasmo; la casa è quello dei ricordi, del lasciarsi andare alle lacrime; il bar è il luogo di aiuti e confidenze, così come il cimitero in cui Tony trova sempre una spalla in Anna; la casa di riposo è dove assistiamo alla malattia del padre e ai momenti di confronto tra Tony ed Emma. Lo spettatore sa quasi cosa aspettarsi: eppure, proprio grazie alla scrittura magistrale, l’identificazione è immediata e la lacrima facile.

Sul finale, la macchina da presa che allarga l’inquadratura allontanandosi poi verso l’alto ci fa uscire dal mondo diegetico, riportandoci alla nostra realtà… che non è poi così dissimile da questa. La vita va avanti. «It’s not as good, but there you go».

 

 

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