Le due torri – Le storie che contano davvero

Il secondo album è sempre il più difficile. Le due torri doveva essere la parte più complicata della trilogia pianificata da Peter Jackson. Un “film ponte”, che rischiava di rimanere schiacciato tra l’inizio e la conclusione di un progetto cinematografico senza precedenti. Eppure a distanza di anni rimane il capitolo preferito del regista. Per molti, incluso l’autore di quest’articolo, il punto più alto raggiunto dalla saga de Il Signore degli Anelli.

Un risultato che si deve anzitutto alle libertà di cui godeva Jackson successivamente al primo, estenuante lavoro di world building compiuto ne La Compagnia dell’Anello. Smaltito ogni obbligo di set-up e introduzione al mondo della Terra di Mezzo Jackson si ritrova a poter sfruttare pienamente tre ore di pura narrazione. Non a caso rifiuta l’idea di inserire un prologo iniziale, come suggerito dalla New Line Cinema, optando per un’apertura in medias res assente dallo script iniziale, ovvero lo scontro tra Gandalf e il Balrog durante la caduta nelle miniere di Moria.

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In prospettiva Le due torri è il capitolo della trilogia che subisce maggiormente l’influenza del Peter Jackson degli esordi. Quel pazzo e giovane regista spuntato dal nulla nella scena cinematografica neozelandese, caratterizzato da una sfrontatissima attitudine da guerrilla filmmaking. Le perle cult horror-fantascientifiche come Bad Taste – Fuori di testa o Splatters – Gli schizzacervelli sono lontane ma è sicuramente rintracciabile il divertimento e gusto per la sperimentazione visiva di quegli esordi. Con un capitolo centrale esentato dalle costrizioni d’impostazione e conclusione della narrazione Jackson può dedicarsi maggiormente a giocare con l’immenso parco giochi cinematografico gestito da lui in cabina da regia. Che si tratti della creazione di uno dei primi attori interamente digitali della storia del cinema, oppure estendere una battaglia di una decina di pagine in una mastodontica sequenza cinematografica capace di occupare un terzo della pellicola.

Le due torri vede infatti un raddoppio del numero di effetti digitali rispetto a La Compagnia dell’anello. Il giovane regista dedito allo splatter e innamorato degli effetti speciali di Ray Harryhausen (Gli Argonauti, Scontro di titani) è semplicemente passato a sperimentare con le infinite possibilità del digitale. Un percorso che Jackson manterrà per gran parte della sua successiva carriera. A partire dalla realizzazione di un vecchio sogno nel cassetto, il remake di King Kong.

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Si tratta di un gioco al rialzo che inizia dalla narrazione stessa, passando dal singolo punto di vista che caratterizzava La Compagnia dell’anello a una divisione su tre piani narrativi. Ci sono Sam e Frodo intenti a proseguire il viaggio verso Mordor, Merry e Pipino rapiti dagli Uruk-Hai su ordine di Saruman e Aragorn, Legolas e Gimli al loro inseguimento. Tre linee narrative che si mantengono in rimpallo per l’intera durata del film, con un drastico aumento di ritmo in confronto al capitolo precedente.

Allo stesso tempo rispetto a La Compagnia dell’Anello le modifiche al materiale letterario originale sono più di natura temporale che di elisione. L’intera scalata di Cirith Ungol e l’incontro con Shelob vengono rimandate al terzo film per lasciare maggiore spazio a Jackson nella gestione dei tre piani narrativi. In particolare quello di Frodo e Sam, alle prese con il debutto di uno dei personaggi più iconici della trilogia.

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Gollum era stato visto fugacemente e con un design diverso nel film precedente ma per Le due torri si trattava di una sfida senza precedenti. Creare un personaggio digitale capace di recitare invece che limitarsi a muoversi sul set. È difficile calcolare la portata dell’enorme innovazione che Gollum ha avuto nel cinema di intrattenimento e nell’utilizzo della tecnica del motion capture. Basti solo il fatto che James Cameron si convinse a procedere con il suo Avatar solo dopo aver assistito a Le due torri. Personaggi completamente in digitale in grado di interagire con gli attori in scena erano già comparsi in passato (dal fantasmino Casper all’infame Jar Jar Binks in Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma) ma mai con questa convinzione e capacità di esprimere emozioni umane.

Uno sforzo produttivo immane e forse il singolo risultato più importante tra quelli raggiunti dalla trilogia nel campo delle innovazioni digitali. Andy Serkis era stato assunto inizialmente solo per l’interpretazione vocale ma Jackson rimase talmente impressionato dalla sua audizione da decidere di volerlo anche come interprete fisico del personaggio. In quel momento la tecnologia digitale non era ancora così avanzata da permettere di catturare i movimenti di Serkis direttamente sul set. La registrazione della performance fisica avvenne quindi sei mesi dopo la conclusione delle riprese, in un teatro di posa a parte. Jackson lo volle comunque di fronte alla macchina da presa assieme a Elijah Wood e Sean Astin, gli interpreti di Frodo e Sam. La sola presenza fisica di Serkis portava a delle migliori performance attoriali da parte loro.

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Allo stesso tempo l’enorme ambizione di Peter Jackson nel mettere in scena una battaglia con migliaia di comparse porta a grandi passi in avanti nel campo dell’animazione di folle digitali, già accennate nella scena di introduzione de La Compagnia dell’Anello. L’assedio del Fosso di Helm è un altro di quei momenti seminali capaci di segnare un intero decennio di cinema d’intrattenimento. Un’influenza visibile ancora oggi, come nel terzo episodio dell’ultima stagione de Il trono di spade, nella battaglia di Grande Inverno. Ispirandosi a Zulu, epico colossal britannico del 1964 diretto da Cy Endfield, Jackson imposta l’assedio del Fosso di Helm come un piccolo film autonomo all’interno de Le due torri. Una storia con una propria drammaturgia elaborata e un costante gioco al rialzo. Allo stesso tempo l’intera sequenza diventa il veicolo di compimento per la presa di coscienza del personaggio di Aragorn. Una Via Crucis verso l’accettazione del ruolo di condottiero a cui viene destinato.

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Le due torri è infatti un film di sacrifici e della loro presa di coscienza. La Compagnia dell’anello trattava dell’importanza delle scelte dei singoli di fronte a una responsabilità collettiva e morale, quel «decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso» detto da Gandalf a un abbattuto Frodo. Il secondo capitolo mostra cosa sia necessario per il mantenimento di tali scelte. Dove Frodo manifestava una capacità unica nel reggere il fardello del portatore grazie a purezza d’animo e mancanza di ambizioni, l’arrivo di Gollum porta nuova complessità al potere di corruzione dell’Anello. Uno specchio deformante in cui riflettersi, Gollum non è un sovrano in rovina o un ambizioso stregone, ma un semplice hobbit ridotto all’incapacità di ricordare il proprio nome nell’odio verso se stesso che l’Anello sprigiona.

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Il film centrale della trilogia pone i suoi protagonisti di fronte a quelle che potrebbero apparire semplici sfide intermedie, ombre passeggere nella moltitudine di oscurità che Frodo, Sam, Aragorn, Merry e gli altri affrontano nel corso del viaggio. La sua grandezza risiede però nell’essere il capitolo dove ognuno di loro decide di confermare il percorso intrapreso. Un percorso di cambiamento morale e accettazione di responsabilità. Il fantomatico abisso a cui consegue la rivelazione, il punto di morte e rinascita nel viaggio dell’eroe delineato da Joseph Campbell e reso famoso nei manuali di sceneggiatura. O più semplicemente, come dice Sam, quell’occasione per tornare indietro e in cui si decide comunque di andare avanti.

Come nella grandi storie, quelle che contano davvero.

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