«I can’t go back to be Jimmy McGill» | Better Call Saul – Quinta stagione

Abbiamo aspettato tanto per conoscere la storia dietro la nascita dell’eccentrico avvocato Saul Goodman. Qualcuno – qualche sconsiderato, credo – ha persino tacciato la serie di essere lenta, come se prendere il giusto tempo per raccontare in modo impeccabile l’evoluzione di un personaggio fosse una nota di demerito. E così, è successo. Il 21 aprile 2020 è andato in onda su Netflix l’ultimo episodio della quinta stagione di Better Call Saul, Something Unforgivable.

La serie, ideata da Peter Gould e Vince Gilligan e trasmessa in America su AMC, è iniziata nel 2015 come spin-off e prequel della celeberrima Breaking Bad, e – come lascia intendere il titolo – è incentrata sul personaggio di Saul Goodman, all’anagrafe Jimmy McGill.

Ci avviciniamo ora alla fine della serie, che si concluderà con la prossima stagione. Quest’arco narrativo ha (quasi?) portato a compimento la transizione da Jimmy McGill a Saul Goodman, spinta anche dal contatto sempre più diretto con il cartello. Già nel primo episodio, l’uomo afferma: «I can’t go back to be Jimmy McGill».

E come ci aveva già mostrato la parabola di Walter White, mi sento di dargli ragione.

Un gelato mangiato dalle formiche. 

Dopo la mosca di Breaking Bad, ora tocca alle formiche.

Alla fine dell’episodio 50% Off, Jimmy – incalzato da Nacho Salamanca a salire in auto – lascia cadere a terra un cono gelato al gusto menta e cioccolato. Lo ritroviamo in apertura nell’episodio successivo, The Guy For This, ricoperto di formiche. La regia si sofferma minuziosamente sui loro movimenti, con una precisione che ha il sapore del documentario naturalistico. Le formiche rosse si affollano caoticamente sul gelato. Particolare attenzione viene rivolta alla “scalata” di una singola formica che raggiunge la punta del cono. Ma ecco che, quando Jimmy riesce a tornare nel punto in cui era stato prelevato, del gelato è rimasto ben poco: divorato dagli insetti, della sua forma originaria non resta più niente. 

Quali interpretazioni possiamo fornire alla scelta registica di prestare una tale attenzione alla combo gelato-formiche? Il simbolismo utilizzato può sicuramente fornire una chiave di lettura al venturo arco narrativo del personaggio di Saul Goodman.

Una prima interpretazione vede le formiche come simbolo della malavita, indicando quindi come la trasformazione in Saul preveda il suo “assalto” da parte del cartello. Il “corpo” di Jimmy – la sua innocenza –  viene divorato dalle formiche, e quel che ne resta è Saul Goodman: una buona paga basta ad allontanare i suoi dubbi etici.

Inoltre, c’è un altro personaggio completamente divorato dalla malavita. Mi riferisco ad Ignacio “Nacho” Varga: il giovane si trova tra due fuochi, Lalo Salamanca e Gus Fring, e uscire dalla linea di tiro si rivela per lui più difficile del previsto.

Ma c’è di più. La musica scelta per la sequenza è uno yodel, tradizionalmente la musica degli Alpini. Da questo punto di vista, il gelato è un monte da scalare. Chi è la formica in cima? Forse lo stesso Saul Goodman, moralmente corrotto ma all’apice del successo, e destinato alla distruzione? Possibile che sia anche un riferimento all’episodio Alpine Shepherd Boy della prima stagione, e di conseguenza al fratello Chuck: due storie di successo in antitesi, ma entrambe con un finale disastroso.

Comunque scegliate di vedere il gelato, pare significativo come, nell’ultimo episodio, Jimmy rifiuti di mangiare il gelato alla menta offertogli da Kim – Actually, leave off the mint chip.

Justice Matters Most VS Just Make Money.

JMM è il settimo episodio, ed è qui che le cose cominciano a farsi davvero intense: l’arresto di Lalo Salamanca genera una spirale di eventi che culmina nel finale di stagione. Le iniziali di Jimmy sulla valigetta regalatagli da Kim – che lui dice essere il suo motto, Justice Matters Most, vengono stravolte da Lalo in una lettura quantomai profetica: Just Make Money.

La strada per l’inferno è lastricata da buone intenzioni, si suol dire. Ma, intrigato dalla grande possibilità di guadagno, Saul sembra non lasciare spazio nemmeno alle buone intenzioni.

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Eppure, qui Jimmy è ancora a un crocevia: è emblematico il suo volto desolato e contratto nel vedere in lacrime la famiglia dell’uomo assassinato mentre difende Lalo in tribunale; così come lo è il suo riflesso “deforme”: due metà dello stesso uomo che non coincidono più.

Bagman.

A mio avviso, il miglior episodio della stagione. L’evento traumatico che si trova a vivere Jimmy sancisce una volta per tutte il suo ingresso nel mondo che sarà la sua rovina. L’incontro con Mike Ehrmantraut è fondamentale per la sua sopravvivenza, non solo fisica ma anche mentale.

Ambientato quasi totalmente nel deserto, l’episodio acquisisce una rilevanza particolare anche grazie al color grading. Il colore è sempre stato importante, tanto in Better Call Saul quanto in Breaking Bad: qui la scelta delle tinte, assieme a quella delle inquadrature, riesce a veicolare il predominio del deserto e la lotta per la sopravvivenza.

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Is Kim “breaking bad”?

Gli ultimi, tesissimi minuti di Bad Choice Road hanno visto Kim Wexler fronteggiare coraggiosamente Lalo Salamanca.

Se da una parte l’abbandono dello studio legale – e quindi dell’ingente caso di Mesa Verde, che ha creato non pochi problemi in questa stagione – per dedicarsi completamente all’attività di avvocato pro bono configura Kim come una donna dai sani principi, dall’altra la proposta di rovinare Howard alla fine dell’ultimo episodio sembra ribaltare la situazione. Ci siamo abituati a vedere Kim come l’ancora di salvataggio di Jimmy, l’unica persona capace di farlo tornare sulla giusta strada, disposta a tutto pur di aiutarlo. Ma una volta intrapresa la Bad (Choice) Road, pare che anche Kim ne risulti travolta e non riesca a uscirne. Che stia iniziando a “sbroccare”?

In Breaking Bad, Saul confessa a Walter White di aver divorziato due volte. A una delle due si accenna poco prima del matrimonio “senza pretese” tra lui e Kim. L’altra deve riferirsi necessariamente a Kim, per cui viene spontaneo chiedersi: cosa le succederà nella prossima stagione?

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It’s all good, man.

A scherzare sull’assonanza del nome Saul Goodman con l’espressione “It’s all good man” è Hank, nel terzo episodio della stagione. L’apparizione dell’agente della DEA durante l’interrogatorio a Krazy-8 è uno dei primi momenti in cui Jimmy si trova sul serio a fare i conti con la sua nuova identità.

Partendo dal crearsi una clientela tra i “pesci piccoli” con la promessa di uno sconto del 50%, arriva ad essere “amico del cartello”, e al contempo a inimicarsi Lalo Salamanca. Ora Saul – come ci aveva preannunciato lui stesso, ancora inconsapevole – non può davvero più tornare ad essere Jimmy McGill.

Ma “it’s all good, man” è anche una formula efficace a descrivere l’andamento generale della penultima stagione.

Il paragone con la serie madre risulta spesso inevitabile. I ritmi sono diversi da quelli di Breaking Bad, sebbene questa stagione – tra le cinque – sia quella che vi “somiglia” maggiormente. Ritmi più lenti, sì, ma ogni cosa è esattamente al suo posto, ogni inquadratura – con le sue simmetrie, il controluce, il particolare angolo di ripresa, i campi lunghi, i giochi di riflessi – è esattamente dove dovrebbe essere. 

Ottimo equilibrio tra le vicende di Saul e quelle di Gus e Mike – che riceve sempre più lo spazio che merita, configurandosi spesso come l’ago della bilancia – nella lotta contro Lalo Salamanca, così come ottime sono le performance attoriali di Bob Odenkirk, Rhea Seehorn, Jonathan Banks, Giancarlo Esposito e Tony Dalton.

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Sul finale, il piano architettato da Gus Fring si rivela una carneficina. Ma l’episodio conclusivo non è solo “fuochi d’artificio”. La stagione, del resto, si chiude nella stanza di hotel in cui si trovano Jimmy e Kim: un finale anticlimatico, che non può evitare di fare i conti con il portato emotivo delle loro ultime esperienze.

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