Il cortometraggio in 3D di Wim Wenders in omaggio a Edward Hopper

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Wim Wenders, in occasione della mostra primaverile della Fondation Beyeler dedicata a Edward Hopper (1882-1967), realizza un cortometraggio a tributo dell’iconico pittore americano intitolato Two or Three Things I Know about Edward Hopper e prodotto da Road Movies (già produttrice di pellicole di Wenders come L’amico Americano, The End of Violence – Crimini invisibili e Don’t Come Knocking – Non bussare alla mia porta), visionabile in 3D in una sala dedicata nello spazio del suggestivo edificio della Fondation Beyeler, ideato da Renzo Piano.

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La mostra, che ha preso il via il 26 gennaio e si protrarrà fino al 17 maggio 2020, vede una raccolta di oltre sessanta capolavori eseguiti tra il 1909 e il 1965, tra dipinti, disegni e acquerelli per la prima volta esposti nella Svizzera tedesca e provenienti da importanti istituzioni e collezioni private, su tutte il Whitney Museum of American Art di New York, che vanta la più grande collezione di lavori Hopper del mondo. L’obiettivo del rinomato museo di Basilea è di offrire al pubblico una visione ampia e organica dell’approccio di Hopper alla rappresentazione del paesaggio americano, non solo urbano; un tema che finora non è stato quasi mai al centro delle iniziative dedicate a Edward Hopper, ma che pure riveste un’importanza fondamentale per la comprensione e ricezione delle sue opere.

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Il famoso regista e fotografo teutonico Wim Wenders, esponente di spicco della corrente cinematografica del Nuovo cinema tedesco, con il suo film cortometraggio (nato da un viaggio attraverso gli Stati Uniti) riesce nell’impresa di immergere lo spettatore nei dipinti dell’artista, condensando in esso il tipico “American Spirit” del pittore statunitense. Come già sperimentato nel film Pina, dedicato alla coreografa e ballerina Pina Bausch, Wenders si avvale qui delle tecnologie 3D per far vivere appieno agli spettatori alcune delle scene rappresentate nelle opere di Hopper. «I suoi quadri attirano verso l’infinito e io ho con le riprese in 3D ho cercato di riprodurre questa sensazione. Mi piace molto lavorare con il 3D. A differenza della fotografia che è a 2D, il 3D permette di vedere molto più con il cervello, ampliando il nostro spettro sensitivo e percettivo» ha dichiarato il regista in conferenza stampa, parlando del progetto cinematografico.

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Il regista tedesco firma così una micro-fiction all’interno di alcuni dipinti storici di Edward Hopper, provando ad immaginare le storie dei personaggi ritratti, animando a suo modo alcune delle immagini create dall’artista, mettendo in relazione la pittura, il cinema e le nuove possibilità offerte dal 3D. Il risultato è un film dove non si pronuncia una parola. Solo il suggerimento di un dramma tra l’addetto alla pompa di benzina – in giacca e cravatta, accanto alle tre pompe di benzina rosse più famose al mondo – e una donna che viene a fare il pieno alla sua sontuosa Cadillac. Come nei dipinti di Hopper, l’azione, il vero soggetto della finzione, è fuori portata, fuori cornice. E sta a noi spettatori inventare la storia.

«Avrei girato un film di 5 o 6 ore da quanto materiale creativo avevo a disposizione ma alla fine sono riuscito a riassumere una idea di progetto anche in questo corto. La cosa che più mi colpisce della pittura di Hopper è che osservando i suoi quadri sembra sempre che debba accadere qualcosa che poi alla fine non accade mai. Riesce a creare una tensione, il che significa che come spettatori, vogliamo sapere cosa accadrà dopo. E di solito non abbiamo questa sensazione nella pittura. Proprio questa tensione e attesa che lo spettatore deve interpretare e immaginare è la forza dell’opera di Hopper» spiega Wenders, fin da subito entusiasta del progetto. In questa microfiction c’è tutto il fascino del cineasta tedesco per l’universo pittorico di Edward Hopper.

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Un universo pittorico, quello di Hopper, che è stato molto influenzato dalla Settima arte. «Di fronte ai dipinti di Edward Hopper – racconta Wenders nel cortometraggio – ho sempre avuto la sensazione che fossero frame di film mai realizzati». La pellicola infatti sottolinea in maniera poetica e commovente non solo quanto il cinema debba a Hopper ma anche quanto lui stesso ne fosse affascinato. Ciò non sorprende: Hopper è stato un grande appassionato di cinema, nato nel 1882, tre anni prima della sua invenzione. «Non solo, l’artista andava molto spesso al cinema – afferma Wenders – alle volte ogni giorno per intere settimane, soprattutto quando non sapeva più cosa raffigurare, secondo quanto riferisce un amico. La mia “installazione” in 3D Two or Three Things I Know about Edward Hopper tratta proprio di questa circolarità. Un pittore suggestionato da film dipinge quadri che a loro volta finiranno per influenzare i cineasti».

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È palese come il mondo filmico influenzi le opere del pittore nativo di New York, in particolare la luce artificiale degli studi (Murnau, Fritz Lang, i film americani in bianco e nero degli anni ’20 e ’30), gli effetti del basso angolo, le prospettive distorte con uomini e donne soli. Per Wenders, Hopper, tra i pittori, è il più cinematografico, perché prende in prestito i codici della Settima arte: «La luce in Hopper è molto cinematografica. Fa inquadrature che non conosciamo in pittura. Improvvisamente c’è un pittore che prende l’inquadratura del cinema».

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Ma dalla fine degli anni ’50 e ’60 accade il contrario: Hopper, nutrito dal cinema, diventa ispirazione per la Settima arte. Fra i celebri esempi di tale influenza abbiamo Alfred Hitchcock, ispirato da House by the Railroad – Casa Vicino alla Ferrovia e Windows at night – Finestre di notte rispettivamente per Psycho e La finestra sul cortile. Lo ritroviamo ne Il grido, di Michelangelo Antonioni, con una stazione di servizio sperduta su di una strada nel mezzo del nulla. Più tardi, Terence Davis ricrea l’atmosfera strana e inquietante delle tele di Hopper per il suo film The Neon Bible – Serenata alla luna, Todd Haynes crea repliche di scene dalle tele di Hopper, Jim Jarmush in Stranger Than Paradise – Più strano del Paradiso e Broken Flowers si riferisce alla sensazione di incomunicabilità che tormenta i dipinti di Hopper, David Lynch in Mulholland Drive gira scene con donne bionde sole nella loro stanza, proprio come rappresentato nei dipinti di Hopper, Kevin Costner in Balla coi lupi si immerge in classici paesaggi simili a quelli del pittore.

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È però soprattutto il cinema di Wim Wenders che si è fuso nel mondo di Hopper. Possiamo ravvisare ciò ne L’amico americano e in The End of Violence – Crimini invisibili dove ricrea l’esatta replica del bar dell’iconica tela Nighthawks, in Don’t Come Knocking – Non bussare alla mia porta e in Paris, Texas, entrambi attraversati dalle visioni di Edward Hopper, con i suoi paesaggi urbani di un’America che va alla deriva nella modernità e sprofonda in una solitudine esistenziale. «Sono sicuro che ha letto Sartre e Camus. Nella sua pittura trovo questa filosofia esistenziale, che non esiste in nessun altro dipinto: queste persone molto sole, isolate e questa sensazione che provavo quando da giovane leggevo Camus, lo trovo nelle immagini di Hopper».

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Con effetti speciali limitati alla sua tela e ai suoi pennelli, Edward Hopper è riuscito a iscrivere nel cinema e nella nostra immaginazione, l’immagine, la visione di un’ America perseguitata dalla solitudine e da una malinconia sempre contemporanea. Con il suo cortometraggio, Wim Wenders riesce a trasmetterci tutto questo in quattordici fantastici minuti.

Di seguito il trailer di Two or Three Things I Know about Edward Hopper:

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