Hopper secondo Serra: in silenzio «con lieve cuore»

Cornice, telaio, struttura, intelaiatura, corpo, ossatura, forma, armatura, infisso, corporatura. In inglese: Frame. Il nuovo lavoro di Alessandro Serra, ideatore e regista che cura anche scene, luci, costumi dello spettacolo, non può essere riassunto se non attraverso il suo stesso titolo, che tradisce la natura complessa e semplice allo stesso tempo dell’opera.

Dopo l’acclamatissimo Macbettu (Premio Ubu 2017 come miglior spettacolo dell’anno), Serra pone a se stesso un obiettivo ugualmente arduo: creare una pièce ispirata all’universo pittorico di Edward Hopper (1882-1967), originalissimo pittore americano i cui dipinti hanno segnato un’epoca.

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Cinque corpi si alternano sulla scena, si intrecciano a volte, interagiscono lievemente, non dicono una sola parola. Lo spazio è crudo, asettico, tagliato da un riquadro rettangolare ricavato nella parte sinistra del fondale, con vista su di un nero impenetrabile. La vera protagonista, se proprio si vuole cercarne una, è la luce. Il suo modificarsi, il suo spostarsi, il suo plasmarsi, il suo stagliarsi sugli oggetti come sui soggetti, indifferentemente. Frame è uno spettacolo di difficile codificazione, ma di semplice ed efficace messaggio. I quadri (è proprio il caso di dirlo) si susseguono come singole esalazioni di vita, che non rappresentano nulla se non l’interiorità. Hopper ammise: «non dipingo quello che vedo, ma quello che provo».

Serra riesce egregiamente a mantenere fede agli intenti del pittore americano, attraverso una forza creatrice che anima i personaggi dalle tele trasponendoli sulle assi del palcoscenico. In tal senso, particolarmente efficace risulta la formula del teatrodanza che, attraverso i movimenti scenici ed il silenzio degli attori, dona alla rappresentazione una forte carica emotiva – proprio di Hopper è stata data, non a caso, la definizione di pittore che sa “dipingere il silenzio” – attraverso la quale lo spettatore è pervaso da un forte senso di solitudine e melanconia, venendo posto di fronte ad una riflessione aperta ma ben indirizzata sul tema dei rapporti interpersonali, tema fondante dell’arte teatrale e quindi, di riflesso, anche della vita di fuori.

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È così facendo che, da un intento prettamente rappresentativo, la riflessione teatrale del regista trascende e travalica l’ambito strettamente teatrale arrivando ad abbracciare una sfaccettatura esistenziale, emotiva, seppure mai psicologica. La delicatezza e la dolcezza contraddistinguono un approccio di questo tipo, lasciando al pubblico un’amorevole e commovente celebrazione dell’umanità, riassunta alla perfezione nella citazione di Hugo Von Hofmannsthal e tradotta da Cristina Campo, in posizione iniziale nelle note di regia: «Con lieve cuore, con lievi mani, la vita prendere, la vita lasciare».

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