La notte dei morti viventi – L’alba di un genere | Romero 80

Il 1968 è un anno simbolo per la cultura occidentale: l’esplodere della contestazione giovanile e la presa d’atto di una nuova generazione che chiede riconoscimento segnano il tramonto della prima fase della Guerra fredda e l’inizio di una nuova, controversa stagione. Anche il cinema americano si fa ricettivo nei confronti di questo nuovo clima e comincia un lungo processo di ripensamento narrativo e formale che culminerà nella cosiddetta New Hollywood. È un processo lungo e complesso, che coinvolge non soltanto il cinema d’autore, ma anche (se non soprattutto) il sistema dei generi. È in questo contesto che George Romero mette mano a La notte dei morti viventi, con il quale debutta, segnando un punto di non ritorno per l’horror contemporaneo.

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Molto si è scritto sulla fortuna che la figura dello zombi ha avuto dopo il film di Romero (anche attraverso i seguiti firmati dal regista stesso). Ma bisogna anche segnalare la spiccata modernità di questo lavoro che ancora oggi riesce a stupire per il senso estetico inscritto nelle sue immagini. Il bianco e nero ossessivo di Romero è quello di un mondo già disfatto ma ancora inconsapevole del proprio destino e racconta di un Occidente che deve affrontare il rimosso delle proprie azioni (politiche, sociali etc.). Più ancora che nei successivi film (penso ad esempio a Zombi e a Il giorno degli zombi), è qui che il regista affida alle immagini un discorso di aspra critica sociale nei confronti di un Paese che non ha ancora imparato a vedere nel cinema horror il riflesso distorto del proprio presente.

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Conta poi molto che questa verve polemica Romero la esprima con un’estetica precisa e con un linguaggio fortemente innovativo. Sì, perché se l’incipit poteva ancora lasciar pensare ad atmosfere gotiche (il cimitero, le tombe etc.), ben presto ci si rende conto di come l’orrore non possa più essere confinato in un altrove più o meno indefinito, ma sia in qualche modo sceso in strada, irrompendo (come un virus!) nella quotidianità. In questo senso La notte dei morti viventi è anche l’atto di nascita del cosiddetto “realist horror”, anticipando di molto film come L’ultima casa a sinistra e Non aprite quella porta.

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La prospettiva da cui Romero pare guardare al suo tempo è senza speranza. Il clima asfittico che si respira nella casa dove i protagonisti si asserragliano per resistere all’assalto degli zombi è quello di un paese che sembra aver smarrito i suoi punti di riferimento. La casa, luogo della cura e del rifugio, diventa una trappola inospitale, incapace di contenere il diffondersi del morbo. La società è del tutto assente (le poche notizie arrivano soltanto dalla radio e sono frammentarie e in qualche modo “fuori tempo”) oppure agisce tardi e male (il finale, tragico e amaro).

Anche il gruppo di personaggi che Romero elegge a protagonisti è in qualche modo disfunzionale: è in questo aspetto che si coglie soprattutto l’insopprimibile vena politica del film, che adoperando la figura dello zombie si rivela in grado di mettere in stato di accusa miti, riti e idiosincrasie del mondo occidentale. Il non morto che riemerge dalla tomba è qui anche il simbolo di una moltiplicazione dell’uguale, dell’uomo massificato che assorbe il diverso contagiandolo fino a replicarlo oppure eliminandolo fisicamente (e di nuovo, forse, anticipando il Carpenter di Essi vivono).

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La notte dei morti viventi rimane il più classico dei film di Romero proprio per questa sua capacità di diventare modello esplicito o riferimento necessario per tutto il cinema horror successivo. Pochi film hanno avuto questa capacità, che appare tipica del cinema più ispirato e capace di leggere in filigrana lo spirito dei tempi. Lo stile incisivo e tagliente, con la prevalenza di inquadrature oblique e un montaggio a tratti vorticoso sono stati in grado di costruire un nuovo modo di raccontare la paura, più attuale e problematico. E di questa visione moderna dell’orrore non siamo soltanto tutti figli, ma anche e soprattutto profondi debitori.

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