Zombi – Uccidi, ma soprattutto consuma | Romero 80

«Nobody ever said art had to be in good taste»

Chi ha detto che l’arte deve sempre essere di buon gusto? rifletteva Roger Ebert in un intervento del 1979 a proposito di Zombi (1978), il film del momento. Un bel momento. Il titolo originale sarebbe per la verità Dawn Of The Dead (l’alba dei morti), sequel fortunatissimo e molto popolare dell’altrettanto fortunato e popolare La Notte Dei Morti Viventi (1968). La necessità di riflettere sul film da parte di una voce così prestigiosa tradisce al di là di ogni dubbio la portata e la consistenza bilaterale (pubblico e critica) del successo di un horror multiforme e trasversale che da più di quarant’anni partorisce in egual misura shock fisici, perturbazioni emotive e stimoli intellettuali. Pure, in tutta la sua lapidaria carica di verità e provocazione, la citazione di Ebert scelta in apertura racconta solo metà della storia. Perché è indiscutibile che nell’orgia di carne putrefatta e nel sapore acre di decomposizione ambulante è racchiuso a suo modo un rifuto della gradevolezza, elegante e un pò laccata, canone della rappresentazione artistica standard (non solo al cinema!). Allo stesso modo potremmo sviolinare con insistenza sul livello di sofisticazione necessario a Zombi per intrecciare nel suo tessuto connettivo solida ambizione d’autore, concessione allo spettacolo mai autoreferenziale e freschezza di genere. Tutta colpa del regista (e sceneggiatore). Maledettamente bravo. Ci ha lasciati qualche anno fa, e per il momento non si segnalano avvistamenti. Si chiamava George A. Romero

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Prima regola del buon narratore: se il tuo mistero è interessante, non perdere tempo a chiarirlo. In effetti, Romero non spreca un minuto a spiegarci il perché della bizzarra epidemia dai toni piacevolmente cannibalistici che infesta la nazione. C’è, e basta. E se qualcosa merita di essere mostrato, è piuttosto il modo con cui due umanità, una putrescente, l’altra morta ma vivente, affrontano lo stesso scomodo interrogativo: nel momento in cui tutto crolla e niente ha più senso, cos’è veramente importante? Il punto è che Zombi non soltanto pronuncia la domanda da un milione da dollari, ma ha anche la sfrontatezza di suggerire una risposta. Il film risponde per ognuno dei quattro umani superstiti scelti come protagonisti, due SWAT, un controllore del traffico aereo, una professionista della tv. Risponde, per la moltitudine zombie che mossa da un invincibile istinto si raduna attorno a un centro commerciale (Monroeville Mall, Pennsylvania) perché, spiega un personaggio, «questo centro commerciale era un posto che aveva un significato per loro, quando erano vivi» (tra l’altro e non troppo casualmente eletto rifugio dai nostri eroi). Infine, risponde per ciascuno di noi. La nuova società emerge dalle ceneri della vecchia e mantiene un curioso tratto di continuità con il passato, la sua instancabile e ridicola ossessione consumista. Ma sarebbe riduttivo liquidare la carica satirica di Zombi alla stregua di un graffio, ben assestato, ma a una dimensione. Il film sorprende per la sua capacità di combinare registri e sovrapporre ambizioni. Sopra le righe e conciso, rapido ma niente affatto superficiale, piacevolmente perverso e molto buffo. L’umorismo è sottile e a suo modo intellettuale ed è difficile non mantenere un sorriso di retrovia anche al culmine dell’orrore più cieco e nichilista.

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La parodia, il trattamento di una  materia scivolosa con sottofondo umoristico, opera su più livelli. Zombi mette in discussione tutto ciò che per l’uomo ha importanza. La religione, che nell’ora della verità più decisiva non ha alcuna risposta sensata da offrirci, tantomeno una consolazione. La famiglia, un puro costrutto sociale. La scienza che fa del suo meglio, ma non basta. I media, che propagano un caos urlato e senza senso, distillato in parti uguali di disinformazione e verità da quattro soldi. E il cuore umano. Teatro, per dirla ancora con un personaggio del film, dello scontro centrale, quello dell’uomo con sé stesso. Il gioco di specchi altamente morale proposto da Romero con il suo film gira attorno allo zombie per raccontarci qualcosa di molto più importante sull’uomo. Perché il morto vivente, a modo suo, risponde all’impulso coerente e immutabile di una natura mostruosa. Non può fare a meno di barcollare mangiandoci perché questa è la sua natura, come per lo scorpione del famoso proverbio. Ma l’essere umano, con il suo pollice opponibile, le sue pretese di coscienza e raziocinio, risponde al momento della verità trincerandosi nel suo egoismo. Attaccando il suo simile, e il diverso. E soprattutto, consumando.

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Come prodotto di un certo tipo di cinema americano anni ’70, Zombi nasce al punto d’intersezione fra la disinvoltura di un pensiero d’autore che non sacrifica allo spettacolo pur di raggiungere l’obiettivo, un pubblico aperto alla novità e un sistema produttivo disponibile al rischio. Girato nell’arco di tre mesi tra la fine del 1977 e il principio del 1978 sotto l’egida della Laurel Entertainment, il film parla anche italiano. La collaborazione è anomala ma efficace, alchimia di paurosissimi sguardi. Reduce da più o meno un decennio di successi in bilico tra thriller-horror e horror puro culminati nella doppietta assassina Profondo Rosso/Suspiria, Dario Argento, – che di Romero è amico collega e pure estimatore -, lega il suo nome a Zombi in tre modi diversi. Smuovendo le acque e procacciando finanziatori, ottiene in cambio i diritti per la distribuzione europea del film nonché la possibilità di intervenire sul montaggio (la versione europea dura poco meno di due ore perdendo dieci minuti circa rispetto a quella americana). Offrendo consulenza in sede di sceneggiatura. Il film, ricordava con piacere Romero, è stato scritto a Roma tra un piatto di pasta e l’altro proprio su invito del collega italiano. Infine raccomandando, forte dei recenti successi, il prog rock dei Goblin per la colonna sonora.

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La capacità di cogliere l’essenziale è cosa apprezzabile. Il titolo scelto per la versione italiana del film non lascia spazio a equivoci ma nel farlo svilisce un po’ il senso dell’impresa di Romero, che nella scansione temporale dei vari capitoli della trilogia originale, notte (Night Of The Living Dead) alba (Dawn Of The Dead) e giorno (Day Of The Dead), delineava le coordinate  di una minaccia e di una visione sempre più inquietanti e brutali. Limite che non incide sul film in sé, perché il graffio satirico e la visceralità di Zombi reggono il confronto con l’ingombrante predecessore, irrobustendone il discorso tematico, perfezionando le interpretazioni e aggiornando il look.

 

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