Show, don’t tell #4 | Il linguaggio: i Gordi e il terreno fertile

Show, don’t tell è una rubrica sulla drammaturgia contemporanea che si articola in quattro sezioni: 1- personaggi: drammaturgia che ha il suo cuore nella caratterizzazione dei protagonisti; 2- riscrittura: drammaturgia basata sulla rielaborazione di testi già esistenti; 3- trama: drammaturgia incentrata sulla concatenazione di eventi; 4- linguaggio: drammaturgia costruita su canali comunicativi eccentrici, anche non verbali.

Il quarto appuntamento è dedicato alla compagnia Teatro dei Gordi, formatasi alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, e dal 31 gennaio 2020 impegnata in una tournée che avrà inizio all’Arena del Sole di Bologna.

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Quella del linguaggio è probabilmente la questione attorno alla quale la ricerca teatrale contemporanea si è maggiormente arrovellata. L’Atto senza parole di Samuel Beckett ha definitivamente impegolato nella faccenda anche i drammaturghi, mettendoli davanti alla possibilità di scrivere un testo teatrale senza battute.
Interrogato da Eugenio Barba, Jerzy Grotowski rispose che il teatro può esistere anche senza testo sottolineando come «nell’evoluzione dell’arte teatrale, il testo è stato uno degli ultimi elementi ad essere introdotto. […] Se lasciamo recitare gli attori a soggetto, come nella Commedia dell’Arte, la rappresentazione risulterà buona anche se le parole non saranno pronunziate chiaramente, ma solo biascicate». In un altro passaggio dell’intervista, Grotowski auspica «un teatro che si serva di un linguaggio elementare di segni e suoni, comprensibile oltre il tessuto semantico della parola». Quello di cui parla il maestro del Teatro Laboratorio è il linguaggio universale del corpo, un corpo allenato ad una comunicazione totale con lo spettatore.

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Quello proposto dai giovani attori della compagnia Teatro dei Gordi, vincitrice del premio Hystrio Iceberg 2019, è un teatro che per lo più fa a meno della parola. Tanto Sulla morte senza esagerare quanto il più recente Visite sono spettacoli totalmente incentrati sulla dinamica della partitura fisica e sulla mimica di gesti e microgesti, oltre che sull’utilizzo peculiare delle maschere di cartapesta.
Sulla morte senza esagerare, vincitore, tra gli altri, del premio Scintille 2015, è una parabola sospesa: sulla soglia tra questo mondo e il prossimo, la Morte attende i suoi avventori su una panchina, in un momento in cui sembra aver perso qualunque entusiasmo per il proprio lavoro. Al suo cospetto si presentano vittime di incidenti, escort festaiole, anziani mariti e aspiranti suicidi, e il tono della narrazione rimane sempre, per l’appunto, sospeso tra tragico e grottesco. I personaggi non hanno bisogno di parlare, perché a esprimere le loro emozioni ed esigenze sono le maschere, ispirate alle opere del pittore tedesco Otto Dix, che, proiettate costantemente nello sguardo degli spettatori, fondendosi con i corpi di chi le indossa, finiscono per determinare anche i più piccoli movimenti compiuti dagli attori. Maschere e gesti in uno spazio scenico semplice e definito, una passerella che conduce da una quinta all’altra: con questo campionario di elementi i Gordi raccontano la frustrazione, il fallimento, la reiterazione sfiancante che spinge anche la Morte a optare per il pensionamento.

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Più raffinato dal punto di vista drammaturgico è senz’altro Visite. Nel primo atto lo spazio scenico è una camera da letto, in cui la vita di due sposi è giocosamente invasa dagli amici che ne fanno parte. I personaggi si muovono sulla scena come acrobatici ingranaggi di un orologio pluridimensionale che scandisce la loro esistenza tra festeggiamenti e gelosie, risate e lacrime. Come nel suo significato etimologico il dramma scaturisce da un movimento, che in questo caso è proprio quello fisicamente eseguito dagli attori, capace di caratterizzare l’evoluzione di ciascun protagonista.

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A metà spettacolo, i due coniugi sono giunti insieme alla vecchiaia, e quindi alla straziante necessità di separarsi. A segnare il passaggio verso quello che potremmo definire un secondo atto, è innanzitutto la comparsa delle maschere, le cui rughe ci raccontano l’esito di un lungo viaggio, come strade di una mappa. Quando poi uno dei due protagonisti è costretto a rimanere da solo, la camera da letto viene incellofanata, il fondale sparisce e ci si ritrova, a perdita d’occhio, nella profondità diafana di un ospizio. Qui si mette in moto una nuova giostra, in cui gli anziani protagonisti si contendono la poltrona più comoda, rubano caramelle e leggono poesie. Un’ultima visita, probabilmente dell’unica rimasta tra gli amici della prima ora, offrirà alla protagonista la possibile liberazione.

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Come si evince soprattutto da Visite, assenza di parole non corrisponde ad assenza di storia: pur nella sua semplicità, la vicenda raccontata tocca le corde più intime dell’anima, quelle che vibrano ogni volta che ripensiamo a un amico lontano o a una persona che non c’è più. Sentimenti di questo tipo difficilmente possono essere espressi a parole: nel pronunciarle ci sentiremmo sciocchi, melensi, banali; ma vederli prendere forma sulla scena, in una capriola sul letto, o nell’espressione arcigna di un nonno, costituisce il più fertile dei terreni narrativi, quello che percorre a ritroso la storia delle nostre vite.

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