Jojo Rabbit: pervasione e perversione

È ancora possibile parlare di nazismo al cinema, senza risultare banali, pietosi o voyeuristici, cioè interessati solo al lato tragico e ultra noto delle vicende? Sembra questa la domanda alla quale Taika Waititi tenta di rispondere con la sua ultima fatica cinematografica. Jojo Rabbit è un prodotto molto classico, quasi didascalico nella sua progressione e talvolta pure prevedibile. Ma se accantoniamo per un attimo la semplice esegesi contenutistica, per dare risalto agli elementi di novità del film, ci troviamo di fronte a un prodotto brillante, attuale e senza dubbio geniale.

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Uno dei motivi della riuscita del film, sono le risate, centellinate al millimetro e mai banali. Jojo non è un film divertente ma che a volte fa divertire. Il contrasto tra le parti comiche e quelle drammatiche è semplicemente delizioso.

La storia si articola su due livelli: uno intimo, straniante e quasi onirico, sebbene mai psichedelico; l’altro più immediato e tangibile. È bene sottolineare però come entrambi i livelli siano equidistanti dalla realtà fattuale che circonda i protagonisti e che anzi, quando essa si rivela timidamente e gradualmente al pubblico, lo fa non senza lasciare delle crepe sensibili alla struttura generale della storia. Si tratta di una scelta voluta del regista neozelandese, avvertibile in special modo in cali anche bruschi di ritmo nei momenti salienti della trama, veri e propri momenti di passaggio e di crescita dei personaggi.

Proprio i personaggi si rivelano la forza trainante di un film che rischiava appunto di essere “l’ennesimo film sul nazismo”. Waititi sceglie volutamente di allontanarsi, a volte, dalla verità storica (senza per questo che ne esca un film storicamente inaccurato) per dare risalto agli aspetti squisitamente antropologici. Nel vedere come Waititi delinea i vari personaggi e le loro vite, vengono in mente le parole di Marc Bloch quando affermava che <<l’oggetto della storia è, per natura, l’uomo>> [Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, 2009, p. 22]. Mai come in questo caso gli uomini e, sorprendentemente forse, pure le donne del nazismo sono qui messi al centro di vicende prima di tutto umane. Distinguiamo nel film due tipi di personaggi allora, quelli di “pura scrittura” e quelli “ripieni di contesto”. Tra i primi annoveriamo l’esordiente protagonista, Johannes “Jojo Rabbit” Betzler, un bravissimo Roman Griffin Davis che ci restituisce uno spaccato intimo della Hitler-Jugend, fatto di giochi, amicizie ma anche crudeltà e disumanità, lati quest’ultimi però percepibili solo da una visione “a posteriori”, come la nostra contemporanea, che è già consapevole degli orrori del nazismo (fatto salvo per una scena iniziale nel campeggio, che gioca proprio sulla nostra sensibilità transgenerazionale). Waititi fa un ottimo lavoro di ricostruzione della scoperta, graduale e guidata appunto, dove è lui stesso a guidarci per mano, grazie al suo “Hitler immaginario”.

Quella di Waititi è un’interpretazione splendida e come le tutte le performance ben riuscite, risulta eccezionale prima di tutto nella mimica corporale che accompagna quella facciale in una sintesi espressiva quantomai fedele all’immaginario di un bambino nato e cresciuto nella Germania nazista. A Jojo e al suo Adolf si contrappone un altro personaggio di pura scrittura, la Elsa Korr di Thomasin McKenzie, che in questo film è scritta per essere in tutto e per tutto una sorta di “anti-Anna Frank”. Ben lontana quindi dall’immaginario talvolta stereotipato della vittima, Elsa è prima di tutto una fonte inesauribile di risolutezza, forza e determinazione e i suoi dialoghi sono forse tra gli aspetti migliori di tutto il film.

“Ma quindi voi ebrei dove vivete?”

“Nella vostra testa”

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Elsa è un personaggio tanto riuscito quanto più risulta fastidioso, specialmente nella prima parte. La sua intraprendenza e sicurezza di sé cozza giustamente con l’ideale classico della vittima. Solo questo contrasto merita il prezzo del biglietto.

I personaggi ripieni di contesto invece assolvono il compito di dare vita ai luoghi dell’anima dove le vicende si svolgono. In questo senso, il personaggio della madre, interpretata da Scarlett Johansson, è quello che appare più distante da tutto il film. Non parliamo di una madre assente ma lontana dalle vicende e, sia pure dolorosamente, da un figlio che non riesce a salvare ma solo a preservare. Non si possono non lodare invece i personaggi di Sam Rockwell e Rebel Wilson, il primo una gradita e coraggiosa sorpresa, la seconda un capolavoro di cruda ironia. Seguono alcune gradite apparizioni, come il Gestapo col volto di Stephen Merchant e l’adorabile Yorki, un promettente Archie Yates.

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Magari avrebbe avuto poco senso, ma le premesse per sviluppare una dicotomia tra la madre e Fräulein Rahm c’erano tutte, a cominciare dal lessico mimico.

A contornare il tutto, una colorazione brillante, degna dei migliori film di Wes Anderson che contribuisce a esaltare quello che è il tema portante della satira anti-odio di Waititi: la perversione come pervasione. Ecco allora che l’ideologia nazi-fascista diventa un pensiero pervasivo, che si insinua sottopelle, come qualcosa di normale, quasi di innocente quando si tratta di bambini indottrinati. La fotografia esalta l’allegrezza della giovane età dei protagonisti, mostrando le vicende del piccolo Jojo come fossero poco più che un gioco di ruolo nel quale il bambino vuole essere l’eroe. In questo senso appare del tutto sensata la scelta del regista, non solo di ringiovanire il protagonista (nel romanzo ha 17 anni mentre nel film appena 10) ma anche di dare corpo alla purezza fideistica di un bambino verso il proprio eroe, appunto un amico immaginario, quasi simpatico nella sua perversione, almeno fino a quando non si renderà necessario calciarlo via dalle proprie vite.

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Quello di Stephen Merchant è forse il personaggio più familiare di tutti all’interno del film, che risente anche di echi spielberghiani de “I predatori dell’arca perduta”.

Andate a vedere Jojo Rabbit al cinema e portateci i vostri bambini, ma non per capire cosa fosse il nazismo, né cosa può essere ancora, bensì per esplorare quelle aree di vuoto dialogico, che molte scuole politiche, specialmente quelle più estremiste, contano di riempire frettolosamente; quelle nicchie concettuali che permeano la quotidianità come un’abitudine o un gioco perverso e pervasivo.

3 Comments

  1. Scrivi bene.
    Mi è venuta voglia di guardare questo film. Ho trovato l’articolo per caso cercando “pervasivo” su google

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