L’isola dei ricordi: pane, burro, miele e Reich
Primavera 1945, isola di Amrum: non la Germania delle rappresentazioni correnti, non le città bombardate né le foreste mitteleuropee, ma un lembo di sabbia e vento nel Mare del Nord, più vicino a Copenaghen che a Berlino, separato dalla terraferma da una distesa limacciosa che l’alta marea ricopre e cancella. Un gruppo di profughi polacco-tedeschi arriva all’inizio del film e occupa gli alberghi deserti: sono i Volksdeutsche, tedeschi etnici insediati da generazioni nei territori orientali — Prussia, Pomerania, Polonia — sospinti verso ovest dall’avanzata dell’Armata Rossa, parte di un esodo di milioni di civili che il collasso del fronte orientale ha reso irreversibile. Coordinate storiche e geografiche essenziali, che il film sceglie di non esplicitare con immediata chiarezza, richiedendo allo spettatore un medio-lungo periodo di orientamento. Una reticenza coraggiosa, difendibile come scelta autoriale, ma che su un’ambientazione così specifica e insolita pesa sulla comprensione dell’opera.

Un secondo aspetto che il film lascia senza delimitazione è la misura in cui la storia sia autobiografica. Il protagonista si chiama Nanning (Jasper Billerbeck), ha dodici anni, è sfollato da Amburgo con una madre la cui fede nel Reich sopravvive intatta persino al crollo imminente, una zia che attende invece la resa di Hitler scalpitando, e i fratellini minori. Il padre, invece, è al fronte. Sia concessa qui un’unica licenza critica, che tuttavia poco impatta sull’economia narrativa: anticipare l’ultima inquadratura. Un vecchio sulle rive di Amrum, che tutto lascia supporre sia Nanning tornato sull’isola ottant’anni dopo. E invece no, o meglio, sì, ma solo parzialmente. Il film, infatti, nasce dai ricordi d’infanzia di Hark Bohm, l’uomo che medita di fronte al mare, nonché regista e sceneggiatore tedesco recentemente scomparso quasi novantenne, che su quell’isola, negli anni del crollo, ci crebbe davvero. Bohm aveva scritto la sceneggiatura con l’intenzione di dirigerla, ma ragioni di salute lo hanno spinto a cedere fin da subito la regia a Fatih Akin, suo allievo. Un’articolazione a rimbalzi di responsabilità biografico-narrativa che il film non rivela mai, e che una sola riga su sfondo nero avrebbe risolto: una didascalia semplice, di quelle che non appesantiscono ma chiariscono, e che avrebbe restituito allo spettatore, nel momento esatto in cui credeva di essere uscito dalla storia, una ragione in più per rimanerci dentro.

Il film sceglie di raccontare tutto questo attraverso un pretesto domestico e quasi fiabesco: pane bianco, burro e miele. Quando la notizia della morte di Hitler raggiunge l’isola, la madre cade in una depressione che ha poco di clinico e molto di ideologico. Il Reich crolla e lei si rifiuta di mangiare, ad eccezione della più semplice delle merende teutoniche. Nanning trasforma quel desiderio in missione: attraversa l’isola a piedi, baratta, pesca e caccia foche, perché trovare quegli ingredienti è quasi impossibile in tempi così grami. È questo piccolo motore narrativo a tenere vivo il film, mentre sullo sfondo la Germania si disfa in silenzio e così fa Amrum: il suicidio dello zio nazista, le tessere annonarie nazionalsocialiste che smettono di valere da un giorno all’altro, la micro-economia isolana che perde i suoi riferimenti insieme alla cultura che la sosteneva. La grande Storia non irrompe, filtra per accumulo attraverso le crepe di una quotidianità sbigottita. Questa è senz’altro la scelta più riuscita del film, ed anche la più onesta: raccontare il collasso di un regime non tramite le sue macerie visibili, ma attraverso la fame e la vergogna di chi lo aveva creduto eterno.

Nella sua forma più compiuta, questo è un racconto di formazione rigoroso e malinconico. Il paragone con Jojo Rabbit è inevitabile, e rivela presto una differenza di temperamento: dove Waititi sceglieva il tragicomico per smontare la propaganda dall’interno, Akin opta per la misura e il pudore. Nanning cresce per accumulo di piccole sconfitte e scoperte, esattamente come il paesaggio di Amrum accumula luce: la fotografia di Karl Walter Lindenlaub trasforma il Mare del Nord in qualcosa di sospeso tra l’idillio e il presagio, cieli larghi e sabbie sbiancate che sembrano indifferenti alla storia che vi si consuma sopra. Una scelta che produce momenti di vera grazia, ma che a tratti consegna il film a una zona di confortevole elegia, lontana dall’urgenza morale che il materiale avrebbe potuto, o dovuto, reclamare.
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