The Crown 3: nuova regina, nuova corona

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Di regina in regina: “Age is rarely kind to anyone”

L’ormai esperto ritrattista della Corona inglese Peter Morgan sceglie con cura quali immagini servire allo spettatore nelle primissime scene di The Crown 3 – prodotta dalla Left Bank Pictures e dalla Sony Pictures Television per Netflix – il cui primo episodio viene addirittura distribuito in chiaro, e in contemporanea, per i non abbonati alla piattaforma streaming. A ben due anni dall’uscita della seconda stagione (qui la nostra recensione di The Crown 1 e 2), ma a pochi mesi dall’interruzione della precedente linea narrativa, Morgan fa dell’intro al primo episodio un curioso “cameo temporale”, che stimola l’ingresso non traumatico della nuova squadra di attori in un universo ben noto allo spettatore.

Con un’operazione dall’eco postmoderna, Morgan mostra una nuova regina – il premio Oscar Olivia Colman – che fa i conti con l’avanzare dell’età: da sinistra a destra, le vengono mostrati il ritratto del profilo della giovane sovrana Claire Foy e il il proprio, più maturo. Un parallelo di quadri oppositivi che, in una forma di rimando meta-seriale, congeda i vecchi volti per dare spazio ai nuovi e raggira, con palese e arguta ironia, il collaterale spaesamento visivo per la “sostituzione”. Tutta estetica, ancora una volta, la mano di Morgan nel trattare il materiale del suo piccolo capolavoro sulla Corona inglese, dove la forma visibile e palpabile del “potere”, condensata nella figura della “corona”, viene applicata con sapiente trattamento alla forma di ogni elemento, tanto umano quanto inanimato, che questo potere “muta-forme” investe.

Opera di selezione

I dieci episodi che compongono la terza stagione affrontano turbolenti cambiamenti a più livelli, non solo nel già menzionato cambio della guardia attoriale, ma anche nel nutrito carnet di eventi, tra il politico e il costume, che Morgan è obbligato a portare sullo schermo.

Dall’autunno del 1964, anno dell’elezione a Primo Ministro del laburista Harold Wilson (un ottimo Jason Watkins) fino al Giubileo del 1975, la stagione corre lungo una linea temporale che, pur mantenendo un ovvio andamento orizzontale, viene sviluppata da Morgan principalmente in maniera verticale: ogni episodio appare come un piccolo lavoro indipendente, concentrato talvolta sul vissuto di un particolare personaggio (Birbantello, ep 04), talvolta su un evento di rilievo che interessa da vicino la Corona. Ma se la medesima operazione di “dipendenza-indipendenza” degli episodi tra loro era particolarmente riuscita nelle prime due stagioni, questa volta sembra funzionare meno, provocando nello spettatore l’impressione di procedere nella fruizione lasciandosi dietro plurimi spazi vuoti.

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Il ritrattista del potere: dalla pittura all’iconografia

Il fascino intrinseco di The Crown è primariamente un fascino visivo, un rapporto di seduzione che colpisce lo sguardo dello spettatore, proponendo un racconto della monarchia che è, a tutti gli effetti, una ben allestita galleria del “potere” per immagini. La resa estetica della Corona altro non è che la resa estetica dei mutamenti, nello spirito e nel corpo, che questa opera, un’entità dal carattere metafisico la cui unica possibile forma è l’”alterazione”: l’effetto del potere su ogni membro della famiglia reale ne altera le sembianze esasperandole o riducendole nel volto, nei costumi, nei modi.

Nelle prime due stagioni, i rapporti estetici-antitetici dei personaggi, tessuti dal loro grado di contraddizione o comunione nei confronti della Corona, avevano un carattere pittorico particolarissimo. I primi e i primissimi piani, i fermo immagine o le intere sequenze concentrate sui volti umani – complice una fotografia plumbea e rarefatta – facevano, di questi, volti caravaggeschi tinti ad olio su tela: un trattamento minuzioso che, tanto attraverso gli occhi ribelli della Margareth di Vanessa Kirby, quanto tramite la pacata religiosità del volto della Lillibeth di Claire Foy, restituiva allo spettatore un affresco magistrale dell’emotività. Il tocco estetico ora è mutato, e al pennello cinquecentesco che faceva del volto di Claire Foy una rosea madonna in passione, Morgan sostituisce un tratteggio più moderno e deciso, che fa del volto definito e concreto di Olivia Colman una fotografia.

Il volto della Regina

Ma il lavoro estetico va oltre, e più che un gioco oppositivo di istantanee, Morgan ci offre un’esposizione iconografica della Corona: foto, quadri, ritagli di giornale, inquadrature televisive, i volti dei reali, moltiplicati e restituiti allo spettatore più come icone che in presa diretta, raccontano un potere che cerca di adattarsi alla nuova strumentazione tecnologica a disposizione negli anni ’70. L’emotività ora passa per un terzo elemento materiale: l’immagine della Regina allo specchio, il suo volto riflesso sul vetro delle finestre, sul vetro dei quadri, così come quello coperto dalle lenti oscurate di Margareth, o stampato sulle pagine delle riviste scandalistiche, rivelano tanto l’ormai totale annullamento della prima, quanto la distruzione della seconda.

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Gerarchia degli spazi: parallelismi e contrappunti

Questo lavoro di messa in quadro è impronta di tutta una regia attentissima agli spazi. Quadri nei quadri, cornici, specchi, stipiti di porte e finestre, schermi televisivi, tutto un lavoro sugli ambienti volto a farne dei moduli di realtà nei quali orientare i personaggi. Un lavoro di “posizionamento” quello di Morgan, che colloca i propri personaggi negli spazi, centrandoli o decentrandoli, ponendoli a capo o nelle retrovie delle sue geometriche figure militari e cerimoniali (Colpo di Stato, ep 05), con l’intento di chiarire a colpo d’occhio la gerarchia istituzionale attraverso la gerarchia spaziale.

In virtù della medesima mano estetico-figurativa, Morgan lavora per “parallelismi” o “opposizioni” con gli eventi sullo schermo, portatori di una tensione perenne pari a quella toccata ai personaggi. I magistrali montaggi alternati, le ansiogene scene dei primi minuti di Aberfan, belle tanto quanto le sequenze degli ambienti illuminati dalla luce naturale opposte alle riprese in notturna senza elettricità (Una situazione ingarbugliata, ep 09), mostrano quanto la componente estetica della regia sappia fondersi a una tecnica impeccabile per restituire allo spettatore una palpabile “contraddizione per immagini”.

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Il fascino (eterno?) della corona

Ma i protagonisti dai volti appena rinnovati sembra abbiano un destino meno felice, in questa nuova stagione, vittime di una generale tendenza allo “sgretolamento”, all’ostinato mantenimento di marionette che faticano a rimanere in piedi. Mentre la Regina, nella sua cinica e progressiva personificazione della corona stessa, è salvata da una bravissima Olivia Colman, che con piccolissimi e impercettibili movimenti facciali riesce a mostrare le debolezze di una donna ormai conscia dell’impossibilità di esprimersi, la Margareth della Bonham Carter perde ogni controllo sul suo stato emotivo, trasformando la precedente giovane ribelle ed emotiva in una figura al limite della disperazione.

Il riuscitissimo Filippo di Matt Smith lascia ora posto ad una controparte mansueta (Tobias Menzies), ad un essere selvaggio ora domato che dà sfogo alla sua insoddisfazione solo in pochi momenti infantili (Polvere di Luna, ep 07). Meglio invece i due giovani interpreti della principessa Anna e del principe Carlo – Erin Doherty e un bravo Josh O’Connor – che però possono poco nei confronti del tenore generale dei personaggi più anziani.

Presente e futuro di The Crown

In questa lenta decomposizione, o meglio, nel suo lento svuotamento, la Corona attraverserà gli anni ’80, nella prossima stagione, dove ritroveremo gli stessi interpreti con l’aggiunta delle due attesissime Margareth Thatcher e Diana Spencer. Ma a questo inevitabile passaggio da potere “effettivo” a potere “ancillare”, a spettro antiquato in un mondo nei suoi riguardi intollerante, la corona si veste, grazie a Morgan, del suo abito più affascinante: l’apparenza, il mistero, l’essere un modello umano di inumano raggiungimento. Per usare le parole di re Edoardo VIII, mentre guarda in televisione l’incoronazione della nipote:

«Chi vuole trasparenza quando si può avere magia. Chi vuole la prosa quando si può avere la poesia. Una volta tolto quel velo, che cosa rimarrebbe? Una semplice e giovane donna dalla modesta abilità e scarsa immaginazione. Ma adornala in quel modo, ungila con l’olio, e che cosa diventa? Una dea»


Qui il trailer della terza stagione di The Crown:

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