Tutte le buone intenzioni di “X-Men: Dark Phoenix”

Superare i propri limiti è una sfida continua tanto per gli atleti quanto per le case di produzione cinematografiche. Pensavamo ad esempio che sarebbe stato impossibile realizzare un film migliore di Infinity War ma poi abbiamo visto Endgame e almeno una buona parte di critica s’è dovuta ricredere. E così come un limite può essere difficile da superare in meglio, parimenti è difficile superarlo in peggio. Credo di parlare a nome di una buona fetta di pubblico quando dico che con l’annuncio di X-Men: Dark Phoenix molti di noi riposavano sicuri almeno su una convinzione e cioè che difficilmente questa nuova trasposizione della saga della Fenice Nera sarebbe stata peggio di quella vista nel 2006 in Conflitto Finale diretta da Brett Ratner. Ma ancora una volta un’altrettanta buona parte di critica è stata smentita e la FOX l’ha fatto di nuovo, rovinare quella che forse è ancora adesso la saga più bella degli X-Men e certamente una delle dieci saghe migliori della Marvel. Ma prima di gettarci a capofitto in un’ennesima maliziosa recensione che a noi critici piace tanto fare, proviamo a parlare di Dark Phoenix non cercando di salvare i suoi eventuali pregi (c’è un limite anche all’impossibile), ma provando almeno a scorgere quelle che erano delle sincere buone intenzioni per il film. Dark Phoenix è un brutto film, non ci sono fenici che tengano, ma a differenza di attentati cinematografici come Venom, di quest’ultimo film sui mutanti di casa Marvel bisogna almeno riconoscere qualche sparuta buona idea, rovinate da una regia praticamente inesistente, un cast irriconoscibile e una generale disarmonia a livello di produzione che già si avvertiva dai continui rinvii all’uscita.

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“Ehi! C’è il metoo e questo nuovo femminismo vende! Come possiamo adeguarci al mercato?” “Facciamo dire alla Lawrence una battuta a caso sul maschilismo implicito del nome ‘X-Men’!” Sipario (ma ridateci Deadpool).

Più e meno fumetto

X-Men: Conflitto Finale non era un film su Fenice Nera ma un film con Fenice Nera nel quale si trasponeva nel frattempo un’altra saga a fumetti di Joss Whedon (esatto, il papà di Buffy e regista dei primi due Avengers). Già questo bastava a mettere in preallarme un qualunque lettore dei comics, ma come se non bastasse il film era proprio brutto, forse anche perché nel suo voler adattare troppi fumetti non ne ha adattato bene neanche uno. Deve essere per questo quindi che Simon Kinberg (sceneggiatore e produttore dei film Marvel di casa Fox dai tempi di Conflitto Finale e qui al suo esordio di regia cinematografica) ha scelto di impostare un rapporto col materiale originale che fosse minore quantitativamente ma (almeno nelle intenzioni appunto) migliore qualitativamente. L’iconografia della Fenice quindi c’è ed è obiettivamente rispettata: dal sacrificio nello spazio, alla rappresentazione dei poteri, possiamo dirlo, Kinberg ha fatto i compiti a casa. Peccato poi che al momento dell’esame non abbia saputo applicarsi a dovere e gli errori sono troppi e tutti riconducibili a una mancanza di idee per la storia e i personaggi. Ma lo abbiamo visto e imparato da lavori recenti come Hellboy, il fatto di essere “più fedeli” al materiale di partenza non implica necessariamente fare un film migliore.

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Nella vita voglio avere la stessa sicurezza che ha Nicholas Hoult nell’interpretare un personaggio peloso e blu senza essere peloso e blu.

Una protagonista

Dimenticatevi i tempi in cui i film degli X-Men erano più che altro Wolverine & his bitches o anche i tempi in cui potevamo dire “almeno c’è un cameo di Hugh Jackman”. In Dark Phoenix la protagonista è una sola ed è donna: Jean Grey. Ti credevamo Sophie Turner quando dicevi che ce l’avresti messa tutta per rendere giustizia al personaggio di Fenice e ti crediamo anche dopo che ti abbiamo visto in sala. La Turner è brava, non si discute, e per molti aspetti è una Jean Grey molto più convincente di quanto non lo fosse Famke Janssen ma evidentemente avere solo una protagonista convincente serve a poco, specialmente in un film che vuole essere corale. Non voglio soffermarmi sul fatto che nessun personaggio al di fuori di Jean Grey non abbia ricevuto giustizia, a cominciare dal fatto che Xavier (James McAvoy) e Magneto (Micheal Fassbender) interpretino ormai degli attempati sessantenni ma sembrano ancora poco più che trentenni. E non voglio parlare neanche della insopportabile Jennifer Lawrence, qui ridotta a una macchietta pseudo-femminista sputa-sentenze (e tra l’altro una macchietta molto poco blu). Non voglio parlare della oltraggiosa quantità di personaggi inutili (due su tutti Quicksilver e Nightcrawler) e della vacuità della Love Story tra Bestia e Mystica. Voglio parlare invece dell’insopportabile violenza che è stata fatta a Jessica Chastain e al suo personaggio, un vero proprio monumento allo spreco cinematografico. La Chastain avrebbe potuto essere qualunque cosa: una nuova regina nera, Selene, una sovrana degli Shi’Ar, e invece è una specie di replicante simil-skrull, condannata ad essere un pupazzetto algido senza scopo. Persino la sua morte è insignificante.

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Chi siamo? Da dove veniamo? Ma sopratutto, che cosa ci fa la Chastain in questo film?

Dare una chiusura

L’ultima buona intenzione che possiamo sforzarci di trovare è quella di voler chiudere un arco narrativo che ha ormai quasi vent’anni e che merita comunque il giusto plauso. Se gli X-Men nei fumetti volevano dare voce, sia pure con gli strumenti della fantasia e della mitologia, alle categorie discriminate della società, gli X-Men al cinema hanno avuto un’altra ma ugualmente importante missione: dare credibilità a un genere cinematografico discriminato. Pensateci un attimo, prima del 2000 i supereroi al cinema si limitavano alle due icone DC Comics, il Superman di Richard Donner e il Batman di Tim Burton. Anche considerando i primi film di entrambe le saghe, quindi i migliori, dobbiamo riconoscere che l’esordio al cinema di qualità dei supereroi era comunque contraddistinto da una patina camp e “giocattolosa” che impediva a quelle produzioni di risultare credibili a un pubblico più maturo ed esigente. X-Men arrivò proprio per questo, per mostrare al mondo che era possibile creare il giusto compromesso tra azione, divertimento e temi forti, senza scadere nel ridicolo alla Batman & Robin ma senza neanche essere troppo di nicchia alla Blade. Il primo di X-Men di Bryan Singer è responsabile della trilogia di Batman di Nolan ma anche di aver permesso la creazione, più o meno involontariamente, dei Marvel Studios. Nella melma lacunosa di Dark Phoenix, un pensiero giusto viene espresso: basta una sola occasione per rovinare i progressi di una vita. Ecco, Dark Phoenix potrebbe essere quell’occasione ma per il bene che è stato fatto in precedenza (e non è poco) preferiamo essere un poco clementi. Kinberg ci prova, pur non essendo un regista, e ce la mette tutta per chiudere il cerchio iniziato dal suo storico collaboratore, Bryan Singer, ormai 19 anni fa. Recupera tramite citazioni quelle trovate che hanno fatto la fortuna dei primi X-Men (un esempio, gli scacchi tra Xavier e Magneto). Nessuna di queste basta quantomeno a riconoscergli l’impegno, forse solo la firma. Va bene così. Se questo deve essere il canto della Fenice degli X-Men prima di passare definitivamente sotto mamma Disney, possiamo accettarlo. E nella morte di questa saga, rispettiamo ciò che è stato fatto in vita.

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