Chernobyl: un trionfo cinematografico su piccolo schermo

La serialità televisiva nel 2019 è probabilmente uno dei più eccitanti ambienti mediali in cui ritrovarsi. Siamo circondati da sperimentazioni e innovazioni nelle modalità di narrazione, dai colossi dello streaming alle emittenti premium e basic cable. In tutto questo, prodotti come Chernobyl hanno la forza, nella loro semplicità, di ricordarci il piacere di una fruizione classica, quella delle miniserie. Una miniserie è un racconto seriale sviluppato su un pre-determinato e limitato numero di episodi marcati da una quasi totale serializzazione della narrazione. In passato era luogo di adattamenti letterari difficoltosi da portare sul grande schermo e che sul piccolo trovavano una parziale giustizia a scapito dei livelli produttivi, esempi come Radici, Olocausto o Colomba solitaria. E’ con la seconda golden age televisiva che la narrazione seriale breve trova piena riuscita, in un ambiente produttivo dove il dispiego di mezzi rivaleggia con quelli cinematografici. E come tutta la storia della quality television degli ultimi 20 anni, è la HBO ad esserne protagonista, sin da inizio millennio con prodotti come Band of Brothers – Fratelli al fronte o Angels in America e John Adams o Olive Kitteridge negli anni successivi.

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Chernobyl si può considerare il coronamento di questo percorso e un nuovo standard nel campo (mini)seriale, non a caso questa volta HBO si è avvalsa del supporto di SKY UK. E’ quel tipo di prodotto che ci ricorda cosa voglia dire sedersi sulla poltrona e limitarsi a farsi trasportare nello spettacolo che si dispiega di fronte ai nostri occhi. Per una volta si abbandonano i reaction video dell’episodio settimanale o discussioni infuocate sui social per vedere 5 ore di piccolo cinema nel nostro salotto. Esatto, cinema, quella parola tanto abusata nel definire il livello raggiunto dalla serialità quality ma terribilmente sbagliata nell’accostare mezzi espressivi tanto differenti. Chernobyl no, il paragone, per una volta, è obbligato, perché quello che il regista Johan Renck e lo sceneggiatore Craig Mazin decidono di fare, nel narrare la tragedia occorsa nel 1986 nell’Ucraina sovietica, è prendere l’ultima ora del Titanic di James Cameron e allungarla per 4 delle 5 ore che compongono la mini serie, lasciando per l’ultima la riflessione morale su quanto accaduto.

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Nel fulminante primo episodio, Chernobyl ha la struttura del più classico disaster-movie a leggere tinte horror. Con il procedere, a emergere è un quadro più ricco: anzitutto lo spaccato sociale dell’Unione Sovietica a pochi anni dalla sua dissoluzione. Si respira un’aria pesante, quella degli ultimi giorni di un impero e una nostalgia verso quegli ideali che hanno forgiato un popolo con «un migliaio di anni di sacrifici nelle vene». Nel disastro di Chernobyl ci sono i semi della fine di quell’era vissuta a tutti i livelli sociali, da una madre proletaria fino ai burocrati nelle stanze del partito. Nell’ora  finale della serie, impostata come un legal-drama, ci si giocherà l’anima perduta della nazione. Il tema portante è infatti una potentissima e attuale riflessione sul concetto di verità fattuale, del discredito delle istituzioni, del “costo delle bugie” che tanto fa l’occhiolino alla nostra contemporaneità, fatta di post-verità e fake news. L’Unione sovietica sull’orlo del collasso di Gorbačëv tanto ricorda l’occidente smarrito e spaventato di oggi: in assenza di reattori nucleari esplosi voltiamo lo sguardo da altre catastrofi…

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Comincia in medias res Chernobyl, catapultandoci a incidente appena avvenuto, senza il tempo di capire cosa è successo, similmente ai disgraziati che si avvicinarono per primi al reattore esploso. E’ un inizio fulminante ma senza fretta, anzi, Chernobyl se la prende piuttosto comoda. Non ha l’incedere di una serie televisiva da 10 episodi, la foga di tanto da raccontare e tanti eventi da mettere in moto, ma semmai una marcia lenta e monumentale. Si prende un intero episodio prima che il disastro venga anche solo riconosciuto tale, si permette di introdurre a tutti gli effetti i suoi protagonisti dal secondo, Jared Harris, Stellan Skarsgård ed Emily Watson, tre fuori classe che facciamo sempre più difficoltà a trovare al cinema e che occasioni come queste ci ricordano quanto ci manchino. La ricostruzione scenografica ha del maniacale, la colonna sonora trova un surreale incontro tra suoni industriali e suggestioni drone. Tanti i piccoli momenti da grande storia, da grande racconto epico, da grande cinema, narrati con la pacatezza di chi non ha fretta ed è perfettamente consapevole di come e quando far prendere il volo al racconto. Che sia sul piano della scrittura – come un monologo rassegnato e sofferente per convincere tre uomini a offrirsi volontari per una missione suicida -, o su quello visivo, con scene di rara potenza visiva: minatori luridi di carbone, faccia a faccia con dirigenti di partito lindi e incravattati nell’ipocrisia di un «compagno», il reattore nucleare esploso ripreso in campo lungo come la ferita di una nazione che tutto corrode.

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Al suo debutto Chernobyl è stata riconosciuta senza difficoltà dalla critica come serie eccellente, ma è il responso del pubblico, all’indomani della conclusione di un pezzo di storia televisiva a nome Game of Thrones, ad aver spiazzato. Caloroso ed entusiasta, sorprende per un prodotto che solitamente è destinato a passare in sordina e al massimo a ricevere riconoscimenti durante la serata degli Emmy Awards nella categoria miniserie. Chernobyl è un caso da manuale di word of mouth e prova ne possono essere la profusione di meme sui social, sull’onda lunga degli strapazzi del finale della saga fantasy televisiva per eccellenza. Sarà che il pubblico aveva disperatamente bisogno di tornare a qualcosa di più classico, la solidità e il piacere di un racconto pacato, misurato, cinematografico.

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