The Fall – Il cinema come strumento di navigazione
La storia di The Fall è affascinante tanto quanto la pellicola stessa: nove anni per trovare la bambina protagonista, la metà per poter girare il film in 24 Paesi. Il regista è Tarsem Singh, conosciuto ai più per aver diretto il video di Losing My Religion dei R.E.M. e film come lo stravagante The Cell (2000) o il live-action di Biancaneve (2012) con protagonista Lily Collins. A produrlo, altri due registi di fama internazionale: David Fincher e Spike Jonze. Il film è in realtà un remake della pellicola bulgara Yo Ho Ho (1981) di Zako Heskiya, sconosciuta al grande pubblico e quasi completamente dimenticata dalla storia del cinema.
I fan de Il Signore degli Anelli riconosceranno subito Lee Pace (all’epoca padre di Legolas) nel ruolo principale. Qui interpreta Roy Walker, un ragazzo ricoverato in ospedale a causa – ironia della sorte – di una brutta caduta. Durante la sua convalescenza, Roy stringe amicizia con Alexandria (Catinca Untaru), una bambina rumena con il braccio rotto e un inglese tutto suo.

Per rendere più leggero il periodo in ospedale della sua piccola amica, Roy si inventa una sorta di racconto epico, che vede per protagonisti sei banditi: un ex schiavo africano diventato guerriero per vendicare la morte del fratello, un esperto italiano di esplosivi, Charles Darwin (accompagnato da Wallace, il suo adorabile collaboratore-scimmia), il Mistico e il Bandito Mascherato. Tutti insieme si uniranno contro lo spagnolo Odious, cattivo della storia e colpevole di aver ferito i banditi in modi diversi. Nell’immaginazione della bambina, i volti dei personaggi assumono le sembianze dei medici e delle infermiere che incontra durante la giornata. Per il narratore, invece, questo racconto è l’elaborazione di tutti i traumi vissuti.

Passano i giorni e Alexandria si lega sempre di più al suo nuovo amico, stringendosi tra le sue braccia per ascoltarne le storie e sentirsi protetta. Il suo vero papà è morto e questo ragazzo malandato è quanto di più simile lei abbia mai avuto da allora. Ma Roy deve combattere mostri più grandi di quelli che vivono nelle favole e in ospedale tenta il suicidio ben due volte, convincendo la giovane complice a rubare dei medicinali per lui (con l’intento di procurarsi un’overdose). Quello che non sa è che, molto spesso, due solitudini possono colmare a vicenda i vuoti che si portano dentro.
Non è un’esagerazione sostenere che The Fall – disponibile su MUBI in uno speciale restauro 4K e presentato a Locarno Film Festival – non esisterebbe senza i suoi due protagonisti e l’enorme lavoro che entrambi fecero sul set. La giovanissima Untaru, di origine rumena, non parlava perfettamente l’inglese e tutti i giochi di parole che si vedono nel film sono reali, con conseguente improvvisazione del suo collega. Quest’ultimo inoltre, per aiutarla a non fare confusione tra realtà e finzione, le fece credere di essere davvero costretto sulla sedia a rotelle, utilizzandola anche tra un ciak e l’altro. Venne così a crearsi un legame solido e spontaneo, in cui il regista cercò di intromettersi il meno possibile (filmando addirittura alcune scene con la camera nascosta tra le tende dell’ospedale).
Il risultato sono due interpretazioni che arrivano quasi a toccare la realtà, un rapporto simile a quello di un padre con la figlia, in cui Lee Pace e Catinca Untaru giocano uno con le mani dell’altro, si cercano negli sguardi e si feriscono con le parole cercando di proteggersi.

Siamo nel 1915 e Roy, scopriremo con il procedere della pellicola, è uno stuntman. In seguito ad un’acrobazia non riuscita, si ritrova immobilizzato a letto e viene lasciato dalla sua ragazza per un attore più famoso – lo stesso che egli si ritrovò a sostituire durante la scena dell’incidente. Non trovando alcun motivo per vivere, trae ispirazione dai suoi vecchi film per costruirsi una vita parallela nelle storie che racconta ad Alexandria. Il racconto diventa meta-cinematografico e il cinema stesso diviene salvezza. I colori vividi della pellicola sono gli stessi che sceglierebbe un bambino per colorare un disegno nato dalla sua fantasia, ma sono anche i colori che si usavano per dipingere la pellicola all’epoca del muto.
Tarsem Singh sembra voler tornare proprio lì, alla pericolosità e alla bellezza della realtà prima delle scenografie dettagliate e della CGI. La componente estetico-visuale del film è indiscutibilmente una delle sue forze maggiori, aiutata anche dai costumi creati su misura da Eiko Ishioka, vincitrice del premio Oscar con Dracula di Bram Stoker e da una scelta coraggiosissima: girare il mondo per poter girare il film.
Le riprese si divisero in 24 location diverse, prediligendo il territorio indiano ma toccando anche Italia, Repubblica Ceca, Namibia, Francia, Indonesia, Argentina, Turchia e Sud Africa. Una gioia per gli occhi di chi guarda, un’opportunità per visitare ponti, templi e costruzioni situate dall’altra parte del mondo. Il cinema diventa mezzo per navigare il mondo, per portare lo spettatore ovunque attraverso le storie che vede sullo schermo.
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