Skianto – La vita di dentro

Skianto è uno spettacolo da vivere, non solo da vedere: è un vortice di dolore e tenerezza, di comicità e rabbia, amore e solitudine. Ci fa dimenticare del palcoscenico, del sipario, della tosse dei vicini spettatori, della sedia, ultima ancora alla realtà. Ci si ritrova sospesi – insieme al protagonista che fluttua raccontando la sua creazione – per poi precipitare nel mare di parole, musica e luci, e imparare daccapo il ritmo della respirazione, ritrovandosi più consapevoli della bellezza e della fragilità dell’esistenza.

Nato nel 2014 da una coproduzione tra il Teatro Franco Parenti e il Teatro Stabile dell’Umbria, Skianto torna sul palco milanese dal 21 gennaio al 2 febbraio 2020.

Filippo, in arte Timi, è un funambolo del cuore: racconta il suo mondo variopinto e visionario, rinchiuso nella “scatola cranica sigillata” che lo tiene prigioniero di sé stesso, grida il suo urlo alla vita costretto al silenzio dalla sua bocca muta.

Sul palco vediamo prender corpo i sogni grandi, esagerati, sbrilluccicanti, gli amori impossibili, la vita stessa di Filippo attraverso il corpo, la voce, l’estro e la tenacia di Timi, che ci regala una performance a tutto tondo, trasformandosi in circense, pattinatore, ballerino, cantante.

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Niente è proibito nei sogni di Filippo, niente è impossibile al talento eclettico di Timi, che dà vita e interpreta una favola amara, intima, ma che dolcemente – e ferocemente – diventa simbolo della condizione umana: siamo tutti alla ricerca di un modo per comunicare, per essere visti, capiti, amati per quello che siamo.

Skianto non si serve della retorica facile e patetica per raccontare la storia di Filippo, ma fa vivere, percepire, al pubblico la difficoltà della disabilità con poesia, ironia e verità.

Malinconicamente buffo e puro, Filippo urla – con crudo accento umbro – l’impossibilità di esprimere il disgusto per le mele cotte che gli vengono propinate a ogni compleanno, può gridare finalmente, sul palco, l’odio per la canzone di Topolino, che risuona nella sua cameretta-universo senza fermarsi mai.  A lui piace la voce “più roca di un posacenere” di Édith Piaf: e attraverso i suoi brani davvero riesce a colorare la sua vie di rosa, a vivere senza pentirsi di niente. Mentre nella realtà la sua voce risuona come un vuoto muggito, il teatro diventa luogo, o meglio, spazio-mondo, in cui tutto questo può prendere forma, senso, vita.

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La bolla psichedelica che “fluttua” sul palco gronda di riferimenti pop e all’Italia degli anni ’80: dall’Allegria! di Mike Bongiorno alla lotteria di Pippo Baudo, dalle movenze “scosciate” di Heather Parisi all’esilarante racconto della puntata di Candy Candy che infranse molti cuori.

Veniamo sorpresi da intermezzi cui fa da sfondo l’immaginario mediatico che ha nutrito i nostri sogni (dai video virali dei gattini, alle pubblicità del Panda malvagio), mentre le scene, costellate di nuvole soffici, orizzonti aperti e colori cangianti, sono mutanti e visionarie, e ci lasciano solo immaginare la stanzetta grigia con vista sul cavalcavia che è l’unico teatro, e prigione, della realtà di Filippo.

Persino un periodo di degenza all’ospedale appare a Filippo come una vacanza, una possibilità di scoprire il mondo. Le macchine dell’elettrocardiogramma e dell’elettroencefalogramma potranno finalmente disegnare i suoi sentimenti e i suoi pensieri,  destinati a rimanere altrimenti rinchiusi dentro il suo corpo per sempre. Non c’è alcun disegno su quei fogli, però, si dispera Filippo. Dentro di lui ci sono sono scarabocchi.

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La forza del testo e l’interpretazione viscerale e corporea di Timi portano il pubblico fino alle lacrime, quasi al dolore fisico, per poi spiazzarlo grazie ad un’ilarità vera, fresca, arricchita dalla combinatoria del travestitismo, passando dalla lingerie in flanella del piccolo Filippo, alle scintillanti mise di una drag queen libera da ogni costrizione e pregiudizio, tutto realizzato dallo stilista Fabio Zambernardi, creative director di Prada.

Complice di Timi, un insostituibile Salvatore Langella, con le divertenti reinvenzioni in napoletano di successi pop, dai Queen a David Bowie.  “Siamo tutti marziani!” urla suonando il pianoforte, come un nuovo inno dell’umanità.

“C’era una volta… Io”, ci racconta alla fine Filippo, finalmente consapevole che le favole non sempre si avverano. La Fatina di Pinocchio non può trasformarlo in un bambino vero, ma neppure in un burattino. Filippo può solo essere sé stesso, e vivere la sua storia. Diventiamo così non solo spettatori, ma destinatari, ciascuno, di un pezzetto di una vita altrimenti invisibile e silenziosa.

Ottanta minuti di pura fusione con la magia, a tratti oscura, del teatro: tutti noi siamo corpi non conformi, storti e imprigionati dalla nascita, che devono lottare per trovare un posto nel mondo, ed essere, comunque, uno Skianto.

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Filippo, però, nel punto più tragico dello spettacolo, grida, quasi lacerandosi e trasformandosi in una creatura infernale, che il dolore di cui dobbiamo pentirci di fronte a Dio non è quello di Gesù Cristo, ma il nostro. Il sangue versato che dobbiamo farci perdonare è quello di ogni essere umano.

Siamo tutti zecche, dice Filippo, e come le zecche abbiamo un unico grande salto da poter fare nella vita. Se va bene possiamo finire su “un cagnaccio o un polpaccione peloso”, ma se va male, chiede al pubblico, cosa succede?

Allora, forse, è anche quello lo Skianto che attende tutti noi. Dobbiamo imparare a saltare con la consapevolezza della brevità, della bellezza, della magia di quell’unico slancio che è la vita.

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Cliccate sul link per trovare le date del tour di Skianto!

Di Filippo Timi abbiamo già parlato qui:

Un cuore di vetro in inverno

Favola, un manifesto

 

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