Pavia ospita il Teatro delle Albe: Marco Martinelli e Ermanna Montanari con “Va Pensiero”

Nell’ultima settimana di marzo Pavia ha ospitato due importanti personaggi della scena teatrale italiana, Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Fondatori del Teatro delle Albe nel 1983, hanno portato al teatro Gaetano Fraschini il loro Va pensiero che è in tour da due anni. La loro presenza non si è limitata alla realizzazione dello spettacolo nelle serate di venerdì e sabato, e nel pomeriggio di domenica, ma l’intera comunità cittadina ha avuto la possibilità di incontrare gli artisti e di apprendere di più sulla loro attività. Per tutta la durata del soggiorno pavese, infatti, i due artisti hanno tenuto un laboratorio teatrale diretto ai giovani adolescenti curiosi e pronti a mettersi in gioco; inoltre, è stato organizzato, in un pomeriggio dedicato, nel ridotto del Teatro Fraschini, un incontro diretto con gli attori.

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Ciò che Va pensiero porta in scena è un faits-divers, un episodio di cronaca che ha come protagonista un vigile urbano, Donato Ungaro, in conflitto con la sua città natale dove la mafia si è insinuata ed è tanto muta e silenziosa, quanto difficile da estirpare. Pare già chiaro come, un tema così difficile da rappresentare e che scatena sempre numerose discussioni e dibattiti, abbia creato una certa aspettativa sulla sua riuscita teatrale. Il Teatro delle Albe è un mezzo attraverso cui i fatti raccontati arrivano errando; verbo che rispecchia in entrambe le sue valenze di camminare e sbagliare, il modus operandi preciso di questa compagnia.
Non è un teatro sociale né di denuncia, quello della Montanari e di Martinelli è un «atto di poesia che interroga l’anima e, quanto è possibile, l’essere corretti», arrivando fino al fulcro delle cose e tirandone fuori la luce. Da tutto il guazzo impantanato di mafia e corruzione di cui la vicenda è prepotentemente macchiata emerge proprio una luce, come in un romanzo di Dostoevskij, che qui è esemplificata dal testo verdiano di cui porta il titolo: la patria “sì bella e perduta” resiste, nonostante tutto, ad ogni fendente inquinato.

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La messa in scena di questo spettacolo è un vero atto corale nel quale compaiono personaggi diversi, ognuno dei quali facente sì parte della stessa realtà cittadina ma con il proprio episodio narrativo da portare avanti. Da sfondo e costantemente presente sul palco vi è il coro storico della città di Pavia, che entra in scena in diversi momenti e spesso è l’unico mezzo attraverso cui il lirismo della vicenda si avverte nella sua pienezza. Un particolare da sottolineare, poiché in Va pensiero i due drammaturghi portano in scena il coro della città in cui si trovano, entrando pienamente nell’autenticità del luogo e lavorando dunque sempre con persone differenti. Un’idea efficace e singolare, che si inserisce tra gli interessanti espedienti narrativi adottati per la realizzazione di questo spettacolo. La corporalità degli attori è incredibilmente sviluppata, così come il loro continuo dialogo alla platea, interrogandola e spiegandole i fatti: così il salto temporale tra Mejerchol’d e Brecht si fa sottile, in una visione di insieme che unisce variegate abilità tecniche in un’armonia d’insieme equilibrata. A questo proposito stonano un poco le aggiunte che vengono intrecciate alla bravura degli attori, come espedienti tecnici quali microfoni sempre presenti sulla scena o, addirittura, didascalie enormi proiettate sul fondo scuro del palco, volte a spiegare i diversi cambiamenti dei luoghi sulla scena e a focalizzare l’attenzione su alcuni elementi specifici di cui si fa riferimento nel racconto.
Lo sviluppo dell’intera vicenda è guidato dal sindaco di questa cittadina della provincia emiliana, la zarina, interpretata da un’ Ermanna Montanari che si fa pienamente carico della propria idea di teatro e la porta sul palco senza tentennamenti. La vincitrice del premio Ubu 2018 come miglior attrice o performer è una donna in cui si insidiano il seme del potere e della corruzione, rendendola tanto distante alla figura cui è maggiormente legata; un padre lontano, evocato come un ricordo, da cui la zarina si discosta a causa della sua indole molto più viziosa.

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Per tutta la durata del primo atto la messa in scena è interessante ma non sempre funzionale da un punto di vista puramente emotivo: il fatto di cronaca prende il sopravvento sulla messa in scena e spesso si perde tra tutti i sottogruppi narrativi formati. È solo nel secondo atto, quando la zarina prende il microfono per iniziare quello che sarà uno splendido monologo, che si inizia a percepire una carica emotiva differente che anima il palco ed il suo pubblico. La voce incredibilmente camaleontica di Ermanna Montanari, capace di modularne il timbro perfettamente, pare insinuarsi tra le poltrone, strisciando come un serpente fra il pubblico, ed insinuando il seme del dubbio in ciascuno degli spettatori. È una voce straordinariamente persuasiva, fatta di domande volte a testare l’animo cagionevole dell’uomo, pronto a cedere ad ogni tentazione utile. La drammaturgia pensata dalla Montanari e da Martinelli qui esplode completamente e finalmente si arma di un pathos straordinario.
Il testo diviene effettivamente vivo e grida la sua potenza realizzandosi nell’ultima canzone intonata dal coro, il Va pensiero che si trascina su tutto il palco. Immediatamente le parole per definire il Teatro delle Albe dai suoi fondatori, si fanno qui vive più che mai:

 «il teatro ci deve fare male, ci deve squartare»

Così, quando gli attori ed il coro camminano verso il bordo del palco per farsi vicini alla platea, la luce che Marco Martinelli e Ermanna Montanari hanno cercato di tirar fuori da questo “pantano” è ormai una supernova inarrestabile che esplode e si esaurisce dolcemente. Il sipario non cala mai sulla scena, rimane aperto, come un interrogativo imperituro: mentre il pubblico applaude sonoramente, la forza emotiva di questo spettacolo è finalmente palpabile. Non si esaurisce, rimane a far luce in un’alba interminabile.

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