L’amica geniale di Costanzo e le sue bambole martiri

Adattamento per il piccolo schermo del primo dei quattro romanzi di Elena Ferrante, L’Amica geniale, è il secondo lavoro televisivo (dopo In Treatment) del regista romano Saverio Costanzo, che pur consapevole, qui, del debito impagabile nei confronti della tetralogia, è riuscito comunque a conferire alla pellicola un’anima propria. Un progetto ambizioso, a partire dall’inedita collaborazione Rai-HBO-Timvision e dai nomi coinvolti nella produzione – tra i tanti anche Paolo Sorrentino -, per non parlare della proiezione in anteprima dei primi due episodi al Festival del Cinema di Venezia, come in altre duecento sale cinematografiche nel primo weekend di ottobre. Un fenomeno dall’eco vastissima, leggibile anche solo negli indici di gradimento televisivo ottenuto nonostante l’utilizzo del dialetto napoletano sottotitolato (quasi sette milioni di telespettatori, pari al 28/30 % di share).

La prima stagione segue le vicende del quartiere periferico Luzzatti di Napoli, negli anni 50, attraverso quelle più intime e personali che legano Lenù e Lila (diminutivi di Elena Greco e Raffaella Cerullo) prima bambine e poi adolescenti. I bei titoli di testa, proiettati a mo’ di vecchie diapositive, presentano un popoloso universo di anime che accompagneranno Lenù e Lila lungo tutto il racconto. Il punto di vista di Lenù rimane il privilegiato – la vediamo ultrasessantenne, nella breve prolessi, pronta a scrivere tutto ciò che di Lila ricorda – e Lila è il principale abitante della sua memoria emotiva. Le due bambine sono il perno di un ingranaggio che ci mostra soltanto le cose che loro vedono e nella maniera in cui le vedono. L’intento di Costanzo è quello di non confondere la storia di un legame umano con quella di tutti gli altri ma di farne la matrice principale e, non da meno, quello di liberare gli eventi del rione da uno sguardo clinico sulla “napoletanicità” per farne un più intimo e universale ritratto.

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Ne “le bambole” e “i soldi”, primi due episodi, le piccole e bravissime Elisa Del Genio e Ludovica Nasti danno rispettivamente il volto a Lenù e Lila. La piccola Lenù è una figura chiara per la macchina da presa, ben inserita in uno spazio scenico lineare e inquadrata sempre frontalmente o a figura intera; la Lila bambina invece occupa un angolo oscuro e meno comune, collocata in disparte in tutti i primi fotogrammi e inquadrata sempre in maniera frammentata ovunque si trovi. La sua inafferrabile figura rivela un moto incantato e misterioso che governerà le loro vite: Lenù viene catturata da un’inspiegabile attrazione per Lila, per la sua intelligenza così poco comune, e decide che “si sarebbe regolata su quella bambina”. Il mistero di un legame così animale e primitivo sta nella compresenza in esso di buoni sentimenti tanto quanto di cattivi: nella scena delle bambole, Lila getterà nello scantinato buio la bambola di Lenù e lei farà altrettanto, mossa da un misto di dolore e godimento per l’accaduto.

Il bisogno di essere “la più brava”, di elevarsi un tantino al di sopra delle teste del rione, sarà il movente principale delle loro vite. Il rione apparirà come un luogo impossibile da abbandonare, dove le famiglie hanno l’aspetto di creature tentacolari in uno spazio tentacolare a sua volta. Lenù e Lila vedranno l’una nell’altra una creatura in grado di salvarle, un metro di paragone fastidioso ma bellissimo in un mondo dove la loro condizione di figlie femmine povere sa già dove collocarle.

Ad interpretare le Lila e Lenù adolescenti troviamo Gaia Girace e Margherita Mazzucco, due interpretazioni un po’ meno riuscite rispetto a quelle delle bambine. Più rigide e a tratti artefatte, le ragazze hanno finito per “comprimere” più che “esprimere” i turbamenti di una Lila e una Lenù ormai grandi, dando luogo a momenti al limite del surreale, come la notte di Capodanno, o snaturando talvolta anche la più comune passeggiata per comprare la scarola. Questa recitazione troppo controllata ha conferito ai loro personaggi un grado maggiore di finzione, rendendo meno credibili le Lenù e Lila cresciute di quanto lo fosse la loro versione infantile. E, cosa peggiore, ha caricato di finzione anche la loro intelligenza, troppo nozionistica e da manuale al posto del genuino piglio che apparteneva loro da bambine. Scelta pessima è stata anche quella di inserire il voice over di Alba Rohrwacher (che recita parti del libro), un intervento fastidioso che più che dar voce ad una Lenù adulta appare come un intruso inopportuno.

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Attenta ai minimi particolari, dall’ambientazione rionale al bellissimo reparto costumi di Antonella Cannarozzi, la regia ha offerto allo spettatore un’immagine particolarissima dell’indigenza. Ne ha fatto addirittura qualcosa di bello, grazie ad un realismo magico riuscito e alle bellissime musiche di Max Richter, immergendoci in un’atmosfera rarefatta e al contempo concreta. 

La storia di Lenù e Lila parla di una povertà nascosta dappertutto e che, come un’oscura figura mostruosa (come il terribile Don Achille) sembra perire grazie al “genio” e riapparire poi ad ogni angolo. Il genio è il tentativo continuo di liberarsi, di svincolarsi dai legami oscuri ereditati di padre in figlio, ma è un tentativo costantemente punito: la nuotata di Lenù in mare, girata con un bellissimo movimento di macchina che la proietta in uno spazio illimitato, verrà punita con la più intima violenza, in una scena claustrofobica e immobilizzante.

Seppur con piccole e sparse sbavature, L’amica geniale consegna al pubblico un racconto ben girato,  una storia in grado di lasciare lo spettatore in qualche modo turbato, in virtù di una “restituzione” per immagini di una intuizione sulla natura umana – la misteriosa tensione, che lega Lenù e Lila e che tutto muove, tra ciò che ci spaventa e ciò che al contempo ci attrae.

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