Portare a spasso i pensieri – Girasoli di Catrinel Marlon
«Non è un caso, vero? Che la follia sia femmina». A pronunciare questa battuta è il dottor Gentile (interpretato da Piero Ragusa), uno dei protagonisti di Girasoli, debutto alla regia di Catrinel Marlon presentato in anteprima al 41° Torino Film Festival il 25 novembre.
Forse è un caso che Girasoli abbia fatto la sua prima apparizione sugli schermi, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, mentre nelle strade attorno alla Mole (e in molte altre città italiane) avanzavano i cortei di Non Una Di Meno. Ma quel che invece è certo è quest’anno si è parlato molto di donne al cinema (e, tragicamente, anche nella cronaca) e che se ne dovrà parlare ancora per molto. Lo ha fatto la stessa regista, che per quest’edizione veste anche i panni di madrina del Festival, dedicando un pensiero a Giulia Cecchettin nel suo discorso d’apertura, la sera del 24 novembre alla Reggia di Venaria Reale.

Se all’apparenza Girasoli viene promosso come una storia di un “amore in gabbia”, si rivela poi una rappresentazione dolorosa degli ultimi della società, un vero e proprio grido di denuncia che dà voce a tutte le vittime dello stigma della malattia mentale.
Anna (Mariarosa Mingione) è una giovanissima infermiera impiegata nella sezione infantile di un manicomio di provincia: siamo nel 1965 e la legge Basaglia è ancora troppo distante nella Storia per sperare in un lieto fine per i pazienti al suo interno. A contatto con individui considerati “malati, e non pazienti” e, soprattutto, con la quindicenne schizofrenica Lucia (Gaia Girace, la meravigliosa Lila giovane adulta de L’amica geniale), Anna capirà quanto può essere crudele l’essere umano nei confronti di chi considera inferiore.
Un girasole è letteralmente un malato che gira da solo, qualcuno che mostra di essere talmente “normale” da apparire guarito e quindi godere di una limitata libertà. I Girasoli del titolo sono proprio Anna e Lucia, che girano da sole e si girano intorno fino a incontrarsi nel mezzo – la prima, esclusa dall’orfanotrofio di suore nel quale è cresciuta (come dice lei stessa, «Non mi volevano da nessun’altra parte»), e la seconda, naturalmente esclusa dalla società in quanto “matta”.

L’unica a cercare di dare dignità a Lucia è la dottoressa Marie D’Amico, interpretata da Monica Guerritore, la cui prima apparizione – circondata dai colleghi uomini, durante un convegno in cui la ragazza viene esposta come un fenomeno da baraccone, per mostrare il risultato dei farmaci che vengono sperimentati su di lei – delinea già la risolutezza che la caratterizza per tutto il film. Nonostante il rischio di irrealismo, di nuovo non è un caso che sia proprio una donna a fare un passo avanti, a esporre il pensiero che «fosse per me, abolirei tutti i manicomi» e a far sorridere Lucia per la prima volta, riuscendo a scostare la maschera della schizofrenia che le viene imposta per rivelare un profondo trauma.
L’intento di denuncia del film è evidente sin dall’inizio, quando in una delle discussioni tra la dottoressa D’Amico e il dottor Gentile viene mostrata una testata giornalistica che fungerà da foreshadowing: Manicomi come i lager? E proprio come internati in un lager vengono trattati i giovanissimi protagonisti, colpevoli di non essere “normali” in un mondo che non accetta diversità. In questa rappresentazione dolorosa, che raggiunge il suo apice quando viene mostrato il Reparto 17, riservato alle persone in condizioni più critiche, Marlon denuncia non solo le cure tortuose e inefficaci (dai farmaci in pillola all’elettroshock) e le torture fisiche e psicologiche, ma soprattutto lo stigma del “matto” marchiato a fuoco sulla propria pelle per tutta la vita.

La regista apre uno spiraglio di speranza rendendo umanità ai pazienti attraverso la figura di Anna, che li fa ballare o uscire all’aria aperta e legge loro storie come Wendy Darling ai Bambini Perduti in Peter Pan. Per quanto questa scelta possa risultare stereotipica e trita, lasciare un barlume in una storia che trae tanto dramma da una realtà non troppo lontano dai nostri giorni è proprio il compito della finzione cinematografica.
Se Anna è la Wendy di questa storia, che brucia di desideri e libertà ma è destinata a crescere troppo presto, Lucia è la sua Peter Pan, eterna bambina e pura rappresentazione del trauma e dell’innocenza, che anche se imprigionata dalla realtà del manicomio, troverà sempre il modo di ricevere luce, girandosi verso il suo sole.

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