L’eredità di Stan Lee tra Cinema e Televisione

Immagine in copertina di BossLogic

Quando si pensa a Stan Lee e al cinema il primo pensiero va senza dubbio a uno dei suoi innumerevoli cameo. Il rapporto tra il fumettista americano e la settima arte però è ben più profonda di qualche sporadico momento su schermo e ben più vecchio delle sue prime comparse. Oggi il cinecomic gode, a torto o a ragione, di immensa popolarità tanto presso il pubblico quanto (comunque sempre un po’ di meno) presso la critica, andandosi a inserire prima negli spazi tra le varie grandi produzioni e dopo poco soppiantandole quasi del tutto. I motivi di questo successo sono molteplici e ognuno meriterebbe un’analisi approfondita, ma per ora ci limiteremo a prenderne in esame solo uno, partendo da quella che è l’eredità del recentemente scomparso Lee: la multinarrazione.

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Illustrazione di Nicolò Villani

Quali che siano gli effettivi meriti di Stan Lee nella storia del fumetto, un merito su tutti gli deve essere giustamente riconosciuto: quello di aver contribuito enormemente al rinnovamento di un genere letterario che durante tutti gli anni ’50 ha subito una ingiusta crisi dovuta principalmente a una massiccia e capillare “campagna d’odio”; rinnovamento che è stato reso possbile anche  pescando qua e là dai vari generi cinematografici.

Stan Lee, è lui stesso a raccontarcelo, era appassionato di cinema e in particolare dei film con protagonista Errol Flynn. Quando negli anni ’60 ha contribuito in Marvel al rinnovamento del genere super-eroico, ha fatto buon uso di quanto appreso in sala potenziando sia le tematiche narrative (con un abbandono lento ma progressivo delle atmosfere patriottiche tipiche degli anni ’40), sia gli aspetti più scenografici. Tuttavia non si sarebbe assistito a nessuna “Rivoluzione Marvel” se Stan non si fosse circondato di artisti del calibro di Jack Kirby e Steve Ditko, i quali hanno saputo, il primo, rivoluzionare l’uso delle tavole e delle vignette spianando di fatto la strada alle sceneggiature dal taglio cinematografico nei fumetti, e il secondo, rinnovare la grafica dei costumi.

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Errol Flynn nei panni di Robin Hood

Con i migliori artisti del suo tempo a disposizione Stan Lee ha dato il via a una nuova era del fumetto contraddistinta da una molteplicità di narrazioni distanti e contigue. Nello stesso mese si poteva leggere di un’invasione aliena su I Fantastici Quattro e un racconto di guerra su Nick Fury e gli Howling Commandos. L’intuizione geniale di Lee fu però la scelta di mettere nei suoi albi degli elementi che facessero intuire al lettore che le due storie fossero ambientate nello stesso mondo e che quindi la storia vera e propria era un’altra e più grande che si poteva comprendere solo leggendo tutti gli albi ad essa collegati. La scelta di Lee si può interpretare (oltre che come una strategia per incrementare le vendite) come un modo per creare nuove storie sperimentando e mischiando generi ed elementi anche cinematografici diversi che proprio al cinema non avrebbero, almeno all’epoca, trovato spazio. Qualcosa di vagamente simile si vedrà per la prima volta solo nel 1977 in Star Wars, dove fantascienza, space opera, fantasy e western sono magistralmente mischiati.

Non che prima non esistessero grandi epopee cinematografiche, anche di più capitoli, che raccontassero un’unica grande storia, ma la scelta di Lee di ambientare storie diverse nello stesso universo si è rivelata non solo vincente ma capace di riproporsi negli anni a venire con grande naturalezza, grazie anche alla potenzialità di rivolgersi a un pubblico sempre più vasto e variegato. Un po’ come se Lee, al pari di un novello profeta, avesse trovato una formula per eternizzare le sue storie, i suoi personaggi e il suo stile narrativo attraverso i suoi lettori/discepoli con i quali nei suoi editoriali, i famosi Stan Lee’s Soapbox, intratteneva un rapporto diretto, tanto che i discepoli in effetti non mancarono. È il caso di Roy Thomas, accanito lettore Marvel prima e prolifico sceneggiatore degli Avengers poi; o ancora George R.R. Martin, l’autore della saga letteraria del Trono di Spade, oggi la serie TV più vista al mondo, le cui lettere di ammirazione alla redazione Marvel sono ben note. E questo solo per citare alcuni esempi.

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Una lettera di George R.R. Martin alla Marvel

I cinecomics approdano sul grande schermo ben prima del 2008 ma è solo con l’Iron Man di Jon Favreau che l’idea di continuità Marvel approda sul grande schermo. Il resto, come si suole dire, è storia e da allora i Marvel Studios hanno avuto vita relativamente facile arrivando anche in televisione e sulle piattaforme streaming. Questa intuizione di Lee, ereditata per prima e meglio dai Marvel Studios, è già stata implementata più volte tra grande e piccolo schermo, non sempre tuttavia con risultati degni di nota. Pensiamo a saghe come I Transformers di Micheal Bay, al “monsterverse” (Godzilla e King Kong) della Warner Bros, o ancora al tentativo della Universal di far partire un proprio universo cinematografico con i mostri del cinema anni ’30 come Dracula (Dracula Untold, Gary Shore 2015) e la Mummia (La Mummia, Alex Kurtzman, 2017). Tutti tentativi, fallimentari, di emulare il prodotto e gli incassi Marvel. Una missione fallita anche dalle case di produzione che in teoria avrebbero avuto già tutti gli strumenti per rivaleggiare ad armi pari, come la Warner/DC, che dopo il 2012 non è stata più in grado di sfornare un film degno di nota, salvo solo per Wonder Woman.

Non si può negare che sia molto facile che un cinecomic, e in generale un qualunque blockbuster degli ultimi dieci anni, rischi di essere la copia di un altro puntando su tutti quegli elementi di “consumo” (quali costumi ed effetti visivi) che rendono un film tanto vendibile quanto inguardabile (si veda a questo proposito l’ultimo film di Venom della Marvel/Sony). Ebbene non è questa l’eredità e il “verbo” di Lee che dobbiamo ricercare, poiché l’eredità di Lee non consiste nello sfornare storie continuamente uguali a sé stesse, né puntare immediatamente alla mitologia corale e interconnessa, bensì consiste nella capacità di far coesistere generi e stili diversi senza snaturarli. Lavori come Guardiani della Galassia e Captain America: The Winter Soldier, due film che non potrebbero essere più distanti, rappresentano bene l’idea di narrativa marvelliana che deve essere portata avanti. Una sfida questa che col tempo si rivelerà indubbiamente sempre più ardua, soprattutto se si considera che con il 2019 la Marvel entrerà a pieno titolo in possesso delle proprietà FOX, inclusi quindi i diritti su personaggi come i, tanto attesi, Fantastici Quattro, gli X-Men e lo scomodo Deadpool. Se la Marvel e la Disney riusciranno a preservare la diversità narratologica senza sacrificare l’integrità della continuity, potremmo assistere ancora per molto tempo a produzioni originali e sempre nuove che renderanno eterna la visione di Stan Lee ben oltre le pagine dei fumetti. In caso contrario rischieremmo, solo in nome del profitto, di subire un’orda senz’anima di film tutti uguali a sé stessi, i quali invece di eternizzare l’eredità di Stan Lee, la terrebbero in vita come un morto che cammina.

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