Yaga è il punto di incontro tra Twin Peaks e Teen Wolf e non possiamo fare altro che amarla
La serialità non è più sexy come un tempo. Se avete subito iniziato a pensare “Ma scusami, Heated Rivalry?”, avete capito esattamente il problema. La sensualità è difatti limitata a un genere solo – quello del romance – che solo raramente riesce ad arrivare sullo schermo di qualsiasi formato. Siamo in un periodo in cui, per citare un bellissimo saggio di RS Benedict sulla feticizzazione e la desesualizzazione del corpo da parte dei film Marvel, “tutti sono belli e nessuno è eccitato”: i corpi esistono come oggetto da ammirare ma il sesso non è pervenuto se non nei generi dove questo è ritenuto realmente importante ai fini della trama (rientrano in questa casistica anche quelle miniserie su donne di mezza età che scoprono la propria sessualità come Mrs Fletcher o Dying For Sex).
Nel mezzo di questo strano pudore seriale, Yaga, la produzione Crave da noi distribuita su HBO Max dal 23 ottobre, è una gradita anomalia. Sulla carta non ti aspetteresti che la serie più sensuale di quest’anno sia un “retelling” contemporaneo della leggenda di Baba Yaga, un personaggio del folklore slavo che noi conosciamo soprattutto per essere uno dei soprannomi di John Wick (e non siamo gli unici, visto che lo stesso protagonista della serie esclama “quella di John Wick?” la prima volta che sente quel nome). La creatrice di Yaga Kat Sandler, nonché autrice dello spettacolo teatrale da cui è la serie è tratta, usa difatti questa idea come un complesso cavallo di Troia che parte da una storia di una donna troppo spesso fraintesa e per questo additata come strega per parlare del desiderio e dei suoi effetti collaterali.

Tutto comincia a Wittock, una piccola cittadina costiera (il luogo più desiderato della serialità degli ultimi mesi tra Widow’s Bay, Below e in qualche forma Sterling Point) da qualche giorno in subbuglio a causa di una sparizione. Sono giorni che non si hanno notizie del giovane Henry Park (Hudson Williams), il giovane figlio arrogante e viziato di un impero ittico locale, e mentre Carson (Clark Backo) crede che sia molto semplicemente andato in Europa a divertirsi, arriva sulla scena anche Rapp (Noah Reid), un investigatore privato assunto dalla stessa famiglia Park. Inutile dire che i due hanno priorità e metodi investigativi radicalmente diversi, lei profondamente pragmatica e con poca predisposizione alle perdite di tempo e lui distratto, dalla dubbia etica lavorativa e dal flirt facile. Carson e Rapp iniziano a interrogare sospettati in giro per la cittadina, partendo da Logan (sempre Hudson Williams, ma questa volta con una strana protesi sul naso), il coinquilino e mezzo “stagista schaivo” di Henry, per arrivare infine a Katherine (Carrie-Anne Moss), una misteriosa e affascinante professoressa di biologia con una passione particolare per le ossa.
Yaga è tante cose insieme, forse troppe: è un whodunnit, un thriller erotico dalle tinte paranormali e un mezzo omaggio a Twin Peaks ma che porta con sé anche l’eredità di serie come Teen Wolf e The Vampire Diaries. Tutti hanno segreti, tutti si desiderano e si vogliono, tutti possono morire da un momento all’altro. Yaga sceglie attivamente di non prendersi troppo sul serio, dopotutto quando la tua intera serie è narrata da una strega (con uno stereotipato accento da strega), la tua protagonista nella prima scena sta leggendo un romantasy sul luogo di lavoro e metti addosso una salopette senza nient’altro addosso a Hudson Williams, capisci anche che non puoi fare altrimenti. Questa leggerezza misurata e consapevole, combinata con episodi di durata ridotta che non aderiscono allo standard solito del dramma ma preferiscono la mezz’ora di solito destinata alla commedia, portano Yaga a essere un perfetto guilty pleasure per questa stagione autunnale, un mistero da divorare per saperne di più guidati da atmosfere tetre e da bei visi, perché dopotutto non guastano mai.

Sul fronte attoriale, Yaga non avrebbe ragione di esistere e probabilmente sarebbe una serie molto meno riuscita senza la presenza della splendida e tragicamente sottovalutata Carrie-Anne Moss, che raramente ha avuto l’attenzione che avrebbe meritato nel post Matrix. Qui, attraverso il personaggio di Catherine, è libera di essere minaccia e magnete, di catturare chiunque con uno sguardo o anche di rigettarlo, è libera di essere sexy e possiamo assicurarvi che dopo averla sentita parlare, non penserete mai alle ossa nello stesso modo. Backo e Reid portano sullo schermo il banter che siamo soliti aspettarci da una coppia di investigatori e se spesso la loro relazione cade in dinamiche che abbiamo già visto in tanti altri procedural, dopo alcuni episodi trovano la chimica e lo spazio giusti. Nome sulle labbra di tutti per giuste ragioni essendo stato co-protagonista del fenomeno seriale degli ultimi due anni, Williams ha una – anche se sarebbe meglio dire due – parte minore, ma si dimostra trasformista e incredibilmente capace di tenere testa a Moss in una delle scene più intense e bollenti della stagione.
Yaga riporta alla mente una televisione che un tempo era dovunque e che ormai da dieci anni e in particolare dall’avvento delle piattaforme sembra essere stata totalmente dimenticata da ormai dieci anni. In un mondo giusto questa serie probabilmente avrebbe avuto 24 puntate da 40 minuti l’una tra voli pindarici sul folklore di Baba Yaga ed escapade sessuali varie degne della coppia di scambisti di The Invite. Yaga è sexy, giocosa, misteriosa e riesce a fare tutte queste cose con un’intelligenza sorprendente e il merito è soprattutto della sua creatrice Kat Sandler che ha preso il suo spettacolo e non ha avuto paura di stravolgerlo per portarlo sullo schermo, aggiungendo personaggi, cambiando risvolti di trama e amplificando tutta la componente sovrannaturale. Le streghe sono decisamente tornate, gloriose, minacciose e pronte a desiderare, ma forse, come ci insegna Katherine, dovremmo pensarci un po’ prima di chiamarle ancora così.
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