25 anni di Matrix – La transizione di genere e realtà
Nel 2016 Lilly Wachowski fu costretta da un giornalista insistente, ormai prossimo a farle outing, ad annunciare pubblicamente di essere transgender. Decise di farlo sulle pagine del Windy City Times, “la voce della comunità LGBTQ+ di Chicago dal 1985”, con una lettera aperta incentrata sulla frustrazione dovuta a quell’invasione della privacy e sulla sua esperienza con la transizione. In particolare, Lilly ammise di aver difficoltà a comprendere la teoria queer, quanto la stessa identità, fatta eccezione di una frase del teorico José Esteban Muñoz:
“La queerness è essenzialmente un rifiuto del qui e ora e un’insistenza sulla potenzialità di un altro mondo”
È difficile, se non impossibile, leggere queste parole e non trovarvi la parabola di Neo, specialmente nel primo capitolo di Matrix. Con la scelta della pillola rossa, il personaggio interpretato da Keanu Reeves rifiuta il mondo che conosce, il suo hic et nunc, per aprire gli occhi e scoprire la realtà oltre alla neuro-simulazione in cui ha vissuto fino a quel momento.

Il primo rifiuto compiuto da Neo è quello del suo nome anagrafico, l’identità con cui vive nel Matrix quando deve confrontarsi con la società convenzionalmente intesa. Thomas Anderson è a tutti gli effetti un ruolo interpretato da Neo, un cittadino modello che conosce e rispetta le regole, senza indispettire alcuno. La notte permette a Neo di muoversi liberamente, lontano dallo scrutinio costante della società e sfidare il sistema fin dalle sue fondamenta. L’unica istanza in cui il suo deadname torna è in Matrix: Resurrections, quando una terapia di (ri)conversione a base di pillole blu intrappola Neo nel Matrix.
Al nome segue un secondo rifiuto ancora più radicale: quello del corpo. Il corpo in Matrix è per natura limitante, una prigione di carne che opprime la mente e le sue potenzialità. La chiave per vivere, come annunciato da Morpheus (Laurence Fishburne), è liberare la mente, abbandonando tutte quelle sensazioni capaci di inibirla come la paura, il dubbio e l’incredulità. Solo così si può abbracciare il proprio potenziale. Nella saga di Matrix la forma più estrema e forse favoleggiante di liberazione è il volo, che ha le stesse conseguenze della pillola rossa. Vedere qualcuno volare significa mettere in dubbio le regole del mondo vissuto finora e cercare qualcosa di più.

Il disagio di Neo nel Matrix, la continua e fastidiosa sensazione che qualcosa sia nel posto sbagliato, assomiglia alla incogruenza di genere esperita da molte persone trans prima, durante e dopo la loro transizione. Nel corso della trilogia principale, Neo prende controllo della sua vita e la modella come dovrebbe essere per lui. Una volta libero, tornare nel Matrix significherebbe solo regredire, rinnegando se stessi e la propria possibilità di libertà.
Nonostante sia stato realizzato anni prima della transizione pubblica delle sorelle Wachowski, o come ha preferito definirla Lana “evoluzione”, Matrix si è rivelato, fin dal suo arrivo in sala venticinque anni fa, come una delle opere più esplicitamente trans della storia. Non si tratta di una mera rilettura dovuta all’esperienza delle autrici e registe, ma piuttosto di un’allegoria presente fin dal principio ed esplicita a chiunque avesse avuto esperienze similari.
In un’intervista a The Hollywood Reporter, Lilly spiegò come Matrix nascesse da “una forte rabbia verso il capitalismo, le corporazioni e tutte le forme di oppressione”, ma quel sentimento aveva un’origine ancora più personale: “La rabbia ribollente in me derivava dalla mia stessa oppressione, dal mio costringermi a rimanere nel closet”. L’allegoria sarebbe stata ancora più esplicita se, come inizialmente pensato dalle sorelle Wachowski, il personaggio di Switch fosse stato interpretato da un uomo nelle scene nel mondo reale e da una donna (Belinda McCrory, l’interprete presente nel film) nel Matrix. L’idea, frenata dalla Warner Bros., rimane suggerita nel film grazie a un personaggio facilmente interpretabile come fluido nell’espressione di genere.

La lettura trans di Matrix, tuttavia, non è l’unica strada interpretativa possibile. Lì, nelle pillole di Neo, dove le persone trans vedevano scherzosamente (ma non troppo) la scelta tra estrogeni e testosterone, alcune comunità su internet vedevano la necessità della contro-informazione, un bisogno di rifiutare quanto detto dai media per costruire una propria realtà resistendo alle forze esterne che la minacciano. I cosiddetti “redpillati” credono di sapere meglio di chiunque altro come funzionino realmente la società e le dinamiche interpersonali, specialmente se intersecate al genere. Dalla manipolazione della leggenda di Neo, è nata l’esigenza di realizzare un ultimo film, quello che molti critici e appassionati hanno definito un suicidio commerciale e creativo. Matrix: Resurrections è un film-spiegone nel modo più essenziale del termine: rende l’allegoria la sostanza stessa del racconto e ripercorre per filo e per segno i veri motivi che hanno portato all’esigenza di Matrix.
L’istanza in cui questa frustrazione diventa più esplicita è quando Bugs, una ribelle appartenente alla Resistenza, racconta a Neo quanto la sua storia, tanto importante per lei e la sua gente, sia stata trivializzata dal Matrix che l’ha plasmata per i suoi scopi e trasformata da fonte di speranza in arma. Matrix: Resurrections rappresenta per le sorelle Wachowski (anche se l’ultimo capitolo porta la firma solo di Lana) un modo per riappropriarsi della storia di Neo, per liberarla dalle fauci del capitalismo e di chi ha scelto di plagiarla per perpetrare violenza. Se si spoglia Matrix dell’azione, rimane una storia di ricerca identitaria e comunitaria, il desiderio di un mondo dove lo status quo non opprime l’uomo. A venticinque anni di distanza dall’uscita, il primo film è ancora una lucida analisi tanto del presente che stiamo vivendo quanto del futuro che si sta avvicinando.
Forse basterà una pillola rossa per scoprire se stiamo vivendo nel Matrix anche noi.
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