The Invite ci ricorda che la commedia al cinema è molto più bella
Ormai da anni la commedia è stata relegata a una posizione secondaria nella gerarchia dei generi, troppo poco intellettuale per meritare la stessa attenzione del drama e poco divertente per riuscire ad attirare un pubblico di massa in sala. Ridotta a un genere di facile consumo e per uno spettatore che, pur distratto da mille schermi, resta comunque in grado di coglierne lo sviluppo in soldoni, il destino della commedia è diventato la piattaforma, di cui sovrappopola i cataloghi con volti noti e trame quasi inesistenti nell’ottica di restare un contenuto di mero sottofondo, senza grandi pretese ma proprio per questo godibile.
A sfidare questo scenario ci pensa The Invite, terzo film da regista di Olivia Wilde che torna al genere dopo il successo dell’esordio con Booksmart (2019) e la parabola non proprio riuscita di Don’t Worry Darling (2022) con un tentativo che ha già riscosso un successo enorme oltreoceano e ha tutte le carte per diventare un instant classic. Al centro del film la coppia formata da Joe (Seth Rogen) e Angela (interpretata dalla stessa Wilde), lui musicista fallito e insegnante di musica insoddisfatto e lei casalinga che passa le giornate a riarredare l’appartamento appena ristrutturato in cui vivono con la figlia. Il loro matrimonio già scarico e litigioso è messo ulteriormente alla prova dai rumori molesti dei vicini del piano di sopra, Pina (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton), le cui urla di piacere li tengono svegli tutta la notte. Col desiderio di fare nuove conoscenze nelle sue giornate di solitudine, Angela decide di invitarli a cena all’insaputa del marito, che si mostra subito pronto ad affrontarli per risolvere la questione una volta per tutte, in una serata che prende presto una piega inaspettata tra incomprensioni e rivelazioni sorprendenti.

Se questa premessa vi suona familiare e vi ricorda una commedia non particolarmente riuscita con Claudio Bisio, non vi sbagliate: il film è infatti il remake dello spagnolo Sentimental, riadattato nel 2022 in Italia con il titolo di Vicini di Casa. Ma questa operazione non deve ingannare. In sala con I Wonder Pictures dal 16 settembre, The Invite infatti si colloca fin dalla sua concezione in un campo molto diverso: girato quasi unicamente in una sola location in pellicola 35mm, caso più unico che raro per una commedia, e un cast di grande spessore che, di fatto, occupa la parte più consistente del budget di produzione, il film è dichiaratamente una commedia autoriale con riferimenti a una tradizione chiara e precisa, riflessi in primis nella sceneggiatura scritta da Rashida Jones e Will McCormack – e che potrebbe valere loro un Oscar – fondata su dialoghi brillanti e pungenti e con un ritmo che non lascia scampo ai personaggi, amplificato anche dall’opprimente colonna sonora di archi composta da Devonté Hynes. Una sceneggiatura che non avrebbe nulla da migliorare è ulteriormente elevata dalle interpretazioni dei quattro protagonisti, che ciascuno a loro modo regalano delle performance tra le migliori della loro carriera: Seth Rogen ricorda ancora una volta di essere molto più di un semplice attore comico, Edward Norton regala uno dei monologhi più memorabili e dolorosi del film e Penélope Cruz brilla in ruolo caotico ed imprevedibile che riesce a dare profondità anche ai momenti apparentemente più banali.

Dall’altra parte Olivia Wilde fa molto più che semplicemente adattarsi ai due ruoli di attrice e regista: se infatti interpreta con grande cura le nevrosi e le ansie di una protagonista insoddisfatta ma piena di desideri, è nella veste di regista che sia lei sia il film brillano ancora di più. Partendo da riferimenti dichiarati come Who’s Afraid of Virginia Woolf? di Mike Nichols e 12 Angry Men di Sydney Lumet, Wilde rivela una cura estrema nei dettagli e nella composizione visiva del film, dove nulla è lasciato al caso pur affidandosi all’ispirazione e al talento dei propri attori protagonisti. Al contrario di quanto potrebbe sembrare dall’ambientazione unitaria e della centralità dei dialoghi, The Invite è l’opposto di un’opera teatrale: il ritmo e la direzione dello sguardo guidato e costruito dalla regia conferiscono una potenza fortemente ed evidentemente cinematografica non solo alla storia, ma anche e soprattutto allo spazio in cui si svolge, trasformando l’appartamento in un vero e proprio quinto protagonista
Tra le cornici delle sue pareti, le due coppie performano una coreografia caotica e sorprendente tra battibecchi e tentativi di fare colpo che culmina in una rivelazione inattesa che, di fatto, finisce per essere il catalizzatore di una parabola discendente da cui i protagonisti rischiano di non sollevarsi più. Se infatti la prospettiva originale e libera nei confronti del sesso e delle relazioni non monogame proposta dai vicini potrebbe essere un’occasione per Joe e Angela per riscoprire parti dimenticate di se stessi e salvare il corso della loro relazione, questa nuova intimità al contrario li mette davanti alle loro fragilità più grandi, infelici e insoddisfatti in dei ruoli in cui loro stessi si sono imprigionati e di cui continuano a incolpare l’altro.

È proprio qui che The Invite rivela la sua forza più grande: l’accettazione dell’invito dei vicini e i goffi ma divertenti tentativi di portarlo a termine si ribaltano nel giro di poco in momenti dolorosi e rivelatori, che riportano violentemente i protagonisti alla dura realtà quotidiana e li costringono a vedere, forse per la prima volta, la verità sul loro matrimonio, in un progressivo assottigliarsi del confine tra commedia e dramma che solo le grandi commedie sono in grado di raggiungere con questo controllo. Ed ecco che la lotta di Wilde per difendere la dignità del genere e portare il film in sala assume un valore ancora più importante, perché The Invite è per sua natura un film che raggiunge il massimo delle sue potenzialità se fruito nel buio di una sala, ridendo e piangendo al fianco di sconosciuti perché tutti, in modi differenti, possono riconoscersi in questo spaccato di vita divertente ma doloroso e, proprio per questo, profondamene umano.
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