Glee sta tornando e, purtroppo o per fortuna, ci saremo
“by the way people talk about glee, it was either the greatest show ever made in all of humanity’s existence or something pulled straight from the deepest pits of hell” – @bunanuan su X
Senza Glee, non sarei la persona che sono oggi. È una realtà difficile – anche al giorno d’oggi odio riconoscere dei meriti al suo creatore Ryan Murphy – a cui sono arrivate nel corso degli undici anni che ormai sono passati dalla sua fine. Probabilmente senza Glee avrei scoperto con considerevole ritardo che essere gay era anche solo una possibilità o non avrei mai intercettato tantissimi musical che ora considero punti cardine della mia personalità come Cabaret e RENT – siamo sinceri, senza Glee avrei visto Rocky Horror Picture Show con almeno dieci anni di ritardo. Probabilmente senza Glee non avrei mai scelto di fare teatro, di mettermi a cantare su un palcoscenico al talent show del mio liceo a fine anno perché volevo avere il mio momento Rachel Berry. Probabilmente senza Glee mi sarei presa molti meno insulti nei messaggi privati su Tumblr, perché difendevo un personaggio nel momento in cui litigava un altro, e io scoprivo per la prima volta cosa significava stare dentro un fandom. Parlo per ipotesi perché oggi, a trent’anni di cui gli ultimi undici vissuti senza Glee, fatico comunque a pensare alla mia vita senza quella serie, perché potrò insultarla costantemente, ma difficilmente trovo altro che sia stato capace di plasmarmi come hanno fatto quelle sei stagioni.

Dal 2009 al 2015, per me Glee è stata la prova che in televisione tutto era possibile, che si poteva andare da un episodio dove tutti i personaggi erano Muppets a un’allucinazione da anestesia che da vita a un tributo a Britney Spears, per arrivare infinite alle Regionali in cui la serie scopriva per la prima volta le canzoni originali e capiva che forse il gioco non valeva davvero la candela. Glee è diventata poi, per l’opinione pubblica, una serie maledetta, nota più che altro per le morti che hanno colpito il cast: Cory Monteith (Finn) nel 2013 mentre Glee andava ancora in onda (la tragedia fu difatti incorporata nell’episodio The Quaterback della quinta stagione) e Naya Rivera (Santana) nel 2020. Nel gennaio del 2003 arrivò anche una docuserie in tre puntate intitolata The Price of Glee, un progetto molto discutibile e dalla dubbia etica incentrato sui dietro le quinte della serie, dalle numerose accuse di bullismo e di ambiente tossico sul set al costo della fama per degli attori così giovani. Forse è proprio per questo che risvegliare Glee, con un reboot annunciato ufficialmente da Deadline dopo mesi di speculazioni a causa di alcune interviste rilasciate da Murphy durante la promozione di The Shards, assomiglia a quel momento nei film d’avventura dove qualcuno tira fuori un manoscritto che da secoli è notoriamente maledetto e poi si stupisce se attorno a lui iniziano ad accadere delle disgrazie. Il problema è che nonostante tutto, nonostante le maledizioni, i miei dubbi e tutte le altre preoccupazioni che balenano per la mia testa, io non vedo l’ora di vedere cosa succederà.
Io adesso potrei star qui a dirvi che ignorerò l’esistenza del reboot per preservare il – per quanto possibile – positivo ricordo della serie, ma sarebbe una menzogna. Proprio perché Glee ha significato così tanto per me e per così tante persone, saremo lì il giorno dell’uscita anche solo per poter dare la nostra opinione su ogni scelta narrativa. Inutile dire che già dall’annuncio, ci sono alcuni problemi potenziali. Nella sua run originale Glee era una serie network che andava in onda su FOX con tutti i crismi della televisione di questo tipo tra hiatus e stagioni che duravano da settembre a maggio. Con una produzione quasi “in real time” con gli episodi che chiudevano i set poche settimane prima della messa in onda, la serie era capace di intercettare le canzoni di quel momento, di commentare momenti della cultura pop con un’ironia feroce prima che tutti se ne dimenticassero. Questo reboot nasce invece sotto la stella Disney+/Hulu, dove al momento la serie originale è disponibile per lo streaming negli Stati Uniti. Significherebbe spingere Glee nel modello delle piattaforme che, se funzionano per un suo recupero a posteri, difficilmente possono aiutare un suo rilancio. Dal momento dell’annuncio su X i cosidetti gleek si sono sbizzarriti nel proporre canzoni che il rinnovato Glee club potrebbe cantare da Nicole Kidman di Adéla a Hootie Frutti delle Katseye, ma la verità è, anche se iniziassero a girare Glee tra una settimana, se dovessimo aspettare la chiusura del set dell’intera stagione per vedere un solo episodio, queste canzoni sarebbero già passate di moda perché ci troviamo in un momento storico che ha bisogno di costanti novità, di nuovi stimoli e le tendenze, se esistono, hanno durate a dir poco irrisorie.

Quando ho citato questa mia preoccupazione a una cara amica, menzionando come – ad esempio – sull’onda di Gangnam Style arrivò a farne una cover a pochissimi mesi dall’uscita, lei mi ha risposto che forse la fortuna della serie sta proprio nell’essere sempre stata capace di trovare canzoni o situazioni che sono rimaste nel tempo, a prescindere da quando Glee decidesse di farle. La serie infatti non ha solo canzoni super recenti, una tendenza che ha esplorato più nelle ultime stagioni, ma anche tantissimi classici, dal catalogo di Broadway che abbiamo già menzionato e momenti di puro dad rock con i Journey o gli Aerosmith. Da capire però come Glee affronterà l’incognita viralità, altresì conosciuta come l’incognita TikTok: se cercherà quindi di inseguire una forma di zeitgeist o se riuscirà ad essere sempre Glee.
Ho tanta paura di sapere come Ryan Murphy e Brad Falchuk immaginano il futuro dei protagonisti della serie (dalle notizie delle ultime ore, è probabile che tornino circa 10 membri del cast originale con conferme già da parte di Lea Michele, Chord Overstreet e Heather Morris), dopo che già hanno fatto tanta fatica a lasciarli andare quando avevano raggiunto il diploma e cercavano comunque di riportarli al liceo McKinley in modo da non distanziarsi troppo da quel mondo. Glee aveva trovato quell’equilibrio, per quanto precario, tra vecchia e nuova generazioni che cercava da anni solo nella sesta e ultima stagione con l’introduzione di Roderick (Noah Guthrie), i gemelli Mason (Billy Lewis Jr.) e Madison (Laura Dreyfuss), Jane (Samantha Marie Ware) e Spencer (Marshall Williams), personaggi che abbiamo dovuto salutare nel momento in cui avevamo appena iniziato ad affezionarvici.
Ora riportando quel cast originale – da capire la dimensione in cui sarà coinvolto – cosa può fare Glee? Può concentrarsi sui figli, visto che il pargolo di Quinn (Dianna Agron) nato alla fine della prima stagione ora avrebbe sedici anni? Potremmo mollare finalmente la scuola del tutto e vedere loro da adulti a New York? Le possibilità sono tante e sembrano tutte fondamentalmente sbagliate. La paura è dettata soprattutto da quello che in questo momento Murphy e Falchuck stanno facendo con American Horror Story: 13, un “prodotto della cultura del fandom” come ha scritto la nostra Ilaria Perris, che sceglie attivamente di sfruttare la nostalgia, le citazioni iconiche, i momenti “clippabili” da dare in pasto ai social, mentre raduna montagne di personaggi senza alcune cognizione di causa. Sarebbe bello riavere il Glee Club nella sua forma originale ma per quanto tempo ancora puoi mettere dei quarantenni nell’auditorium di un liceo e sperare che funzioni?

Questo revival dovrà fare i conti anche con un altro grande nemico: la sensibilità. “Non si può dire più niente” è una di quelle frasi che si ripetono a pappagallo per sottolineare i “danni collaterali” del politicamente corretto, ma la verità è che un personaggio come Sue Sylvester (Jane Lynch) non potrebbe esistere al giorno d’oggi se non con uno di quei cartelli con scritto “This program includes negative depictions and/or mistreatment of people or cultures. These stereotypes were wrong then and are wrong now.” che Disney ha iniziato a mettere in testa a vecchi film. Glee era contemporaneamente la serie più innovativa e retrograda che potesse esserci in quello specifico momento storico, era figlia della presidenza Obama, di anni in cui il vento sembrava girare in favore dell’inclusione e della lotta per i diritti, anche se queste percorrevano strade strampalate. La serie poteva dominare le classifiche musicali (e ad ora detiene 207 ingressi nella Billboard Hot 100), perché era ancora event television. Nella mia percezione di adolescente, con una dieta televisiva forse limitata ma con una già sufficiente dipendenza dal web, Glee era trasmessa a reti unificate, tutta la mia cerchia digitale si fermava ogni settimana per commentare le scelte musicali, le still, il nuovo episodio e tutto ciò che lo circondava. Tornavo da scuola e correvo su Tumblr per vedere le gif dell’episodio e poi cercavo uno streaming rischiando qualche virus. Il giorno del primo bacio tra Kurt (Chris Colfer) e Blaine (Darren Criss) feci appena in tempo a vedere una gif che il mio pc si spense per non riaccendersi mai più e mi sentivo tagliata fuori da una comunità che ho compreso davvero solo molti anni più tardi.
Oggi Glee sarebbe capace di catturare così tanto l’attenzione? La risposta è un sincero “non lo so”. Quando hanno annunciato la AHS: 13 con questo raduno marvelistico di tutti i pezzi da novanta della serie da Jessica Lange a Evan Peters, mi sono detta che non avremmo parlato d’altro per settimane e poi – dopo i primi tre episodi – l’attenzione social è subito morta tra chi mollava per delusione e chi si diceva “vabbè, recupero quando finisce”. Oggi è difficile essere un evento seriale e, se la speranza è l’ultima a morire, Ryan Murphy e Brad Falchuck sono le ultime persone in cui vorrei riporla.

Qualsiasi cosa io possa dire o possa scrivere, la verità è che a Glee, purtroppo, devo tanto e nulla, nemmeno un revival insensato potrà toglierlo. Almeno una volta all’anno – e quest’anno è proprio mentre sto scrivendo questo articolo – ascolto con le lacrime agli occhi le canzoni del Glee Cast su Spotify, portandolo ad essere ancora uno dei miei artisti più streammati. Ogni volta che sui social vedo la clip di un’esibizione mi fermo a guardarla con il fantasma della Giada del passato sulla spalla, quella che inseguiva la serie in DVD, sui forum online, su Italia Uno o La5. Riuscirei mai a riguardare la serie nella sua interezza oggi? No, probabilmente no, ma anche perché la so a memoria perché Glee è stata un antro sicuro in anni in cui non mi sentivo libera di essere me stessa, dove sentivo che la mia sessualità e le mie passioni erano giuste e il giudizio, se esisteva, era deriso. La serie è stata la mia mappa in adolescenza, mi ha portata dove avevo bisogno di essere e ci avrò perso gli anni migliori della mia gioventù dietro ma forse in fondo ne è valsa la pena. Sì, il reboot di Glee non avrà senso di esistere e probabilmente avremmo fatto meglio a lasciarla dormire per sempre, ma saremo lì in prima fila a commuoverci quando – a tradimento nel primo episodio – si rimetteranno a cantare Don’t Stop Believing, perché sicuro lo faranno.
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