American Horror Story 13 è il prodotto della cultura del fandom
L’amatissima serie American Horror Story è tornata sui nostri schermi per una tredicesima stagione che ci accompagnerà fino ad inizio novembre. I primi tre episodi, arrivati in Italia su Disney+ il 1 ottobre, hanno trasformato la serie in un enorme esercizio di memoria collettiva. Quando nel 2011 Ryan Murphy e Brad Falchuk presentarono la serie, la sua forza stava proprio nella promessa di poter ricominciare da capo ogni anno: nuove ambientazioni, nuovi personaggi, nuove storie, nuovi incubi. Il carattere antologico di American Horror Story le ha permesso di reinventarsi continuamente, costruendo sempre di più un rapporto con il proprio pubblico. Non a caso, ci sono serie televisive che, soprattutto dopo quindici anni, smettono inevitabilmente di essere solo serie tv. Diventano veri e propri oggetti culturali, archivi di immagini, personaggi e citazioni che ormai il pubblico ha imparato a riconoscere.
Ogni stagione è riuscita a diventare un oggetto autonomo, mentre attori e temi ricorrenti hanno contribuito lentamente alla costruzione di un unico grande universo. Tuttavia, dopo dodici stagioni, quella stessa caratteristica che ha portato la serie al successo è diventata il punto di partenza per un’operazione completamente diversa, ponendo le basi non per una semplice recensione, bensì per una riflessione.

La nuova stagione, intitolata proprio 13, sembra voler mettere in scena la memoria stessa di American Horror Story. Jessica Lange torna nei panni di Constance Langdon, Sarah Paulson interpreta nuovamente Cordelia Goode, Evan Peters riprende Tate Langdon e James Patrick March, John Carroll Lynch torna a essere Twisty e numerosi altri personaggi provenienti dalle stagioni precedenti vengono reinseriti all’interno della narrazione. Il primo elemento evidente dei tre episodi è quindi la volontà di riportare AHS verso il proprio immaginario originario. Murphy ha esplicitamente descritto la stagione come una sorta di incrocio tra Murder House, Coven e Hotel, con una particolare attenzione alle prime sei stagioni della serie. Non sembra dunque una scelta casuale. Se le stagioni recenti hanno progressivamente ampliato i confini dell’universo American Horror Story, 13 riconosce che l’identità culturale della serie si trova soprattutto nei suoi primi anni. È lì che sono nati i personaggi diventati iconici, le immagini immediatamente riconoscibili e soprattutto quel particolare linguaggio che ha permesso alla serie di trasformarsi in un fenomeno pop.
Per capire l’enorme impatto culturale di American Horror Story è importante fare un passo indietro e tornare ad un momento preciso della cultura digitale: la Tumblr Era. Quando Murder House debutta nel 2011, il web e la TV stanno attraversando una fase di trasformazione e di unione dei loro mondi. Ciò che viene visto in televisione viene commentato in tempo reale, trasformato in una GIF, uno screenshot che diventerà immagine iconica, fan art e citazioni che verranno condivise sui social network. American Horror Story si inserisce perfettamente in questo ecosistema perché possiede una caratteristica particolarmente adatta alla circolazione digitale: è una serie estremamente visiva. Con American Horror Story si viene inoltre a consolidare un particolare tipo di star system in cui la figura dell’attore e quella dei personaggi inizia a sovrapporsi. Gli attori diventano parte dell’identità stessa della serie e il pubblico sviluppa nei loro confronti un rapporto che attraversa personaggi differenti.
American Horror Story ha sempre favorito questo tipo di partecipazione. Le stagioni sono progressivamente collegate tra loro, personaggi e luoghi sono ricomparsi, riferimenti apparentemente secondari hanno acquisito significato retroattivo. Ma 13 porta questo meccanismo a un livello ulteriore. Ed è forse questo il motivo per cui AHS: 13 può essere letto come qualcosa di più di un semplice ritorno del franchise. Rivedere Jessica Lange nei panni di Constance o Evan Peters nei panni di Tate significa, per molti spettatori, tornare anche a un momento storico in cui la cultura televisiva veniva consumata in maniera diversa. Prima che TikTok diventasse il principale motore della circolazione audiovisiva breve, prima dell’attuale centralità degli algoritmi, prima che il fandom fosse diventato una componente quasi istituzionalizzata del marketing dei grandi franchise. La nostalgia di AHS: 13 è quindi anche nostalgia per un’internet che non esiste più. Ciò ha reso agli occhi degli spettatori la stagione involontariamente interessante.

La domanda allora inevitabile diventa: può una serie recuperare l’energia culturale di un’epoca semplicemente recuperandone i personaggi? Probabilmente no. Ed è proprio qui che la tredicesima stagione rischia di trasformare il proprio più grande punto di forza nel proprio limite. Se il ritorno di Tate, Constance, Cordelia e degli altri personaggi funziona soprattutto perché riattiva la memoria emotiva di chi li ha conosciuti anni fa, la serie rischia di vivere sempre più attraverso ciò che è stata e di diventare il museo di se stessa.
Questa scelta produce anche una conseguenza importante, perché AHS: 13 risulta ad oggi la stagione meno accessibile della serie per uno spettatore occasionale. Chi conosce Murder House, Coven, Hotel, Freak Show e Apocalypse possiede una quantità enorme di informazioni preliminari che modificano radicalmente l’esperienza dei primi tre episodi. Il ritorno di un personaggio diventa una citazione, una battuta può essere un riferimento, una location può avere un significato che appartiene a una stagione precedente. Un fan storico può fare di questa visione una divertente caccia al tesoro, mentre per chi si approccia per la prima volta alla serie potrebbe essere un po’ come se si assistesse ad una lunga conversazione alla quale non si è stati invitati.
Ovviamente, queste scelte non possono che essere un’arma a doppio taglio. Se c’è infatti un elemento di questi primi tre episodi che funziona quasi immediatamente, è proprio Jessica Lange. Il ritorno di Lange nei panni dell’iconica Constance porta con sé una miscela di melodramma, cattiveria, teatralità e comicità nera che ha contribuito a rendere la serie il prodotto che è oggi. Il camp di American Horror Story messo in scena per la prima volta proprio in Murder House, rende l’orrore spettacolare, performativo. Il problema è che, dopo quindici anni, l’eccesso non è più necessariamente sorprendente. Quando l’eccesso diventa norma, anche lo shock rischia di perdere la propria forza.

C’è qualcosa di ironico nel fatto che una serie horror arrivi alla sua tredicesima stagione concentrandosi così tanto sulla nostalgia. Perché la nostalgia è diventata una delle forze dominanti dell’intrattenimento contemporaneo. Si torna ai franchise conosciuti, ai personaggi amati, alle proprietà intellettuali già consolidate. Il passato viene continuamente riattivato perché possiede un valore emotivo immediatamente riconoscibile. Il paradosso è evidente: American Horror Story vuole ancora essere una serie capace di reinventarsi, ma il suo stesso capitale culturale le impedisce di farlo completamente. Più il pubblico ama il passato della serie, più è difficile per la serie liberarsene. Perché dopo quindici anni il pubblico non ha più bisogno di essere convinto che American Horror Story sia un fenomeno culturale, lo sa già. La domanda, molto più difficile, è se la serie abbia ancora qualcosa da raccontare a quel pubblico. E dopo questi primi tre episodi, AHS: 13 non ha ancora dato una risposta definitiva. Ha però trovato una domanda decisamente più interessante: cosa succede quando una serie horror diventa essa stessa un fantasma?
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