Sulla soglia – Le labbra seduttive di The Rocky Horror Picture Show
Rosse, carnose, sospese nel buio e isolate dal resto del volto che, ammesso che esista, è tutto bocca e niente sguardo. Le labbra che intonano Science Fiction – Double Feature durante i titoli di testa di The Rocky Horror Picture Show, anziché introdurre, incantano, seducono e squarciano il telo che ammanta un oggetto del mistero: un film destinato a divenire cult e, al contempo, a conservare un fascino arcano, come è proprio delle opere dal piglio sovversivo. La bocca, il biancore dei denti incastonati entro quell’intercapedine dell’ambiguo a creare un contrasto intenso, e la lingua che balla provocatoriamente demarcano uno spazio liminale; celebrano l’inizio di una portentosa performance tra il reale e l’immaginario, tra lo schermo, per sua natura altero e impenetrabile, e lo spettatore pronto a ballare il Time Warp, tra l’impianto teatrale e le potenzialità dell’audiovisivo.

Quell’immagine a elevata saturazione lascia di colpo il posto ai ghigni degli invitati a un matrimonio in perfetto stile borghese, con un montaggio che tematizza la dicotomia tra sacro e profano, tra le convenzionalità ormai cristallizzate e il glam ribelle della rivoluzione sessuale, tra i manifesti d’amore e le lapidi, tra un nuovo fidanzamento e la chiesa che si presta a essere macabramente allestita per un funerale. I promessi sposi, Brad e Janet (Barry Bostwick e Susan Sarandon), intenzionati a far visita a un loro ex docente universitario, si avventurano in un bosco nel pieno di un temporale e, con una gomma forata e in cerca di aiuto, incappano in un castello spettrale che ospita il laboratorio del Dr.Frank-N-Furter (Tim Curry), un moderno Dr.Frankenstein che si accinge a dar vita a Rocky, un muscoloso biondo ossigenato pensato per soddisfare tutte le sue voglie.

Se la trama non sembra particolarmente memorabile, quelle labbra tinte di rossetto e quei versi rivelatori e densi di citazioni cinematografiche – At the Late Night/ Double Feature/ Picture Show (il Double Feature è una doppia proiezione, diffusa negli anni ’30, pensata per film di serie B) – incarnano un simbolo pop camp destinato a imprimersi nell’immaginario. Sono state la soglia del desiderio, della parola, del pericolo, a partire da quelle glamour dall’erotismo immediato di Marilyn Monroe in The Seven Year Itch, fino a quelle carnose della provocatoria e disinibita Brigitte Bardot in Et Dieu créa la femme. Si sono fatte strada nella storia del cinema tra la sensualità e l’incubo, ma a renderle elementi perturbanti assurti a feticcio è stato l’approccio surrealista di Man Ray, che con il suo Lips ne ha fatte turgide e fulve nubi fluttuanti.
Il cinema le ingigantisce, le frammenta e le iconizza e, nel caso di The Rocky Horror, le erge a monumento, in quanto fauci che ingurgitano il perbenismo e lo fagocitano, lo rendono un bolo di bisessualità e travestimento e lo sputano fuori addobbato con una guêpière glitterata e un tacco vertiginoso. A partire dai titoli di testa, Sharman sfrutta le peculiarità proprie della macchina da presa, le risorse del primo piano, le nitidezze del dettaglio, inevitabilmente mancanti nel musical di Richard O’Brian. Il debutto teatrale del 1973, infatti, prevedeva che nell’incipit comparisse un personaggio in maschera, in grado di veicolare una carnalità di certo meno incisiva. Il regista si vale della specificità del mezzo cinematografico e rimodella la materia drammatica con un montaggio reso sfrontatamente visibile dalle ostentate transizioni a scorrimento, da inquadrature che si avvicendano con un ritmo serrato («Janet!» «Dr. Scott!» «Janet!» «Brad!» «Rocky!», un succedersi di esclamazioni e un alternarsi di campi e controcampi ripetuto per tre volte), da zoom tra il comico e il grottesco e dallo schermo che va a nero per simulare le intermittenze di luce causate dai macchinari.
La bocca in primo piano nega la propria appartenenza a un corpo e si manifesta come organo del cinema stesso, portale di un’opera che vagabonda in equilibrio sul crinale tra diegesi e pura performance, tra interno ed esterno – si pensi all’andirivieni narrativo dalla storia del Dr. Frank-N-Furter alla sua cornice con l’esposizione del criminologo – tra realtà e rappresentazione, cercando di eludere quella dicotomia disdicevole e ambendo a un collasso della finzione nella vita a suon di «Don’t dream it, be it». Inequivocabile è l’ibridazione di generi cinematografici – horror, musical e commedia – e sessuali: Tim Curry interpreta un bisessuale tatuato, virile e autoritario, ma anche truccato e abbigliato come una donna sexy e alternativamente un’ordinaria signora borghese con guanti rosa, dando corpo a un Sweet Transvestite che nella storia del cinema ha sempre voluto sortire un diverso effetto, per lo più ironico (da A qualcuno piace caldo a Mrs. Doubtfire) o che ha virato verso la transessualità e ha assunto le tinte del dramma (Tutto su mia madre, Un anno con tredici lune). Vi si aggiunge la naturale ambiguità del concetto di performance e dello spazio liminale che per sua natura occupa, che si esplica nello show finale davanti a una platea solo immaginata e che culmina in un vero e proprio bagno nella fluidità nell’acqua della piscina.

E se i varchi che i protagonisti devono passare per giungere al castello, con tanto di avvertimenti sui conseguenti rischi, sono minacciosi e chiari, il percorso che il film intraprende per arrivare al grande pubblico passa ancora per un territorio liminale: quello dei Film di Mezzanotte. Si tratta di una pratica di distribuzione alternativa alla quale erano destinate le pellicole a basso costo, programmate nelle ore notturne, che è toccata in sorte, tra gli altri, a George A. Romero, Alejandro Jodorowsky, John Waters, Hal Ashby, Sam Raimi. Di fronte a quelle labbra avviene ancora una volta la rottura di un confine: gli spettatori smitizzano la tradizionale distanza dal film, indossano gli abiti dei personaggi, sovvertono il modello di fruizione passiva, esercitando, con il sing-along, un atto di co-creazione spettacolare.
The Rocky Horror Picture Show trova un alleato nell’orizzonte culturale del rock (il cast vanta la presenza di Meat Loaf) e del Glam Rock, con la sua estetica androgina, dove corpi e generi diventano terreni di gioco e travestimento. Oltre a Lou Reed, che con il trucco ne ricorda i tratti, e a David Bowie, creatore di Ziggy Stardust che presenta non poche affinità con Frank-N-Furter, anche Mick Jagger – proprietario di un’altra bocca rivoluzionaria, emblema dei Rolling Stones – manifesta la volontà di impersonare lo scienziato bisessuale del film e prendere parte a un anelito che sembra universale: quello di muoversi un salto a destra e un passo a sinistra (Jump to the left / And then a step to the right), superando la linearità e ballando in un’opera che è una festa dissacrante e che, con le sue labbra iniziali, si apre – e ci apre – sulla soglia del desiderio.
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