I figli degli uomini – Apocalypse now, forse yesterday
È il 2006 quando Alfonso Cuarón dà alla luce il capolavoro distopico I figli degli uomini, adattamento dell’omonimo romanzo di P.D. James. A distanza di 20 anni la profezia di Cuarón – da sempre convinto che il suo film non fosse una precognizione, ma la lucida cronaca del presente – diventa ancora più stimolante. Il mondo de I figli degli uomini, infatti, è un 2027 immaginato iperrealisticamente. Vicini alle soglie dell’annus horribilis, dobbiamo chiederci quanto fu preciso lo sguardo del regista messicano.
Logo Universal stranamente afono. Irrompe poi la voce di un telegiornale, avvisaglia del rumore bianco di un’informazione bulimica e acritica come quella raccontata da Don DeLillo. L’inquietudine che il film proietta sulle nostre coscienze risiede nel fatto che la catastrofe non sia ciò a cui ci ha abituato la grande fantascienza. La distopia in questo caso è una presenza nativa, il mondo così com’è: non ci sono complotti su scala mondiale, invasioni aliene o disastri ambientali; convivono elementi orwelliani e scorci di una Londra-Città del Messico sovraffollata e impoverita, reminiscenza della New York scorsesiana infestata da pattume e prostituzione (per Cuarón, però, è tutto alla luce del giorno). È la fine naturale, inspiegabile e inevitabile del genere umano causata dalla sterilità. Non si può più procreare, da qui la crisi che vede il suo apice nell’annuncio della morte di Baby Diego, un tempo il più giovane umano al mondo.

Date le tetre morbosità della struttura sociale – persecuzione razziale, Stato di polizia, bellicosità tout court – è chiaro che la sterilità non sia solo biologica, ma anche culturale, estetica e, più in generale, emotiva. L’asciutta trattazione tematica, però, ha il pregio di non ridurre i conflitti ideologici a un semplicistico scontro di forze positive e negative, rispettando la complessità della crisi sistemica: vero che i principali volti del terrore inumano siano incarnati dalle razziste forze di polizia, ma allo stesso tempo i violenti rivoluzionari (terroristi) dei Pesci si macchiano di delitti atroci che ostacolano i piani del protagonista Theo (Clive Owen).

In merito all’infertilità culturale, si discute del nuovo ruolo dell’arte: ovverosia, nessun ruolo. Le opere sono arredamento sterile che riflette l’abbandonato squallore della città. L’inconsistenza della creatività (relegata a ostentazione museale) è rivelata nell’incontro di Theo col cugino Nigel, funzionario del governo che s’impegna a preservare opere d’arte. Salvare capolavori che non verranno visti da nessuno è sintomo dell’assenza di futuro.
Dice Mark Fisher nel pamphlet Realismo Capitalista, introdotto proprio con l’analisi de I figli degli uomini: «Una cultura che si limita a preservare se stessa non è una cultura. […] Nessun oggetto culturale conserva la propria potenza se non ci sono più nuovi sguardi a osservarlo». La conservazione del patrimonio artistico appare più come rivendicazione di uno status sociale, tanto che Nigel stesso è consapevole che l’arte che protegge diverrà invisibile: «Molto semplice. Non ci penso». Per quanto ripugnante possa apparirci, la sua scelta è in parte comprensibile. In fin dei conti le opzioni sono due: osservare negli occhi il mondo e capire che niente lo salverà oppure ignorarlo direttamente. In entrambi i casi sembra non esserci futuro.

Cuarón, però, non cede al nichilismo. Il protagonista Theo, conteso tra la disillusa passività e il passato di appassionato attivismo, rappresenta una zona intermedia tra gli estremi del potere costituito e di chi vorrebbe eroderlo alla base. In lui Cuarón indica il modo di vivere che ci si aspetta in una società priva d’orizzonti, ma presenta anche la redenzione che auspica per una popolazione altrimenti depressa e apatica. Theo accetta di aiutare l’ex moglie Julian (Julianne Moore) ad accompagnare Kee (Clare-Hope Ashitey) – ragazza profuga a cui servono dei documenti di transito – verso la nave Domani.
Nel tortuoso percorso una nota di merito va dedicata al lavoro tecnico di Cuarón e del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (tra gli altri, The Tree of Life, Gravity, Birdman, The Revenant e a breve Digger) che realizzano una serie di falsi piani-sequenza incredibili (da applausi l’inseguimento in macchina e la guerriglia finale). Questa continua fuga verso la salvezza, dove la condizione di Theo e Kee è la traballante instabilità della macchina a mano, realizza l’arco del protagonista. In sostanza, Theo ci mostra lo stato d’animo intrinseco al Realismo Capitalista, ma diventa poi l’interprete di un’insperata via alternativa, grazie alla miracolosa bellezza con cui entra in contatto: una nuova vita, laddove la si credeva impossibile.

La sintesi del mutamento spirituale di Theo è presentata a metà film per bocca di Jasper (Michael Caine), una sorta di guru hippie ispirato a John Lennon. Il binomio su cui si fonda l’esistenza è costituito da caso e fede. Voler cambiare il mondo (fede) ha portato a un figlio (caso); una pandemia ha portato la morte di quel figlio (caso che sconfigge fede): così ci viene riassunto e spiegato lo sconforto di Theo. Il resto, nell’epilogo del film, lo intuiamo da noi: la nascita di una nuova vita (caso) porta Theo a una rinnovata speranza (fede).
In questo schema alcuni personaggi si sacrificano durante il percorso per favorire la nascita: sono autentici martiri, che pur di non piegarsi al caso muoiono abbandonandosi alla fede nell’umanità. Un moto dell’animo collettivo che, in una delle scene più memorabili, fa cessare le armi e commuove con la sola forza dei vagiti di un neonato. È vero: dura un attimo, poi la guerriglia riprende; è lì che Cuarón si salva dall’accusa, altrimenti ammissibile, di eccessiva sdolcinatezza.

In fin dei conti, la negatività non è necessaria nell’epilogo di questa trasfigurazione artistica del 2027. Sembra esserci già nel mondo reale. «Era già troppo tardi anche prima che scoppiasse questa cosa dell’infertilità» si dice nel film; Cuarón non concorda. Lo speranzoso finale, però, viene castrato da una realtà dove i tassi di natalità continuano a decrescere perché, pur potendo fare figli, in molti casi la procreazione è irrealizzabile de facto. Apocalypse now, forse yesterday.
Ennesima conferma della preveggenza di un capolavoro che, con i suoi vent’anni, ci ricorda la maestria di Lubezki, la poesia di Cuarón, la bellezza di un’arte (spesso ingenuamente) ottimista.
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