Cosa ha capito Nolan dell’Odissea?
Sembrava un’impresa impossibile per Christopher Nolan quest’adattamento dell’Odissea omerica – del racconto che vi sta alla base e dell’iconografia millenaria che ha saputo generare – tanto che la critica ha iniziato a scardinarlo pezzo per pezzo fin dall’uscita del primo trailer mesi fa. Chi attaccava (la maggior parte) l’inaccuratezza storica dei costumi – ci torneremo -, chi il peso dato ai personaggi e chi, a ridosso con l’uscita, la scelta del formato “elitario” IMAX 70mm analogico così estremamente raro da vedere in sala. Tutto questo ben prima di essere entrati in un cinema, di aver preso posto e di essersi immersi in un buio ancestrale, quello che apre lo sguardo a un poema più che fondativo della cultura Occidentale, tanto che il lavoro di Nolan è solo l’ultimo di tanti – spesso incredibili – adattamenti audiovisivi che hanno cercato di restituirne la forza immaginifica. Nei suoi 172 minuti di durata, il film non si smarca dai confronti, ma anzi accetta la sfida di restare aderente a un modo di mostrare l’Odissea, giocando magistralmente con le forme di una narrazione al contempo avventurosa e sfuggente, iconica e incommensurabile. Nolan, nell’adattarne storia e immaginari, ha spinto l’acceleratore su diversi aspetti del poema, scegliendo di lasciare da parte – o di trascurare – altri elementi che rendono il suo lavoro una possibile traduzione di un testo così profondamente ancestrale.

Mettere in scena l’impossibile
Ormai la scelta di Nolan di filmare effettivamente tutto ciò che vuole mostrare, rinunciando a teli verdi o blu, costringendo cast e maestranze a sforzi realizzativi e recitativi eroici, è diventata proverbiale, specialmente con le fantasmagorie di Dunkirk e di Oppenheimer. Con l’Odissea il regista si è trovato in buona compagnia: gli straordinari adattamenti del Secolo scorso non potevano contare su effetti digitali di alcun tipo, tanto che la sfida di Nolan non è stata solo un gesto di arrogante virtuosismo, ma il rispettoso tentativo di mostrare come l’immaginario omerico possa essere credibile solo se ripreso effettivamente, posto di fronte al mezzo tecnico che ne registra meccanicamente la presenza, rendendo tutto inconfutabile, naturalmente credibile. Polifemo, Scilla, i giganti, tutto ciò che popola il viaggio di Ulisse esiste davanti alla macchina da presa e quindi davanti allo spettatore.

Il risultato è una partecipazione visiva totale e una coerenza del mondo narrato altrimenti inarrivabile. L’universo del poema omerico diventa così uno spazio narrativo solido, concreto, abitabile attraverso il mare che lo bagna, di cui si percepisce la potenza e la vastità. Gli spazi chiusi, al contempo, costruiscono un discorso claustrofobico e opprimente attraverso un’illuminazione fatta di torce e fuochi, calda e pericolosa. Il lirismo del visivo è ottenuto unicamente attraverso la verosimiglianza delle condizioni di luce degli spazi rappresentati, tanto che ogni situazione sembra naturalmente e inevitabilmente connotata dal proprio valore narrativo: non c’è metafora, non c’è simulazione, non c’è interiorità a marcare l’esteriore, tutto si mostra così come accade e, nella perfetta risonanza con il raccontato, si dimostra un tragitto obbligato, una traiettoria narrativa inevitabilmente costruita. In questo, la scelta di Nolan di non mostrare pressoché mai gli dei – eccezion fatta per il simulacro di Atena interpretato da Zendaya -, ma di farli esprimere dichiaratamente attraverso gli eventi del mondo raggiunge la sua più completa efficacia nel momento in cui il mondo stesso sembra armonizzarsi con l’accadere degli eventi.

Una narrazione inaffidabile
La concretezza del visivo va in frizione con un aspetto dell’Odissea omerica che Nolan decide di accogliere pienamente all’interno della tessitura del proprio racconto, restituendone una caratteristica spesso trascurata. Quello che ci canta Omero della vicenda di Ulisse è, programmaticamente, un racconto fatto di narratori inaffidabili: Ulisse stesso ne ricostruisce i pezzi attraverso frammenti di memoria disseminati nell’oblio dato dai petali del loto. Così può entrare in gioco nuovamente il dispositivo di costruzione testuale così squisitamente nolaniano del rimescolamento dei pezzi, dell’intreccio inestricabile, dove lo spettatore si trova spiazzato di fronte a più livelli di verosimiglianza narrativa. L’unico appiglio che, di fronte al film, abbiamo per credere ai ricordi di Ulisse è la concretezza inconfutabile del rappresentato, un trucco di prestigio che altrove Nolan stesso ci ha insegnato essere sempre e comunque un inganno. Navigare l’Odissea è allora un atto di fiducia non tanto nel viaggio e nelle sue fantasmagorie, ma nei punti di partenza e di arrivo, unici luoghi del racconto dove ciò che accade è narrazione diretta, testimoniale, anche se parte di questa testimonianza si scontra con l’insistenza sulla fallacia del sensibile (la cecità di Eumeo).

Così le scelte iconiche tanto bacchettate dagli storici che si reinventano critici cadono di fronte a ciò che effettivamente rappresenta la narrazione filmica de l’Odissea: non un documentario storico – di un mito, ricordiamolo, che non è mai accaduto – e nemmeno un diario di viaggio, bensì la messa in mostra di un effetto iconografico materializzato da ricordi e testimonianze per loro natura inaffidabili. Così le mura di Troia sono quanto di più altro si possa immaginare rispetto all’estetica greca, così i soldati troiani sono dei candidi cavalieri senza volto – per altro dal design spettacolare – e così Agamennone è quasi un Robocop oscuro, un Darth Vader tutto aura e laminatura. Lo stesso principio è applicabile a qualsiasi elemento iconografico del viaggio, con un grado di peculiarità che dovrebbe ricordare agli storici che esiste anche una Storia del Cinema e non solo una Storia e basta.

Posto che Nolan non aveva nessun obbligo nel rendere il proprio lavoro una ricostruzione storicamente informata di alcunché – come non lo ebbero i precedenti autori -, il suo lavoro è comunque estremamente consapevole della densissima stratificazione che la rappresentazione mitologica ha consolidato nella Storia delle immagini che sottende quella del Cinema. A partire dal lavoro di Giuseppe de Liguoro, Francesco Bertolini e Adolfo Padovan nel 1911, il racconto dell’Odissea – e degli altri miti come la vicenda degli Argonauti magistralmente filmata nel ’63 da Don Chaffey – si è nutrito di un pastiche rappresentativo dall’aspetto generalmente greco-romano, spesso nato da dipinti barocchi e neoclassici dal XVII e XVIII secolo in poi, che è inevitabilmente il codice attraverso cui quell’immaginario chiede di esser rappresentato su schermo. Farlo diversamente diventerebbe un superfluo atto di disconoscimento della tradizione artistica in cui ci si colloca; farlo come ha fatto Nolan, ovvero sfruttandolo per restituire l’effetto che personaggi e situazioni hanno restituito ai fruitori del poema lungo i secoli, significa conoscere appieno la forza del medium audiovisivo e della sua Storia.
Oltre la vastità dello sguardo
Non è questo il luogo per parlare delle potenzialità tecniche del formato IMAX 70mm, indubbiamente perfetto per far aderire al meglio le condizioni di luce estreme attraverso cui Nolan ha deciso di muovere diverse sequenze del film. Certo è che questa scelta – oggi oggetto di un’infinità di meme – dal lato distributivo apre la finestra dell’esclusività di un’esperienza normalmente infinitamente replicabile come quella del cinema. Posto che gli stessi problemi non erano stati tirati fuori una decina di anni fa quando Tarantino fece una cosa simile con la distribuzione di The Hateful Eight, il fatto che The Odyssey sia visibile nella sua completezza di formato e immagine in soli 41 cinema in tutto il mondo restituisce un’inedita dimensione performativa alla pellicola come oggetto mediale in un’epoca in cui ci si abitua a fruire contenuti anche sul proprio orologio.

Qualsiasi paragone è chiaramente azzardato, ma necessario: per vedere la Monna Lisa è necessario andare a Parigi – e a Parigi soltanto -, per vedere il proprio artista preferito è necessario rifarsi a calendari di tour limitati e spesso geograficamente molto esclusivi, ecc. tanto che il turismo culturale è anche strettamente legato alla contingenza del dove di molte esperienze artistiche. Nolan fa effettivamente una scelta esclusiva perché potenzialmente escludente, ovvero distribuire versioni diversamente “incorniciate” del proprio film a seconda delle potenzialità tecniche delle sale dove questo viene proiettato; al contempo rende “rara” e desiderabile l’esperienza della sala in primis, e con essa di una certa tipologia di sala, spingendo il mercato distributivo e dell’esercizio a valutare fino a dove possa spingersi lo standard massimo della propria attrezzatura. Col 3D di Avatar accadde qualcosa di simile, con la differenza che lì l’intera industria stava muovendo verso l’implementazione della tecnologia.

Certo è che tornare a pensare che non basta un abbonamento streaming per fruire appieno il cinema – anche quando diventa quasi impossibile farlo totalemente – è un messaggio coraggioso in un momento in cui gli operatori dell’on-demand sembrano dispersi nelle loro scelte strategiche. Con ciò, per quanto l’effetto complessivo non sia chiaramente identico, l’esperienza del film in una sala “normale” resta comunque estremamente convincente e potente, con differenti gradi di concentrazione sugli elementi delle immagini, ma senza perdere la tenuta narrativa dell’insieme.
Cosa lascia per strada Nolan?
Quando nel 2017 Bob Dylan ha parlato dell’Odissea nella sua Nobel Lecture, ha sottolineato l’aspetto quasi interlocutorio delle vicende di Ulisse: «In a lot of ways, some of these same things have happened to you. […] You too have come so far and have been so far blown back. And you’ve had close calls as well. You have angered people you should not have. And you too have rambled this country all around. And you’ve also felt that ill wind, the one that blows you no good». La storia di Ulisse è infatti qui vista come la versione straordinaria della storia di una vita “qualsiasi”, non dissimile dalla traduzione che ne ha restituito così grandiosamente Joyce o che hanno tentato con ottimi risultati i fratelli Coen in O Brother, Where Art Thou? Ulisse è l’uomo che sceglie, sbaglia, si fida, inganna e nel farlo interroga come davanti uno specchio chi fruisce la sua storia – dentro e fuori il poema – sul proprio agire e sulla propria vita.

Nolan prende una decisione estrema, totalmente in rottura con l’Ulisse/specchio dell’umanità: il suo Ulisse – in questo perfettamente servito dall’interpretazione di Matt Damon – è una figura eroica irraggiungibile, inavvicinabile, con cui non ci si può e non ci si deve riconoscere. È l’Ulisse arrogante che vuole sentire il canto delle sirene non per sapere quando è cessato il pericolo, ma per poter dire di esservi sopravvissuto; è l’Ulisse che non si sogna di appellarsi come “Nessuno” di fronte a Polifemo e che non parla con Achille quando spalanca le porte dell’Ade. Queste scelte sono tutte finalizzate a rendere Ulisse figura sempre sfuggente, sempre oggetto di attesa, sempre da qualche altra parte anche se presente, inarrestabile e indistruttibile perché ormai fatto della sostanza delle leggende.

Scelte queste che, ancora una volta, rendono l’Odissea di Nolan una possibile traduzione del poema omerico, che continua a vivere e ribollire attraverso le sue messe in forma e ad informare il sistema nervoso stesso della cultura Occidentale. Quest’ultimo lavoro è altresì perfettamente coerente con la filmografia di Nolan, ne permette un’evoluzione ulteriore e mostra una sempre più raffinata maestranza degli strumenti tecnici e narrativi da parte del regista, a tutti gli effetti capace inequivocabilmente di farsi marchio autoriale.
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