Aspettando Nolan: traduzioni e tradizioni dell’Odissea audiovisiva
È evidente la difficoltà del confronto con un’opera millenaria, studiata sacralmente quale testo fondante della cultura occidentale, puntuale e toccante nell’evocare figure e valori eterni. Forse proprio per questo le numerose odissee audiovisive, pur lontane dalla perfezione a tutto tondo del monumento omerico – contemporaneamente tradizionale e innovativo, da sempre memorizzato e per sempre memorabile – sono progetti meritevoli di grande attenzione, quanto meno per esplorare i rapporti complementari o confliggenti tra cinema e letteratura.
Prendiamo quindi il largo nel mare d’audiovisivo che ha provato a muovere tra le tormente dell’adattamento odissiaco. Cerchiamo di capire, causa febbrile attesa per la prossima Odissea di Christopher Nolan – al netto delle polemiche, è già nella storia del cinema perché primo film interamente girato in pellicola IMAX (sarà anche nel mito? Alla sala l’ardua sentenza) – in quali casi si è vista nobile gloria e dove, invece, ci si è imperdonabilmente macchiati di hybris.
L’Odissea, 1911, Giuseppe de Liguoro, Francesco Bertolini, Adolfo Padovan

Dopo il pionieristico corto di George Méliès datato 1905 – L’île de Calypso: Ulysse et le géant Polyphème – il cinema muto italiano sfidò le forme di un’arte in divenire occupandosi, nella stessa prolifica annata, di Dante e di Omero. L’Odissea prodotta da Milano Films è un collage d’episodi che oggi interessa principalmente le ragioni storiche: nella prima metà bestiario mitico (tra cui spiccano le sproporzioni tra Polifemo e gli uomini e, soprattutto, le sei teste di Scilla), nella seconda nostos nel senso più pratico e concreto di ritorno a Itaca. Proto-colossal che, per limiti pratici legati alla primitività dei mezzi di ripresa, non ha mai il tempo di entrare nella semantica dell’opera, ma ne sfiora soltanto la grandiosità grazie agli ambiziosi sforzi scenografici: interessante esperimento, da considerare in coppia con l’Inferno, sempre della Milano Films e del trio registico qui coinvolto.
Ulisse, 1954, Mario Camerini

Il titolo e le didascalie sono le indicazioni fondamentali per orientarsi in questo peplum primariamente focalizzato sulla libera interpretazione della figura di Ulisse (Kirk Douglas). Le divinità sono nominate a più riprese, ma mai mostrate perché, dal centrale «uomo» del proemio, si definisce l’eroe tramite le sue manifestazioni di coraggio e valore terreni. L’interesse concettuale è palesato anche dall’importanza dell’episodio presso la maga Circe (che è il doppio di Penelope, anch’ella col volto di Silvana Mangano), il più coinvolgente e inventivo di tutta la pellicola, che vede Ulisse rifiutare la vita eterna, preferendo essere ricordato dai mortali come «uno di loro».
Del resto, però, il film è un centone in cui si perdono spesso i rapporti di causa-effetto, molti eventi scorrono senza dare il tempo di essere soppesati e mancano tracce importanti della fonte di partenza: la caratterizzazione del protagonista, un mattatore impetuoso e passionale (poco affine al dolente solitario del poema), si occupa di rivisitare la già riscritta versione dantesca, di ragionare sulla curiositas che spinge a vagare senza cercare realmente il ritorno; manca la sensazione di patimento costante, ma indefesso del re di Itaca. Infine, se in molti casi le revisioni alla trama non offendono le ragioni più profonde dell’opera, in altri ne stravolgono il senso: il mancato racconto ai Feaci, sostituito col salto da oblio a ricordo, è funzionale alla narrazione in flashback, ma elimina la riflessione sull’Odissea come «racconto di racconti».
Odissea, 1968, Franco Rossi, Piero Schivapazza, Mario Bava (sceneggiato Rai)

La prima produzione Rai a colori, grazie ai tempi dilatati su otto episodi, è estremamente fedele al ritmo solenne e ieratico dell’epos omerico. Stupisce l’incredibile ricostruzione di ambienti maestosi, ma anche la qualità della sceneggiatura. È sorprendente, infatti, la precisa letterarietà della scrittura, dall’apertura sulle rovine rocciose di Troia commentate da Giuseppe Ungaretti, alla voce narrante che ripropone similitudini ed epiteti direttamente mutuati dalla traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.
Nostos – Il ritorno, 1989, Franco Piavoli

Il film di Franco Piavoli, occorre premetterlo, non è un adattamento diretto dell’Odissea. Il protagonista è Nostos, uomo e ritorno (questo l’unico elemento preso in prestito da Omero), la coincidenza di agente solitario e sofferta azione. Assenti i ciclopi e i mostri perché per Piavoli il fantastico – terrificante o incantevole – è già visibile e udibile nella natura. La contemplazione dello spettacolo estatico tra mari, venti e luoghi incontaminati attraversati da Nostos, riflette sulla prerogativa unica del cinema (la rappresentazione del tempo che scorre) e manifesta la risolutività della somma complementare dei sensi: i dialoghi (rari e soltanto udibili, mai comprensibili) non possono rispondere ad alcun quesito esistenziale, le immagini e i suoni sanno essere più espliciti. La parola umana (un conciso dizionario sulla base di lingue antiche), in quest’ottica, è un altro rumore capace di ampliare la percettività sensoriale che è alla base della poetica di Piavoli e della vita stessa. L’evanescenza mistica del progetto, totalmente estranea alla narrativa, alterna il trasporto emotivo alla sensazione di star assistendo a un distaccato esercizio stilistico, una cerebrale speculazione teorica sulla potenza delle forme proprie del cinema.
The Odyssey, 1997, Andrej Končalovskij (miniserie NBC)

Il prologo racconta gli eventi più celebri dell’Iliade, poi la narrazione verte liberamente sui fatti dell’Odissea. La miniserie pecca di tracotante inconsapevolezza, anelando a un respiro fantastico e a un’epicità mai percepibili, disastrosamente annegati dalle pervasive dinamiche kitsch. Si segnalano, tra le tante, l’esilarante caccia al maiale (che si scoprirà poi parlante, in uno dei picchi comici del prodotto), i vari espedienti erotici involontariamente umoristici, gli effetti visivi invecchiatissimi e gli attori in costante overacting. I nostri eroi sono o preoccupati o gioviali buontemponi che potrebbero incarnare una volgare revisione in salsa peplum dei vitelloni felliniani. Inutile dirlo, Odisseo è totalmente sprovvisto del «multiforme ingegno». Si salva l’eterea Atena interpretata da Isabella Rossellini, malauguratamente coinvolta in questa apoteosi del grottesco accidentale, da guardare solo se si vuole stimolare il proprio gusto dell’orrido.
The Return, 2024, Uberto Pasolini

L’indagine è circoscritta ai libri XIII-XXIV, privando lo spettatore d’informazioni preliminari che dovrebbero aiutarlo a comprendere la struggente solitudine di Odisseo. L’operazione, però, rappresenta una stimolante introspezione psicologica rispetto ai modi in cui la sofferenza si manifesta nei tre protagonisti del distacco (Odisseo, Telemaco e Penelope). Inoltre, data l’omissione dei viaggi per mare di Odisseo, il titolo suggerisce una profonda comprensione del concetto di ritorno: esso si compie non soltanto raggiungendo la propria terra (altrimenti la fine tragica di Agamennone, ribadita a più riprese nel poema, vedrebbe comunque un nostos realizzato), ma soprattutto riacquistando il proprio ruolo in patria. Odisseo non può limitarsi a ritoccare le sponde di Itaca, ma deve anche ridivenire padre di Telemaco, marito di Penelope e re degli itacesi.
Questa struggente impresa è approcciata con minimalismo iperrealista, estromettendo la presenza divina dal racconto e avvicinandosi ai turbamenti dei personaggi. L’eroe, qui in una versione stanca, malinconica e silenziosamente tormentata, avverte la tensione della guerra vinta che ha lasciato alle spalle e di quella ancora da combattere che lo attende in casa; l’interpretazione di Ralph Fiennes regala un Odisseo ferito, ma ipertrofico e commosso dagli incontri che lo aspettano in patria (tra cui spiccano il cane Argo, la Penelope di Juliette Binoche e l’Eumeo di Claudio Santamaria). Gli altri interpreti non convincono, ma ciò non inficia l’epicità della sanguinaria sequenza di vendetta, che si verifica dopo la prova dell’arco.
Ora tocca a Nolan, che già avrebbe voluto cimentarsi in una prova del genere, ma il destino gli sottrasse Troy assegnandolo a Wolfgang Petersen. Di tempo e narrazioni non-lineari, di personaggi soli che cercano il ritorno, di slanci formali che ampliano le potenzialità della narrazione, si è già occupato. Dovrà dimostrare di saperlo fare in lidi ancora più ostili e pericolosi, lungo la via che conduce all’Olimpo o precipita nell’Ade.
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