Il Diavolo Veste Prada 2: Fino a quando avremo bisogno dei sequel?
Chissà se è poi così azzardato immaginare che a Hollywood ci si riunisca puntualmente, una volta l’anno, per capire quale successo del passato valga la pena scomodare realizzando un sequel – talvolta un prequel – e avendo quindi un guadagno sicuro. Non che sia sempre una cattiva idea, si riesce ogni tanto a realizzare film che abbiano un senso creativo e rispettino le aspettative, Mad Max: Fury Road o Blade Runner 2049 per citarne alcuni. Ma quando arriviamo alle commedie, o in generale ai film che hanno avuto successo perché in grado di interpretare alla perfezione il tempo in cui sono usciti, l’idea che dietro ci sia esclusivamente il botteghino assicurato diventa più che reale, diremmo certa. Solitamente si tratta di quelli che hanno lo stesso titolo del primo film, con un 2 accanto: Basic Instinct 2, Zoolander 2 oppure, in uscita il 29 aprile, Il Diavolo Veste Prada 2.

Cavalcare l’onda della nostalgia dei millennial, che per qualche strano motivo hanno bisogno di restare in bilico tra proiezione e regressione, è diventata una tendenza dominante nell’audiovisivo, così come nelle dinamiche del consumo culturale. Resta da capire fino a dove ha senso spingersi.
Nel caso de Il Diavolo Veste Prada 2, che torna sempre per la regia di David Frankel, è da chiedersi più che altro se valesse la pena riprendere una storia in fin dei conti conclusa, con un finale perfetto sia in termini di sceneggiatura che di regia, e se davvero il pubblico avesse bisogno di un ritorno dei personaggi 20 anni più tardi.
L’eco emotiva del primo film…
Il motivo per cui viene spontaneo farsi queste domande sta nella sceneggiatura, firmata anche questa volta da Aline Brosh McKenna, che tocca continuamente punti familiari senza rischiare deviazioni. Una scrittura poco coraggiosa, che molto spesso riprende dinamiche e battute iconiche del primo film, e che finisce per costruire niente di nuovo, perché troppo concentrata a guardare indietro. Il risultato è un racconto che funziona per richiami, che sembra domandare continuamente allo spettatore «ricordi?».

L’escamotage che ha consentito il sequel a 20 anni di distanza è il cambiamento del mondo editoriale, dove la perdita di importanza del cartaceo mette in ginocchio l’industria e la costringe a compromessi laddove prima aveva l’ultima parola. Per cui Andy, che nel frattempo è diventata una giornalista di successo, viene chiamata dalla Elias Clarke Publications per salvare Runway da un piccolo scandalo. Viene assunta, insomma, con lo scopo di risollevare la sezione degli articoli di approfondimento e collaborare con Miranda, che anche stavolta è in attesa di una grande promozione (non è dato sapere a che età arrivi la pensione per le direttrici editoriali).
La crisi dell’industria e del sistema mediatico è forse l’unico aspetto raccontato con veridicità, e anche l’unica novità. Per il resto, la storia segue esattamente l’andamento del primo film: Miranda e Andy che non vanno d’accordo, Andy che deve dimostrare di valere qualcosa, l’indipendenza del giornale a rischio, la vita privata in crisi – quest’ultimo aspetto, tra l’altro, toccato appena. Tutto condito con dialoghi molto semplici, a tratti buffi per la velocità con cui succedono le cose.
…e l’inevitabile adattamento al mondo di oggi
Sul piano delle interpretazioni, la linearità tra primo e secondo film è rassicurante. Gli attori – i volti iconici sono Miranda (Meryl Streep), Andy (Anne Hathaway), Nigel (Stanley Tucci) e Emily (Emily Blunt) – restano fedeli ai personaggi, senza reinventarli ma garantendo continuità. Fin dove possibile, in realtà, visto che i tempi sono cambiati.

D’altra parte, negli ultimi vent’anni, il mondo del lavoro e dell’etica del lavoro sono evoluti al punto che sarebbe stato impossibile non citare un ridimensionamento di Miranda, che una volta lanciava il cappotto sulla scrivania dell’assistente e chiamava grassa una taglia 40, mentre oggi deve fare attenzione a quello che dice e che fa. Un tocco di americanissimo perbenismo, che seppur contemporaneo, a livello cinematografico fa un effetto strano, visto che Miranda dovrebbe comunque essere Diavolo, e oggi quella crudeltà sembra non più rappresentabile.
Una correzione che crea una frattura: da un lato, il film cerca di aggiornarsi a una sensibilità contemporanea, dall’altro, finisce per risultare anacronistico proprio nel suo tentativo di non esserlo. Perché se è vero che le regole del discorso pubblico sono cambiate, è altrettanto vero che le dinamiche di potere nel lavoro restano complesse, spesso problematiche, per cui è difficile credere in un cambiamento delle abitudini di Miranda.

Il problema, alla fine, non è il sequel in sé, ma l’illusione che si possa tornare davvero a quello che avevamo tanto amato. Riprendere un film di successo come Il Diavolo Veste Prada, che nel 2006 sapeva rappresentare le dinamiche dei suoi tempi, significa esporsi al rischio del confronto con un contesto culturale e sociale radicalmente diverso. Resta così in bilico tra omaggio e simulazione, diventando un film il cui fine è quello di essere riconosciuto più che di raccontare, e che finisce per replicare un’immagine senza riuscire ad abitarla davvero. Sarebbe forse meglio investire in storie nuove, piuttosto che cercare di curare la nostalgia del vecchio pubblico?
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