Dead Man’s Wire – La rivoluzione non passerà in TV
«Well, I don’t know just where I am
I’m a nowhere man, I’m a desperate Dan»
Dalla radio vibrano le note di Cannock Chase cantate da Labi Siffre mentre un squadra volante della Polizia di Indianapolis sfreccia all’inseguimento del nowhere man Tony Kiritsis l’8 febbraio del 1977. Convinto che la sua compagnia di mutui, la Meridian Mortgage Company, sia responsabile del fallimento dei suoi investimenti, quel giorno il piccolo imprenditore americano sull’orlo del collasso economico fece irruzione nello studio di Dick Hall, figlio del CEO. Lo prese in ostaggio attorcigliandogli al collo un cavo alla cui estremità opposta stava il grilletto di un fucile a canne mozze calibro dodici: tentativi di fuga, movimenti bruschi o azioni violente da parte della polizia avrebbero immediatamente fatto di quel cavo un dead man’s wire. È la storia disperata e realmente accaduta del sequestratore americano Tony Kiritsis, che all’epoca tenne incollati allo schermo televisivo milioni di spettatori statunitensi e che oggi appassionerebbe gli affamati di true crime. E, infatti, questa è anche in parte la storia della nostra eterna rincorsa al consumo di contenuti mediatici, di reality del dolore, di sensazionalismo e polarizzazioni di massa che hanno il potere di trasformare la rabbia privata di un uomo in dissenso collettivo, ma spesso finiscono per ridurne la complessità a icona effimera.

In apertura del film, la voce da bedtime stories di Colman Domingo — qui nei panni del conduttore radiofonico Fred Temple, ispirato a Fred Heckman — introduce indirettamente sullo schermo il nevrotico protagonista, interpretato da un bravissimo Bill Skarsgård: osserviamo Kiritsis prepararsi al suo grande numero, sistemandosi il baffo e il colletto della camicia verde pisello stropicciata, come un attore che si riscalda prima di salire sul palco, mentre proprio dalla radio dell’auto su cui sta viaggiando sentiamo Temple raccontare una storia e ripetere la parola «Joker….Joker.. Joker», mentre in sottofondo attacca Also Spracht Zarathustra di Deodato. La musica e la voce di Temple sono sia diegetiche che extra-diegetiche, dichiarando fin da subito che il racconto si muoverà su due binari, in un continuo oscillare tra i fatti e il loro doppio mediatico, la narrazione filtrata dai mezzi di comunicazione.

In questa storia, la metafora del cavo teso funziona a rappresentare le rispettive verità dei personaggi, tutti in bilico tra quello che sono e quello che vorrebbero essere, ansiosi di autodeterminazione e costretti a performare. Tutto diventa in qualche modo una messa in scena, attraverso quei media (televisione, radio) sempre più pervasivi, che oltre a determinare l’aspetto visivo e sonoro del film — di grana televisiva anni Settanta e di musica che diventa vero e proprio dispositivo narrativo — trasformano e rimodulano gli eventi narrati. Skarsgård ha il compito non facile di interpretare un uomo disperato che per farsi sentire dal mondo deve performare se stesso: è bravissimo a spingere la sua prova attoriale sopra le righe, scegliendo apertamente di strafare con i gesti e con la voce, quasi a fare una caricatura del maniaco, prendendo in prestito molto dei tanti personaggi Joker-ish della storia dei media.
A sette lunghissimi anni dall’ultimo lavoro per il grande schermo, il film di Gus Van Sant — presentato sorprendentemente fuori concorso a Venezia nel 2025 — è molto più della semplice ricostruzione di un famoso caso mediatico di cronaca nera: è un film che riaprendo una ferita ormai cicatrizzata riattiva il discorso estremamente attuale dello strapotere capitalista che appiattisce e consuma l’individuo. Lo fa prima di tutto adottando un godibilissimo taglio incalzante da commedia nera — quasi a seguire il ritmo funky dei fantastici needle drops — riflettendo quella giostra emotiva su cui consumiamo ogni giorno decine di fatti e opinioni sui nostri schermi. E proprio nel mezzo di questo abisso mediatico in cui tutto è intrattenimento, mentre Van Sant era sul set a girare il film, il 4 dicembre del 2024 Luigi Mangione uccideva a sangue freddo Brian Thompson, CEO dell’azienda assicurativa sanitaria United Healthcare, lasciando scritto «questi parassiti se la sono cercata». Una trama molto simile a quella di un film americano uscito nel 2019…

Nell’immaginario comune un soggetto come Thompson non deve essere molto distante dal personaggio interpretato da Al Pacino, l’imperturbabile presidente della Meridian, un concentrato di tutti i peggiori, respingenti ma sempre più realistici attributi del potente uomo bianco contemporaneo, che mastica caviale solo se servito esattamente come vuole lui da un cameriere probabilmente sottopagato che viene trattato malissimo. La presenza di Pacino è volutamente ridotta e distante, quasi un cameo, ma è lì anche per riecheggiare il capolavoro degli anni Settanta che ha evidentemente ispirato Van Sant: l’intramontabile Dog Day Afternoon di Sydney Lumet. La premessa è la medesima: un hostage drama decisamente grottesco che si pone come parabola anticapitalista e antiautoritaria denunciando la realtà delle discrepanze economiche.

Al di là dell’intensità psicologica dei rispettivi personaggi (dire che Pacino buca lo schermo è un eufemismo), è impossibile pensare davvero che gli uomini di questi due film siano una minaccia, inizialmente goffi e ridicoli nell’improvvisarsi dei criminali e potenziali assassini. Sonnie che si preoccupa per l’attacco d’asma di uno dei suoi ostaggi, Tony che cerca di mettere a proprio agio Dick quando è ospite-sequestrato a casa sua. Due uomini che non sanno bene quello che stanno facendo né come ma hanno ben chiaro il perché: nel caso del cult di Lumet, Sonnie aveva bisogno di soldi per poter pagare l’operazione di transizione al compagno Leon. Una battaglia privata che diventa immediatamente oggetto di intrattenimento e consumo da parte dei media e del pubblico: il loro amore omosessuale, motivo del loro estraniamento dalla società, è improvvisamente sotto potentissimi riflettori, ma soltanto per qualche ora. Nell’opera di Van Sant, Kiritsis rappresenta la rabbia dell’uomo piccolo divorato da un sistema economico ingiusto, e tiene molto di più ad una scusa pubblica che alla ricompensa monetaria.

Gli anni Settanta non sono infatti soltanto il contesto e pretesto per riflettere su drammi contemporanei, ma costituiscono una precisa scelta di campo culturale e visivo: erano tempi in cui il sogno americano cominciava a mostrare le sue crepe, e l’antiautoritarismo di massa aveva ridefinito anche il mondo dello spettacolo e la pop culture (e viceversa). Nel 1973 un film presto diventato cult, Badlands di Terrence Malick, portava sul grande schermo la storia di un celebre omicida statunitense degli anni Cinquanta, Charles Starkweather: qui interpretato da un giovane Martin Sheen, il natural born killler aveva incarnato l’immagine del criminale tenebroso, dell’antieroe cinematografico, reso cool dalla telecamera e dai giornali che lo immortalavano con la sigaretta in bocca e il capello alla James Dean. È ciò che, proporzionalmente agli strumenti di amplificazione mediatica (e memetica) di oggi, è successo con Luigi Mangione. Ed è anche, in fondo, ciò che fa Van Sant attraverso il suo film, rendere Kiritsis un soggetto più godibile sia dal punto di vista telegenico (il viso di Skarsgård è molto più giovane, pulito e patinato del vero Tony Kiritsis) che umano, visto che alla fine è quasi impossibile non provare compassione per il personaggio. E nonostante ciò, il film non cerca di farne un eroe, non pretende di imporre posizioni o giudizi definitivi, ma si interroga piuttosto sulla fragilità di un sistema che non lascia altra possibilità ai perdenti, agli outsider — soggetti privilegiati della sua filmografia, da Drugstore Cowboy a My Own Private Idaho e To Die For — di farsi spazio se non indossando un qualche costume di scena. Come quella carta del Joker che Temple cita in radio all’inizio del film.
«The revolution will not make you look five pounds thinner
Because the revolution will not be televised, brother».
Così canta Gil Scott-Heron mentre scorrono i titoli di coda del film. La rivoluzione non passerà in TV O forse sì. Nel dubbio, non ci resta che stare sintonizzati.
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