Cosa c’è oltre alle lacrime in Hamnet?
Se c’è un insegnamento che Agnes (Jessie Buckley) ha ricevuto da sua madre, è quello di vivere con il cuore aperto a tutte le possibilità della vita. Anche a rischio di venire additata come “figlia della strega della foresta”, passa le sue giornate in compagnia del suo falco mentre raccoglie piante per pestarle col suo mortaio e ricavarne medicine o unguenti. Agnes – passata alla storia come Anne Hathaway e quindi chiamata con il nome indicato negli atti notarili dell’epoca – crede ai segni della vita, anche quelli che il suo inconscio le offre quando chiude gli occhi. Ha sempre sognato che al suo capezzale la piangeranno due figure e quando la relazione con il marito William (Paul Mescal) le regala tre figli, è paralizzata dalla paura che uno di loro possa morire senza che lei riesca a impedirlo. Agnes sa però che i sogni hanno ragione e che lei, come tutti volenti o nolenti, è prigioniera del suo fato.
Will conosce il potere di una storia e la sera, appena riesce a ritagliarsi un po’ di tempo per sé dopo aver insegnato latino a famiglie più facoltose della sua, riempie fogli di inchiostro e immaginazione. Da quando conosce Agnes il suo cuore si è aperto all’amore e alle possibilità che esso offre. Scrive della bellezza di Giulietta simile a un sole, ma anche di tre strane streghe che annunciano il fato. È Will ma non è ancora il Bardo, scrive ma il primo impiego che trova nei teatri londinesi è di cucire guanti di pelle, mantenendo viva la tradizione di famiglia. È un inizio difficile per la carriera che ha sognato, che è disposto ad affrontare anche se significa allontanarsi dalla sua quotidianità con Agnes e dai figli Susanna (Bodhi Rae Breathnach), Judith (Olivia Lynes) e Hamnet (Jacobi Jupe).

È dalla brevissima vita di quest’ultimo, unico figlio maschio del Bardo, morto ad appena undici anni a causa della peste nera, che nasce Hamnet – Nel nome del figlio, prima romanzo bestseller della scrittrice irlandese Maggie O’Farrell e ora film firmato dal premio Oscar Chloé Zhao in arrivo nelle sale italiane il 5 febbraio. Un’opera speculativa o come si direbbe nel gergo di oggigiorno una fanfiction (sì, ci troviamo nel terreno di Shakespeare in Love) che, seguendo alcune teorie diffuse tra i teorici shakespeariani, vede un collegamento tra la morte di Hamnet nel 1596 e la nascita della tragedia shakespeariana più celebre, l’Amleto, soli quattro anni più tardi. Il pretesto che O’Farrell e Zhao (che dopotutto è stata accompagnata nell’adattamento dalla stessa autrice) offrono al pubblico ancora prima dell’inizio della storia è lo stesso: nei registri anagrafici di Stratford dell’epoca Hamnet e Hamlet erano, nonostante la differenza grafica di una consonante, due nomi completamente intercambiabili. Chiamare il Principe di Danimarca come suo figlio poteva significare per Shakespeare riportarlo in vita ad ogni rappresentazione della tragedia, ogni volta che qualcuno da lì per i secoli a venire avrebbe letto le sue parole.
La presenza di Shakespeare, molto più invadente rispetto al romanzo dove a farsi sentire è soprattutto la sua assenza quando sceglie di seguire il sogno teatrale, non deve far pensare a un biopic, perlomeno secondo gli ultimi canoni dell’Academy: l’adattamento di Zhao, nominato a otto premi Oscar, gioca con la carriera ancora “futura” di Will piantando degli easter eggs, ma nonostante cambi il peso del suo ruolo, Hamnet preferisce concentrare la sua attenzione su quelle persone, ora personaggi, che il tempo ha reso note a piè di pagina nelle biografie altrui. Se O’Farrell cominciava il suo racconto da un gesto eroico e tragico di Hamnet, costretto a prendersi cura della sorella gemella Judith, per poi prendersi il tempo tra i capitoli per viaggiare nel tempo, raccontando un presente cupo e un passato speranzoso, nel portare quella stessa storia al cinema Zhao è costretta a riordinarla, imponendole una linearità necessaria ma che non le appartiene. Nel cambiare l’ordine degli addendi, cambia il protagonista di quella storia: non più quello di cui porta il nome, reso un fantasma ancora prima di morire, i cui dialoghi sembrano volti solo a massimizzare il futuro dolore della sua scomparsa, ma sua madre, Agnes, ritratta in tutto il suo straziante dolore.

Anche con storie profondamente essenziali nella loro natura come Nomadland che la portò all’Oscar come miglior film, Zhao non ha mai scelto la sottrazione, ma qui il suo sentimentalismo appare ancora più lapalissiano: le emozioni sono totalizzanti per i personaggi quanto per il pubblico seduto in sala, non possono essere suggerite o muoversi in punta di piedi, devono impossessarsi di tutto il corpo e fuoriuscire nel modo più viscerale possibile. Hamnet parla di uno dei dolori più imponenti che un essere umano possa provare nella sua vita – la perdita di un figlio -, basterebbe la tematica per toccare il cuore di ogni individuo, ma la sua sceneggiatura sembra contenere delle indicazioni di scena anche per chi è un semplice osservatore della vicenda. Se la recitazione spesso troppo enfatica non basta, la musica di Max Richter – con tanto dell’ennesima apparizione cinematografica de On the Nature of Daylight (e nessuno la saprà usare bene come Arrival) – arriva in sottofondo per aggiungere un’ulteriore punteggiatura a quelle emozioni.
La richiesta di Agnes, che sembra un eco dell’intento narrativo di Zhao come di O’Farrell prima di lei, è semplice: “Tieni aperto il tuo cuore”. Non opporre resistenze, non costringerti alla razionalizzazione delle immagini che ti presentano davanti, abbi il coraggio di credere anche alle stranezze della natura. Quando apri il tuo cuore e ti permetti di provare senza alcun ostacolo autoimposto, senza la vergogna che le persone attorno a te in sala possano vedere la tua commozione, il pianto è facile, ma dopo che quelle lacrime sono state versate cosa rimane di Hamnet?

L’attenzione verso la composizione dell’immagine porta anche il momento più viscerale ad essere rappresentato con la precisione di un pittore che sistema la frutta in un recipiente prima di renderla protagonista della sua ultima natura morta. È un dolore poetico ed estetizzato, che solo rare volte si concede di essere brutale come nella scena del parto gemellare dove Agnes stringe una bambina apparentemente morta al petto pur di non lasciarla andare. Nei suoi pianti talmente assordanti da essere silenti si trova la potenza dell’interpretazione di Jessie Buckley, un’attrice sensazionale che finalmente sta ottenendo l’attenzione di premi e critica che ha sempre meritato, ma anche il potenziale inesplorato di Hamnet, che poteva essere la sua forza salvifica: la misura, la necessità del silenzio, il tempo per lasciare che l’emozione arrivi dagli occhi al cuore, senza creare cortocircuiti. La lunga sequenza al Globe Theatre che chiude il film, mettendo in scena l’Amleto e quel legame incerto nella realtà ma palese per O’Farrell e Zhao tra dolore e creazione, offre una catarsi alla sua protagonista, una mano che dall’oscurità si protende verso di lei per offrirle una via d’uscita da quel dolore, ma quella catarsi, quella liberazione arriva solo perché necessaria, perché conclusione prevista dalla Storia più che dalla vita, è una finestra sull’abisso ma la vista è sostituita da un fondale dipinto che propone un’immagine scelta e confezionata. Quando il palcoscenico di legno si svuota, ci accorgiamo di avere inseguito il fantasma di un’emozione e restiamo soli a guardare il nulla.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] già vista, per esempio, in due candidati Oscar: Sentimental Value di Joachim Trier e Hamnet di Chloé Zhao. E la vediamo anche ne Il suono di una caduta (In die sonne schauen) di Mascha […]