Il suono di una caduta – L’eco del trauma secondo Mascha Shilinski
È interessante osservare come diversi film usciti nell’ultimo anno abbiano certi elementi in comune. Chissà se ci troviamo senza saperlo nel mezzo di una corrente culturale che ha l’esigenza di parlare di dolore nel senso più intimo, e di farlo – se non necessariamente attraverso le stesse modalità – utilizzando gli stessi simboli o escamotage narrativi. Una vera e propria fenomenologia del trauma che vuole parlare di lutto e depressione senza per forza risolverli, e che sceglie di farlo mettendo al centro la figura femminile per studiarne la sensibilità, la vulnerabilità, la resistenza. L’abbiamo già vista, per esempio, in due candidati Oscar: Sentimental Value di Joachim Trier e Hamnet di Chloé Zhao. E la vediamo anche ne Il suono di una caduta (In die sonne schauen) di Mascha Schilinski, vincitore del Premio della giuria alla 78esima edizione del Festival di Cannes, nelle sale italiane a partire dal 26 febbraio 2026.
La casa è un archivio di storie e verità
Schilinski racconta quattro generazioni in quattro piani temporali che si intrecciano, dall’inizio del Novecento ai giorni nostri. Tutte sono ambientate all’interno della stessa casa di campagna della Germania Settentrionale, una casa di famiglia che cambia e vede le persone cambiare. Un po’ come succede in Sentimental Value, la casa intesa come abitazione diventa il simbolo di un legame con l’amore – quello famigliare – e con la morte, ed è trattata come un archivio di storie e verità nascoste. Riassumere la trama de Il suono di una caduta non è semplice, il filo conduttore del film è la rappresentazione della donna, del suo modo complesso di guardare il mondo ed elaborare il trauma.

C’è Alma, una bambina di inizio Novecento che vede i grandi della sua famiglia comportarsi in modo strano. C’è Erika, un’adolescente del secondo dopoguerra che prova un certo fascino per la gamba mutilata di un vecchio parente. C’è Angelika, una ragazza degli anni ’70 che scopre la sua sessualità per mezzo di suo zio. E poi c’è Lenka, oggi poco più che bambina, che passa l’estate in campagna ed è inspiegabilmente invidiosa delle tragedie di una vicina di casa.

Schilinski ha l’ambizione di rendere il trauma di queste quattro figure al contempo implicito ed esplicito, non se ne parla mai in modo chiaro ma non si può neanche dire che l’intenzione sia tenerlo nascosto. È un trauma che riecheggia, si capisce bene il tipo di tormento a cui è sottoposta ciascuna donna che compare sullo schermo – non solo le protagoniste – e la minaccia che rappresenta invece la figura maschile, che finisce più o meno direttamente per essere la causa di quel tormento.
Le inquadrature pensate e la narrazione complessa
Anche la macchina da presa si muove con discrezione per i corridoi e attraverso le fessure delle porte, con inquadrature soggettive a volte anche disturbanti, contribuendo a costruire un forte senso di dubbio e indeterminazione. Non si è mai totalmente sicuri di cosa si sta guardando e da questo punto di vista il film è un esperimento interessante. A tratti si ha però la sensazione che la regista stia provando a inserire tutte le sue esigenze narrative in modo forzato. Come se l’obiettivo fosse raccontare tutto quello che vuole raccontare nel modo più d’impatto possibile. Una caratteristica che di solito rischiano di avere le opere prime, mentre in questo caso Schilinski è al suo secondo lungometraggio – Die Tochter è il titolo del primo.

Se da una parte il film sembra voler lavorare per sottrazione, dando cioè poche informazioni e lasciando lavorare l’intuizione e la sensazione di chi guarda, dall’altra parte la regia può risultare manierista e ridondante. Resta comunque di grande impatto l’intenzione, quella di parlare di un legame generazionale con la sofferenza, che passa attraverso uno spazio chiuso e potenzialmente permanente, la casa. Come a dire che tutto cambia eppure niente cambia, che la donna resta la parte più permeabile e forte di un nucleo familiare, che la paura di “vivere invano” – che viene spesso citata– non è necessariamente legata all’età e all’esperienza.
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