Industry è il miracolo della serialità contemporanea
Premessa: Il seguente articolo contiene alcuni leggeri spoiler sulle prime tre stagioni di Industry
C’è chi approccia la propria serie con un piano ben definito di dove andrà la storia e poi ci sono Mickey Down e Konrad Kay, amici di lunga data, ex-banchieri e ora creatori e showrunner di Industry, una rara collaborazione oltre-oceano tra HBO e BBC che dopo essere rimasta inedita per anni, sbarca finalmente in Italia alle porte della sua quarta stagione grazie all’arrivo di HBO Max. Industry non è mai stata un successo esplosivo, ogni rinnovo è stato celebrato dallo zoccolo duro dei fan sui social come un miracolo ma ogni stagione ha segnato una crescita nell’attenzione delle star (basti considerare l’ingresso di Kit Harington alla terza stagione) e del pubblico, guadagnandosi anche lo slot della domenica sera nel palinsesto di HBO. In un’intervista a Variety Down e Kay, nel mezzo di un’esclusiva triennale con HBO, dichiarano di star iniziando ad avvicinarsi a loro bersaglio finale, ma di non sapere esattamente come ci arriveranno. “Non sappiamo che cazzo succederà”, hanno ammesso con estrema sincerità, “Lo stiamo inventando man mano che andiamo avanti. Non abbiamo mai avuto una grande tesi sul mondo e sul capitalismo, scriviamo solo di ciò che pensiamo essere interessante in quel momento”.
Sui social c’è stata una corsa, da parte di persone che non avevano mai visto Industry o che magari non l’avevano nemmeno sentita nominare (il ragebaiting – la tendenza a fare arrabbiare le persone – è una grande strategia pubblicitaria in fondo), a definire incoscienti e sprovveduti Down e Kay per la loro assenza di un piano pluriennale, ma la verità è che Industry non potrebbe esistere altrimenti. Non è una serie che può essere progettata, è una che guarda e giudica il presente con le sue paure e i suoi pregiudizi culturali. Lo disseziona da una posizione privilegiata – quella dei templi arrugginiti della finanza londinese, allargando il suo sguardo anche sulla politica nel corso delle stagioni – da cui derivano grandi responsabilità, spesso non riconosciute da chi muove quello stesso denaro. Se la salita al successo è difficile, ad essere fin troppo semplice è la caduta e Down e Kay hanno un particolare masochismo verso i loro protagonisti: nessuno è al sicuro, non c’è un Trono di Spade da conquistare, è una continua lotta per restare in superifice in un mare di squali.

Fin da quando è cominciata nel novembre del 2020, Industry è stata una scommessa: una serie cominciata senza alcun grande nome, fatta eccezione di Lena Dunham alla regia del primo episodio e di Ken Leung (noto soprattutto ai fan di Lost), unico veterano in un cast principale composto quasi esclusivamente da emergenti appena usciti dalla scuola di recitazione che nella serie interpretano – per ironia della sorte – un gruppo di laureati che lottano per un posto fisso alla Pierpoint & Co, una delle più prestigiose banche di investimento a Londra. La gioventù porta con sé la voglia di divertirsi, di arrivare a lavoro il giorno dopo impasticcati e senza un’ora di sonno in corpo, ma la Pierpoint non è un ambiente tollerante. Devi renderti indispensabile, portare a termine ogni tuo incarico nel minor tempo e nel miglior modo possibile. Non importa se per affermare il tuo lavoro rischi il burn-out o provi a suicidarti. Attenzione però: se sei una donna e non rispondi a modo alle battutine a sfondo sessuale dei tuoi colleghi, la tua opinione varrà meno di zero e se sei nero, la tua assunzione sarà merito solo del puro tokenismo.
Negli anni Industry è cresciuta e si è trasformata con i suoi protagonisti e il mondo che li circonda. Harper Stern (Myha’la) e Yasmin Hara-Hanani (Marisa Abela) ne rimangono però il cuore, prima colleghe, poi rivali e ora quasi sconosciute, due poli opposti che si respingono prima di attrarsi. La prima costruitasi da sola con una rete di bugie, la seconda nata in una famiglia benestante che è diventata presto la sua maledizione. Dalla gioventù bruciata della prima stagione, ora ci troviamo davanti a dei trentenni figli di un sistema che non vogliono e non possono cambiare. Da vittime sono diventati perpetratori di quegli stessi mali. La quarta stagione rappresenta a tutti gli effetti un reset per la serie di Down e Kay, che abbandonate le mura della Pierpoint possono permettersi di ampliare la loro patinata ma mai attenuata tragedia di corruzione, tradimenti e scommesse.

Il nuovo governo laborista ha intenzione di controllare con una nuova legge la sicurezza in Internet e se ancora non sono chiari i dettagli, chiunque sa che Siren (un Only-Fans sotto falso nome) e il “Paypal del Bukkake” Tender sono sotto il mirino dei politici. Harper, amante del rischio specialemente se retribuito, è convinta che i giorni di Tender in borsa siano prossimi alla fine e con una nuova venture insieme al mentore Eric Tao (Ken Leung) specializzata nella vendita allo scoperto – un’operazione finanziaria interamente speculativa che punta, in termini estremamente spiccioli, sul fallimento di un titolo – è pronta ad approfittarne. Yasmin, dopo la sconfitta alle elezioni di suo marito Henry (Kit Harington), orchestra un incontro capace di regalargli un posto di rilievo alla Tender e magari nel mentre salvare l’azienda e l’uomo che ama dal baratro.
Industry però ama guardare nell’abisso e la società offre infiniti spunti ai suoi autori: ci troviamo in un tempo in cui l’idea di woke è considerata superata e un nuovo conservatorismo sembra la corsia preferenziale per ottenere consensi. Harper lamenta di essere stata considerata una “angry black woman”, complice uno crudele stereotipo secondo il quale le donne nere sono per natura più aggressive e prepotenti, ma quando Eric le fa notare che lei è una donna nera e arrabbiata, lei si chiede se sia davvero possibile una simile sovrasemplificazione di lei e della sua esperienza. Nel corso della stagione riconosce che per il suo bisogno di essere percepita come una pari dei bianchi che popolano ogni stanza in cui entra, non ha mai stretto un rapporto con nessuna persona nera e questo può cambiare con l’arrivo nel suo ufficio di Kwabena Bannerman (Toheeb Jimoh, Sam di Ted Lasso), forse la persona più normale e sana di mente che si sia mai vista in Industry. Nel mentre alla Tender non solo si pensa alle persone razializzate come delle categorie porno, ma ci si lamenta delle troppe donne asiatiche in una pubblicità.

Se Yasmin alla fine della scorsa stagione era convinta della stabilità che il matrimonio con Henry avrebbe portato nella sua vita dopo i numerosi scandali, ora si trova imprigionata in una casa labirintica, ogni sua capacità completamente screditata, il suo unico dovere è sopperire alle mancanze del marito, aiutandolo a rialzarsi senza mai prendersi i necessari meriti. Il secondo episodio della quarta stagione, The Commander and the Grey Lady, ambientato durante una lunga cena alla casa della coppia, è un’anomalia stilistica persino per il clima di tensione che sono abituati a creare Down e Kay: uno scontro tra una titana e un oggetto inamovibile, la rabbia della protagonista di Anatomia di una caduta coniugata con il linguaggio visivo del Lanthimos de La Favorita.
In una stagione che, a causa dei numerosi nuovi ingressi nel cast – tra gli altri Charlie Heaton (Stranger Things) nei panni del giornalista James Dycker, un inquietante Max Minghella (Il racconto dell’Ancella) come il co-fondatore di Tender Whitney Halberstram e Kiernan Shipka (Mad Men) come la sua assistente Whitney Clay – fatica nei primi episodi a instradarsi, Industry trova il coraggio di essere più ambiziosa che mai, di vagare il mondo, di aprire i suoi orizzonti in modi sempre nuovi, capaci di rendere anche il quarto round della serie ancora elettrizzante come il suo inizio.

Nella serialità contemporeanea Industry è un caso più unico che raro, essendo un progetto che ha avuto la possibilità di crescere insieme ai suoi autori e interpreti senza finire vittima di premature cancellazioni. Una serie che alla quarta stagione ancora continua a stupire e non si riposa sugli allori del suo fugace successo, una serie che ha il coraggio di cambiare, di lasciare andare membri del cast evitando di forzarli in una storia che non può più accoglierli. Industry è forse merito di tante circostanze fortunate e di un po’ di sana follia (chi offfrirebbe una serie di HBO e BBC a due completi sconosciuti con pochissima esperienza nella sceneggiatura?), ma ora la possiamo chiamare una delle nuove punte di diamante di HBO.
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