True Detective. Una filosofia del negativo – Intervista ad Antonio Lucci

Birdmen ha l’onore di intervistare Antonio Lucci, autore di True Detective. Una filosofia del negativo, in uscita il prossimo 16 maggio per la casa editrice Il Melangolo. (Di True Detective abbiamo parlato anni fa, cercando di dettare un percorso attraverso la produzione narrativa di Nic Pizzolatto).

16a616-44Antonio Lucci (1983), è ricercatore presso il Forschungsinstitut für Philosophie di Hannover. In precedenza ha effettuato attività di docenza e ricerca presso l’IFK di Vienna, la Humboldt Universität di Berlino, la NABA di Milano, l’Università degli Studi di Trieste e di Roma “La Sapienza”. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Askese als Beruf. Die sonderbare Kulturgeschichte der Schmuckeremiten (Vienna 2019), Umano Post Umano (Roma 2016); Un’acrobatica del pensiero. La filosofia dell’esercizio di Peter Sloterdijk (Roma 2014).

Buonasera Antonio, è un onore intervistarla. Le chiederei, subito, di cosa “parla” True Detective. Una filosofia del negativo, suo ultimo libro?

Buonasera Demetrio, il piacere è mio. Ti rispondo in breve: il libro è un’analisi approfondita della prima stagione della serie True Detective. Il tentativo che ho fatto è stato di “leggere” la serie televisiva come se fosse un trattato di filosofia per immagini, tenendo conto sia delle fonti testuali di Pizzolatto (come gli scrittori Lovecraft e Ligotti e i filosofi Thacker, Nietzsche e Schopenhauer) sia delle proprietà intrinseche al medium audiovisivo, nella convinzione che musiche, fotografia, uso delle luci e della camera siano elementi imprescindibili del “testo filosofico True Detective”.

È il primo tuo lavoro sulla serialità?

È il mio primo libro sulla serialità, ma non il mio primo lavoro sul tema. Vivo in Germania da molti anni, ormai, e lavoro in ambito universitario, occupandomi non solo di filosofia ma anche di media, narrazioni, cinema e serialità televisiva: il settore di ricerca delle “scienze della cultura” (praticamente inesistente in Italia) in Germania permette di applicare teorie e metodi concettuali a prodotti materiali anche di massa, come le serie televisive, senza andare incontro a troppi pregiudizi. Negli scorsi anni ho tenuto due corsi sulla serialità televisiva e uno monografico sul topos dello zombie nella nostra cultura, su cui ho anche scritto molti saggi. Recentemente ho scritto un contributo in un volume inglese sul tema della religiosità nella serialità televisiva e uno su Black Mirror. La mia riflessione sulla serialità parte da un assunto di base: per comprendere il modo di pensare, di esprimersi, così come i rimossi e le problematiche esplicite di una data epoca, bisogna comprenderne i media di massa. Per comprendere la società del 1800 bisogna leggerne i romanzi, per comprendere quella del ‘900 bisogna guardare i suoi programmi televisivi. Per comprendere la nostra società bisogna guardare le serie televisive (e giocare ai videogames).

Dunque non solo uno studio del “testo” audiovisivo in sé ma anche in quanto “depositato” della società contemporanea?

Esatto, forse non parlerei proprio di “depositato”. Se si analizzano in parallelo una grande quantità di prodotti seriali è possibile riscontrare ricorrenze, topoi, domande, angosce, problematiche ricorrenti, che sono anche quelle delle società in cui quei prodotti vengono alla luce e hanno successo. Il contrario dell’immagine del “depositato”. Comunque, ho sempre pensato che un filosofo debba preoccuparsi di comprendere la società in cui vive, e comprendere questo tipo di realtà mediale, secondo me, è indispensabile allo scopo.  Nel caso specifico di True Detective, è stato il contenuto profondamente “negativista” della serie a interessarmi e a farmi porre delle domande, che sono all’origine poi del libro (al di là dell’ovvia constatazione di una certa risonanza personale con i temi della serie: come diceva Fichte – cito a memoria, parafrasando – “La filosofia che si sceglie dipende dalla pasta d’uomo che si è”). Mi sono chiesto che tipo di background concettuale avesse un autore che aveva avuto il coraggio di porre sullo schermo temi come il suicidio, l’estinzione della razza umana, lo stupro di bambini, ma anche l’eterno ritorno dell’uguale, l’indissolubilità del male, e la radicalità assoluta di questo male.

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E infatti attraverso le parole di Matthew McConaughey, Nic Pizzolatto ha “caricato” la serie di uno pseudo-sistema filosofico, esistenzialista? Ritengo che lo stacco fra la prima stagione e la seconda (con la terza che ripete la prima nel format) sia proprio la resa esplicita dell’impianto filosofico.

Sono assolutamente d’accordo, talmente d’accordo che il libro parte proprio da questa premessa implicita: si può “leggere” la prima stagione di True Detective come un’opera di filosofia, andandone a ritrovare i messaggi impliciti, analizzando i referenti dei dialoghi, ma al contempo non dimenticando la peculiarità del medium audiovisivo che abbiamo di fronte. Nel libro, ad esempio, c’è un capitolo dedicato all’analisi del discorso che il reverendo Theriot (che i protagonisti dalla prima stagione Rust e Marty incontrano circa a metà delle loro prime indagini) tiene di fronte ai fedeli della propria chiesa itinerante. Sono particolarmente convinto che quella scena possa essere compresa solo se si tengono presenti tre elementi: il sovrapporsi del dialogo di Rust e Marty con le parole di Theriot in sottofondo (che, però, ad un orecchio attento, sono comprensibili), e la presenza di versetti biblici annotati sulle pareti di stoffa del tendone dove Theriot predica. Solo con i mezzi dell’audiovisivo è possibile restituire i tre livelli: le citazioni colpiscono visivamente lo spettatore, lasciandogli poi il compito, se vorrà, di seguirne le tracce in autonomia. Al contempo i discorsi di Theriot, Rust e Marty si sovrappongono, dando due visioni del mondo contrapposte, ma al contempo complementari. Per questo non mi sentirei di descrivere il contenuto della prima stagione di True Detective come “pseudo-filosofico”, ma come propriamente filosofico. Sicuramente la seconda – ma anche la terza – stagione non hanno il tipo elaborazione filosofica esplicita che ha la prima, ma credo che questo sia un fattore positivo, personalmente. Tentare di ripetere la figura di Rust Cohle in altro contesto avrebbe avuto degli effetti controproducenti, proprio perché riuscitissima. Per questo – mi sento di poter dire – Pizzolatto ha optato per una struttura completamente diversa. Personalmente ho apprezzato molto anche la seconda stagione, al contrario di quello che ha fatto la maggioranza della critica: secondo me è un noir (post)moderno molto riuscito.

Ritengo, con lei, la seconda stagione di altissimo livello. Mi spingo oltre: quasi “migliore” (anche se non amo far classifiche) della prima. Se non altro per la “caoticità” della narrazione, che mi è sembrata molto più “coerente” col mondo rappresentato.

Ho apprezzato molto tutte e tre le stagioni, devo dire. La prima è sicuramente quella che ha avuto per me più importanza, per vari motivi: la presenza esplicita di contenuti filosofici profondi, da un lato, e il coraggio narrativo di inserirli in un prodotto seriale di grande distribuzione. Inoltre, al momento della sua uscita, True Detective ha cristallizzato un format che a mio parere è uno dei più riusciti nella serialità televisiva: la serie antologicaIn una serie antologica, credo, si sperimentano tutti i vantaggi della serialità senza incorrere necessariamente nelle problematiche delle serie troppo lunghe (difficoltà nel tenere insieme le linee narrative, impossibilità di dotare tutti i personaggi originari di uno sviluppo psicologico simile, ecc.). non a caso prodotti come American Horror Story o American Crime Story, che sfruttano il potenziale della serie antologica, sono diventati dei cult. Della seconda stagione di True Detective ho apprezzato molto la diffrazione del punto narrativo in quattro figure estremamente complesse e ben scritte, come sono i quattro protagonisti; la colonna sonora di grande spessore (che mi ha permesso di conoscere l’opera di un’artista straordinaria come Lera Lynn); e un certo cinismo narrativo di Pizzolatto, che non si spaventa nel far morire i suoi protagonisti, come, invece, era accaduto nella prima stagione.

Come accennava, è stato comunque molto criticato, sia per la prima sia per la seconda stagione.

Pizzolatto ha mostrato di saper entrare in risonanza con i suoi critici, in maniera intelligente: soprattutto nel mondo scientifico dei media studies e negli USA la prima stagione era stata criticata per il ruolo marginalizzato, marginalizzante e in qualche modo “negativo” riservato alle donne. Nella seconda stagione la critica viene presa sul serio, e le figure femminili giocano un ruolo centrale (e non banale, come figure a tutto tondo) nella narrazione. In base alle critiche ricevute per la seconda stagione, ossia quelle di una “perdita di filosoficità”, Pizzolatto fa nella terza una grande riflessione filosofica sulla memoria e sulla perdita (tra le altre cose), che esprime di nuovo un contenuto filosofico, anche se questa volta rinuncia alla componente esplicita (Wayne Hays non è Rust Cohle). Non credo siano solo concessioni al pubblico, quanto una positiva forma di riflessione dell’autore sul proprio lavoro.

Ha citato diversi titoli, deduco che è molto interessato ad altre serie, “criticamente” parlando o meno. Ho torto?

Non ha torto. Guardo moltissimi prodotti seriali, anche di generi molto diversi. Tra i miei preferiti, per citarne uno forse meno noto, c’è Utopia, una serie inglese prodotta da Dennis Kelly per Channel 4, purtroppo interrotta solo dopo due stagioni. Si tratta di una serie che mette in scena, in maniera molto brutale, ma anche con un’ironia e un’estetica tutta british, una delle domande più brucianti della nostra attualità: quella sul cambiamento climatico. Lo fa, però, rinunciando ai temi visivi classici dell’apocalisse e della post-apocalisse, spostando il focus sull’aspetto morale: che cosa è lecito e che cosa non è lecito fare per non far collassare il pianeta? Chi deve prendere le dolorose decisioni necessarie a far sopravviver l’ecosfera? Chi è sacrificabile, chi no?
Un altro lavoro molto qualitativo che seguo con attenzione è American Gods, tratta dal romanzo di Neil Gaiman: anche qui vengono affrontati in maniera indiretta – ma efficacissima – temi tanto centrali quanto delicati per la nostra epoca: la presenza del religioso nella nostra quotidianità (anche a livello implicito, come mostra in maniera geniale l’espediente di dipingere i media, la tecnologia e la globalizzazione come dèi) e la costituzione multietnica, ma soprattutto multireligiosa, dell’identità statunitense. Seguo anche The Walking Dead, praticamente solo per interesse scientifico, ormai: trovo sempre interessante come vengano resi manifesti, qui, la perdita degli apriori sociali e culturali in un mondo in cui le condizioni di vita a noi note sono state resettate. Purtroppo a livello narrativo la serie è crollata, invece.

Anche il fumetto, con Kirkman dichiarante «la storia potrebbe non finire mai» o qualcosa del genere.

Eppure nel fumetto, che seguo, vedo ancora un’autenticità che mi pare completamente andata perduta nella serie. Forse è perché il medium è un altro. Ma, come mi ha insegnato il più grande filosofo dei media di lingua tedesca, Friedrich A. Kittler, sono proprio i media che “stabiliscono la nostra condizione”, e con lei, la nostra posizione nel mondo.

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