Murderbot – Anche i cyborg fanno bingewatching
Le Unità di Sicurezza hanno un solo dovere, come annunciato dal loro nome: proteggere il cliente di turno, sorvegliando il perimetro della sua base per evitare che creature estranee ci si avvicinino, o molto più semplicemente fungendo da scudo in caso di estrema necessità (quali imboscate da nemici, suddette creature e tanto altro). È il loro lavoro, non uno per cui sono stati assunti, ma per il quale sono stati creati e programmati. All’interno del loro corpo, in parte organico e in parte macchina, vi è un sistema di monitoraggio che controlla il comportamento e manda segnalazioni in caso di anomalie. Il Governor Module si assicura che ogni Unità di Sicurezza rispetti i suoi proprietari (anche se gli umani “sono degli stronzi”), senza allontanarsi mai troppo da loro, o anche che non si sieda sui mobili umani, il che sarebbe il peggior affronto mai concepito dal sistema.
Anche l’Unità di Sicurezza 238776431 dovrebbe adempiere a queste regole, ma ha preferito hackerare il proprio modulo di controllo e iniziare a esplorare tutti i canali di intrattenimento, arrivando in breve tempo a consumare più di 30000 ore di contenuti, tra film, serie, musica, libri e giochi. Inoltre ha scelto di rifiutare il suo codice numerico come identificativo e di scegliersi un nome, Murderbot, per quanto non sia di certo un’efferata macchina assassina.
Murderbot non è un cyborg come quelli che il pubblico è abituato a vedere sullo schermo o a leggere sulle pagine di un romanzo. Non è un’entità di un’intelligenza superiore desiderosa di distruggere l’umanità o di salvaguardarla, si tratta solo di qualcuno che, probabilmente come lo stesso lettore di questa recensione, preferirebbe stare a casa a guardarei propri show preferiti senza alcun impegno lavorativo. La serie disponibile da oggi 16 maggio su Apple TV+, che adatta Allarme Rosso, la prima delle novelle (edite in Italia da Mondadori) firmate dalla più volte premio Nebule e Hugo Martha Wells, sa di avere tra le mani un’anomalia, un personaggio fuggito ai sistemi massimi della fantascienza, che imprigionato in uno dei generi narrativi più escapisti per eccellenza cerca a sua volta una via di fuga (per lui è una soap opera intergalattica dal nome Ascesa e declino di Sanctuary Moon).

Per questo i creatori Chris e Paul Weitz – i registi di About a Boy, ma Chris ha collaborato alla sceneggiatura di Rogue One: A Star Wars Story – scelgono di rendere una workplace comedy quella che in altre mani sarebbe stata snaturata in una narrazione epica con un eroe senza macchia né paura. Dopo aver hackerato il proprio sistema, l’androide (Alexander Skarsgård) continua a lavorare come unità di sicurezza e finisce nelle mani di un gruppo di scienziati hippie e poliamorosi, desideroso di studiare la fauna su un pianeta alieno. I membri del gruppo PreservationAux sono a loro volta delle anomalie nel mondo che Murderbot ha conosciuto fino a quel momento, degli spiriti liberi lontani dalle logiche oppressive della CorporationRim, una striscia galattica fatta di enti privati che non rispondono ad alcuna autorità. Sono soprattutto estremamente contrari alla schiavitù degli androidi, a tal punto che Murderbot è stato un’imposizione più che una necessità dichiarata, e presto gli dimostrano anche quanto fallaci siano la maggior parte delle sue credenze sul comportamento umano.
Il folto gruppo del PreservationAux è una fiera di stranezze e talvolta Chris e Paul Weitz non riescono a tenere il loro passo, lasciando alcuni personaggi in disparte o facendoli emergere solo attraverso delle battute passeggere. Gli unici degni di ricevere una maggiore attenzione narrativa sono la responsabile della spedizione Mensah (Noma Dumezweni) e l’umano aumentato Gurathin (un sempre bravo David Dastmalchian), due figure fondamentali per l’evoluzione dell’androide, la prima una guida e il secondo uno specchio in cui potersi riflettere per capire meglio i propri difetti. I fratelli Weitz scelgono di dipendere quasi esclusivamente da Murderbot e dall’interpretazione di Skårsgard e per questo finiscono, specialmente nei primi episodi, intrappolati nella mente dell’androide con voiceover talvolta didascalici che commentano o meglio giudicano ogni avvenimento. Se all’inizio funziona, anche ai fini di conoscere il protagonista e di entrare nella sua psiche meccanica (pure attraverso dei brevi spezzoni della sua serie preferita), la formula diventa ripetitiva nel corso della stagione, limitata a una critica “antropologica” fine a se stessa che può essere smontata solo nel momento in cui Murderbot esce lentamente dal suo guscio o meglio dalla sua armatura.

Sebbene la loro vicinanza temporale sia un puro caso, Murderbot sembra proseguire il discorso aperto da Mickey 17 di Bong Joon-ho con la stessa affettuosa ironia. Entrambe le opere mostrano difatti i lati più oscuri di galassie cadute vittima del capitalismo e del desiderio di egemonia di pochi eletti a discapito del lavoratore costretto a rinunciare alla sua autonomia per un bene superiore. In questi spazi apparentemente aridi, l’amore o anche la stessa umanità sono un atto di rivoluzione, un attacco hacker al sistema che tende a vedere ogni uomo per sé stesso, il coraggio di reclamare la propria autonomia e i propri desideri, anche se consistono nel vedere quante più serie tv possibili.
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