The Pitt 2 – Tempo per la visita di controllo
Premessa: la recensione riguarda i primi 9 episodi (su 15) della seconda stagione della serie
Se c’è un grande merito da riconoscere a Noah Wyle e R. Scott Gemill, è quello di aver imposto i ritmi produttivi dei network alla serialità da piattaforma. Negli ultimi anni è rarissimo se non totalmente impossibile che una serie torni per la sua seconda stagione nel giro di appena un anno se non per un palinsesto che lo richiede (vedasi i fratelli Duffer, per la quinta stagione di Stranger Things, si son presi tre lunghi anni e forse un aiutino da parte di ChatGPT e Character.AI). Quando ai Golden Globe dell’11 gennaio, Noah Wyle ha detto che stavano concludendo le riprese dell’ultimo episodio, su X una serie di persone abituate al binge e al “tutto-e-subito” si sono dichiarate preoccupate dai tempi realizzativi della stagione, iniziata in USA l’8 gennaio e disponibile in Italia dal 13 con l’avvento di HBO Max, come se la messa in onda del finale non fosse prevista per metà aprile.
Nell’articolo delle migliori serie dell’anno appena concluso, definivo The Pitt una serie dove la nostalgia che fagocita la produzione audiovisiva di oggigiorno “diventa strumento e forma per parlare del presente”. Prima di The Pitt, il medical drama sembrava un genere saturo e indegno dell’attenzione critica, destinato a essere recitato dai confini della TV network guardata dal grande pubblico ma ignorata dalle sfere alte (Watson, una rivistazione medical drama del personaggio di John Watson ha contato milioni di spettatori in più in USA di The White Lotus, ma per le testate di settore sembra esista solo la seconda). Ora grazie a un modello real-time che ricorda 24, parlare di ospedali non solo è “cool” e degno di battutine sul red carpet, ma è anche artefice di sempre più premi e la continuità stagionale della serie, capace di mantenerla attiva nella memoria delle persone, può solo aumentare questo bottino.

La seconda stagione rappresenta ovviamente una prova del nove per il progetto di Wyle e Gemill, un test della repetibilità di quel successo fulminante e della sostenibilità a lungo termine di questo concept. Quindici ore al Pittsburgh Trauma Medical Center non potranno mai essere “noiose” considerata la full-immersion tra ossa rotte, dolori lancinanti, bambini lasciati in sala d’attesa e situazioni ai limiti della stupidità umana (vedesi ciglia finte attaccate con la supercolla come nel secondo episodio), ma The Pitt, specialmente in questo secondo round, riconosce l’esigenza di una giornata fuori dall’ordinario anche nella totale imprevedibilità di quell’ambiente sia dal punto di vista lavorativo che da quello personale.
Non solo è il 4 luglio, il giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti con fuochi di artificio e tutti gli arti saltati che ne conseguono, è anche il giorno in cui Robby (Noah Wyle) è pronto per partire per un sabbatico di tre mesi somigliante a un tentativo di lento suicidio e a lavoro incrocia Langdon (Patrick Ball), di ritorno dal rehab per la dipendenza da benzodiazepine. Un uomo sull’orlo del precipizio si scontra con uno che, per il suo bene e quello della sua famiglia, è stato costretto a fare un passo indietro ed è un caso, un incontro che nessuno dei due avrebbe voluto perché Langdon da figlio prediletto è diventato un fardello, una fonte di vergogna.

Non aiuta che in quella giornata il Pittsburgh Trauma Medical Center debba fare i conti anche con l’arrivo di una nuova dottoressa, Baran Al-Hashimi (Sepideh Moafi), arrivata in sostituzione di Robby e intenzionata a risolvere l’annosa questione della scarsa soddisfazione dei pazienti in quell’ospedale. Il suo piano è semplice: introdurre un’app di IA generativa capace di realizzare una cartella clinica del paziente ascoltando e rielaborando i dati raccolti dalle visite. Dovrebbe snellire il lavoro di reportistica del dottore, lasciandogli così più tempo e attenzione per seguire i pazienti, però come la stessa Al-Hashimi riconosce, l’output necessita più riletture al fine di evitare imprecisioni che nel campo medico risultano facilmente mortali. È una pistola di Chekov, una bomba ad orologeria in primo piano dove la questione non è se esploderà ma quando lo farò, e un modo per incorporare la critica alla sostituzione lavorativa dell’uomo da parte delle macchine, un argomento per cui Noah Wyle ha lottato per tutti i mesi dello sciopero della Writers Guild of America del 2023.
La seconda stagione di The Pitt si trova a fare i conti con alcuni dei suoi limiti produttivi e narrativi. Il pronto soccorso come ambiente lavorativo vede per sua natura cambi di guardia, trasferimenti, studenti di medicina che nelle rotazioni cambiano specializzazione, ma nonostante i dieci mesi passati dal PittFest, la tragica sparatoria a un festival di Pittsburgh ora ricordata da una placca nel corridoio dell’ospedale, l’unica uscita di scena nel cast principale è Heather Collins (Tracy Ifeachor), ricordata con una frase fugace che funge da cerotto su una ferita più grande. Se ovviamente in una serie, come in ogni storia, c’è il bisogno di una continuità che in questo caso è determinata da un foltissimo ecosistema di personaggi, il tentativo di mantenere il gruppo perlopiù intatto e pertanto con gli stessi turni rischia di iniziare ad apparire forzato. Allo stesso modo la sceneggiatura di questa stagione tende spesso alla spiegazione didascalica di quanto avviene sullo schermo (in un video promozionale Wyle ha definito il dire che non hai guardato il telefono per un’ora “il miglior complimento che puoi offrire al giorno d’oggi”, quindi è forse dovuto anche a quello), come se anche le dinamiche relazionali dovessero essere oggetto di una cartella clinica compilabile solo dal pubblico.
La serie funziona quando mette da parte i convenevoli, la cornice che la circonda e che rischia di sembrare una prigione, e si concentra sul mondo che varca le porte dell’ospedale. The Pitt si è guadagnata la fama di “woke show” per la quantità di problematiche che è stata capace di condensare nella sua prima stagione, quali possesso di armi, la pandemia incel, transfobia, abusi sessuali e dipendenze, ma la parola appare come mai come un’arma a doppio taglio in questa seconda stagione. Il Pittsburgh Trauma Medical Center non è un luogo perfetto con dottori paladini della giustizia e del buonsenso, se il lavoro è eroico, le persone dietro quel lavoro sono imperfette, vittime dei loro stessi pregiudizi. Una persona senzatetto sarà derisa per il suo odore, un uomo sommerso dai debiti medici non riceverà un miracoloso sconto, il peso sarà sempre oggetto di discrimine medico. Prendendosi pur sempre lo spazio per alcuni inconvenienti divertenti quali un’erezione lunga otto ore, The Pitt continua la sua osservazione degli Stati Uniti in questa stagione, come se fossero un paziente a loro volta da tenere d’occhio a causa di un male inspiegabile.

Dopo il disastro del PittFest è facile chiedersi come faccia una persona ad avere la forza di volontà necessaria per varcare ogni giorno le porte dell’ospedale per vedere un mondo in macerie. È la domanda che la giovane Emma Nolan (Laëtitia Hollard), appena diplomata dalla scuola di infermierestica), pone a Dana (Katherine LaNasa, già vincitrice di un Emmy e pronta a vincere molti altri premi dopo questa stagione) in un momento di particolare difficoltà. La risposta sta molto semplicemente nell’esserci, nell’accogliere qualcuno, per quano sia possibile definirlo tale in uno spazio in cui molto spesso mancano anche i letti, e ascoltare i suoi bisogni, specialmente se senza l’app della Dottoressa Al-Hashimi. In quell’incontro tra paziente e dottore non c’è magia televisiva, c’è solo la realtà nella sua forma più umana ed è questo che The Pitt riesce e continua a portare sullo schermo con il necessario e dovuto rispetto.
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