The White Lotus 3 – La vacanza è finita
Quando la serie The White Lotus è nata nel 2020 da una rinnovata collaborazione tra lo sceneggiatore e regista Mike White e HBO, era una conseguenza diretta delle esigenze produttive dettate dal Covid-19: mentre i set in tutto il mondo chiudevano, la possibilità di girare tutto un progetto in una sola location nel minor tempo possibile permetteva di creare una bolla dove le possibilità di contagio erano praticamente nulle. Quella scelta, forse strategica, forse profetica, si è trasformata presto in uno dei più fenomeni seriali più totalizzanti degli ultimi anni, un asso pigliatutto in termini di nomination tra Emmy e Golden Globes (e per questo un’opportunità ghiotta per ogni attore) ma anche un tormentone social, parte di quelle “HBO Sundays” vissute come un Superbowl a cadenza settimanale.
Nonostante i tempi e le logiche produttive siano cambiati, la formula alla base rimane quasi invariata anche per la terza stagione, in arrivo su Sky il 17 febbraio in concomitanza con la programmazione statunitense. Cambia, come al solito, la location: dopo le Hawaii e la Sicilia (come direbbero alcuni “c’è un po’ d’Italia”), The White Lotus approda sull’isola di Koh Samui in Thailandia con un nuovo gruppo di arroganti turisti americani, in cerca di relax ma anche di una temporanea fuga dai problemi quotidiani. La parola d’ordine – come nella recentissima Apple Cider Vinegar su Netflix – è wellness, la guarigione del corpo e dell’anima attraverso metodi esterni alla tradizionale medicina. Per ogni ospite del resort all’inclusive è stato pensato un percorso di trattamenti incentrati sui loro obiettivi personali – dalla correzione della postura alla gestione della rabbia.

La stagione inizia, ancora una volta, dalla sua violenta fine: sotto un’imponente statua di Buddha un cadavere cade in acqua. Non è permesso scoprire l’origine di quegli spari improvvisi, perlomeno non subito, perché The White Lotus ritorna al principio della vacanza per presentare i suoi protagonisti.
I coniugi Ratliff (Jason Isaacs e Parker Posey) arrivano in Thailandia per aiutare le ricerche accademiche sul buddismo della figlia Piper (Sarah Catherine Hook), mentre i fratelli Saxon e Lochlan (Patrick Schwarzenegger e Sam Nivola) cercano un po’ di necessaria libertà. L’arrogante Rick (Walton Goggins di Fallout), che rischia di scatenare una rissa già al suo arrivo sull’isola, è accompagnato da una donna molto più giovane di lui (Aimee Lou Wood di Sex Education), che molti scambiano per sua figlia nonostante sia la sua fidanzata. Tre amiche di vecchia data (Michelle Monaghan, Leslie Bibb e Carrie Coon) cercano invece di ricucire un rapporto deteriorato nel tempo.
A proseguire l’eredità della defunta Tanya McQuoid (Jennifer Coolidge), protagonista indiscussa delle prime stagioni, torna Belinda (Natasha Rothwell), responsabile dei trattamenti benessere al White Lotus delle Hawaii che arriva in Thailandia per studiare i suoi colleghi. Per la prima volta la serie sceglie di mettere in secondo piano lo staff del resort, sempre stato a tutti gli effetti co-protagonista della serie nel duplice (e ossimorico) ruolo di vittime inconsapevoli e complici obbedienti.

Dopo le personalità forti di Murray Bartlett e Sabrina Impacciatore, il general manager Fabian (Christian Friedel, Rudolf Höß in The Zone of Interest) appare fuori posto su Koh Samui, non riuscendo a parlare la lingua dei suoi superiori e dei suoi dipendenti. La timida storia d’amore tra l’assistente Mook (Lalisa Manobal conosciuta nel mondo della musica come Lisa) e la guardia Gaitok (Tayme Thapthimthong) potrebbe rappresentare in The White Lotus una tregua, un momento di sollievo in una narrazione claustrofobica nella sua decostruzione sociale, ma Mike White – unico sceneggiatore della serie – sembra ancora una volta disinteressato all’idea di sviluppare personaggi non-bianchi all’infuori di un infantilizzante tokenism.
Nella terza stagione, più che mai prima, il luogo prescelto è una spettacolare scenografia più che un effettivo habitat con cui interagire. La cultura locale è accettata solo se preconfezionata dall’albergo attraverso spettacoli in costume e statue di Buddha che adornano tutta l’area, ma nel momento in cui i turisti abbandonano quel luogo sicuro, “i violenti nativi” li attaccano per difendere la propria terra. L’interesse di White, fatta eccezione della sottotrama di Piper, è incentrato su come i protagonisti si muovono in un mondo per loro anarchico, senza tuttavia una necessaria contestualizzazione. La critica sociale, che già era estremamente sottile nella prima stagione, sparisce sotto il peso di una ricerca maniacale dell’effetto shock, del nuovo ritornello virale da lanciare sui social per compensare l’assenza di un gancio trainante come lo era stata Tanya McQuoid.

Con l’attenzione e le aspettative che crescono intorno alla serie e una formula che rischia di invecchiare presto, The White Lotus si trova bloccata in uno strano momento di transizione. Un’indubbia ambizione, dettata da un cast sempre più folto e di spicco e da un numero maggiore di episodi, non incontra una sufficiente curiosità narrativa da parte di Mike White, che butta i suoi personaggi in disparte nel momento in cui si è stufato di giocare con loro. La caratterizzazione dei protagonisti degenera presto in un semi-plagio dove tutti appaiono come un collage di altri turisti passati per il White Lotus – il caso più eclatante è forse Saxon, che unisce in sé Shane (Jake Lacy, 1° stagione) e Cameron (Theo James, 2° stagione).
Il cast prova a colmare i vuoti lasciati dalla sceneggiatura in modi talmente diversi che il risultato finisce per essere estraniante e privo di una direzione univoca. Jason Isaacs, inglese di nascita, qui sembra imitare il Daniel Craig di Knives Out con un accento artificioso persino all’orecchio di un non-madrelingua. Walton Goggins, messo in panchina nei primi episodi dove tutto ciò che fa è tenere il muso alla fidanzata e evitare di rispondere alle sue domande, è sprecato in un monotono mistero di cui è facile prevedere la soluzione. Più interessante è il suo rapporto di ostile sopportazione (definirlo amore sarebbe un errore di valutazione) con la fidanzata Chelsea (Aimee Lou Wood). Monaghan, Coon e Bibb sono considerate quasi intercambiabili dalla storia, che fatica a dare ai loro personaggi una profondità che trascenda l’amicizia che le lega.

Nella terza stagione traspare tutta l’avidità della creatura di Mike White. Una serie che fagocita generi narrativi, riflessioni sulla società odierna e preoccupazioni sull’overtourism e l’appropriazione culturale per farne un prodotto tollerabile da qualsiasi orientamento politico, un fenomeno mediale preconfezionato con frasi pronte per essere condivise su Twitter (scusate, si chiama X ora). The White Lotus sta cercando di godersi, come i suoi stessi protagonisti, una meritata vacanza, dopo il successo delle precedenti stagioni, sopravvivendo di rendita, attraverso la logica del minimo sforzo-resa sufficiente. Presto però dovrà tornare alla realtà e essere disposta a rinnovarsi, prima di essere inghiottita da uno tsunami.
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